giorgia meloni peter thiel - signore degli anelli tolkien

LA VERA EGEMONIA CULTURALE È QUELLA TOLKIENANA – DA GIORGIA MELONI A PETER THIEL, LA DESTRA SI È APPROPRIATA DELLA MITOLOGIA DEL SIGNORE DEGLI ANELLI E, PIÙ IN GENERALE, DEL FANTASY – QUANDO NEL 1988 LA FUTURA DUCETTA E I GIOVANI DI COLLE OPPIO ORGANIZZARONO LA PRIMA "ATREJU", IL FANTASY ERA UN GENERE DI NICCHIA MA ORA DOMINA LA CULTURA POP GLOBALE - MINUZ: "NEL LUNGO PERIODO, IL FANTASY SI È RIVELATO UN TERRENO DECISIVO: UNA STORIA DI CONTROEGEMONIA CULTURALE PERFETTA: IL REALISMO GRAMSCIANO E L’IMPEGNO CIVILE TRAVOLTI DA ELFI, DRAGHI E ANELLI MAGICI" (MA E' MOLTO PIU' DI QUESTO: NEI LIBRI DI TOLKIEN LE DESTRE HANNO ESTRATTO UN'EPICA FATTA DI ONORE, CODICI, LEGAME ALLA TERRA E AL SANGUE, ALL'IDENTITA' ANCHE RAZZIALE)

L’egemonia culturale fantasy è la vera vendetta di Atreju

Estratto da “Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana”, di Andrea Minuz (Silvio Berlusconi editore), pubblicato da “Domani”

 

Egemonia senza cultura DI ANDREA MINUZ

Quando ero bambino, Atreju era quel ragazzino dai tratti un po’ nativi americani, una specie di Pocahontas maschio, che svolazzava a cavalcioni di Falkor, pupazzone dal pelo bianco, drago-cane volante con muso da golden retriever, non proprio bellissimo.

 

La storia infinita era quel film che si ricordava più che altro per l’omonima canzone: non era E.T., non era I Goonies, non era Ritorno al futuro. Era molto kitsch, troppo europeo per i nostri gusti e con effetti speciali non irresistibili. Lo passavano su Italia 1 il pomeriggio e lo guardavamo con un misto di noia e inquietudine, anche per via di quella scena col cavallo che affonda nella palude della tristezza, la melma simbolo di depressione, disperazione, vuoto esistenziale.

 

I raduni a Colle Oppio

Passati poi i vent’anni, dimenticato il film, il nome Atreju però ritornava. Ora evocava oscuri raduni notturni a Colle Oppio, Roma, tra le spelonche fatiscenti e i ruderi identitari del parco, quando era ancora «l’Euro-festa dei giovani di Alleanza Nazionale».

 

GIORGIA MELONI LEGGE IL SIGNORE DEGLI ANELLI

A quell’Atreju del 1998 – prima edizione – andavano fortissimo le spillette col Dux, le croci celtiche, i segnalibri con le frasi di Junger («Noi non vogliamo un mondo pacifico e ben costruito») o l’Ezra Pound marzulliano di «Rinnovatevi col Sole e con ogni Sole rinnovatevi».

 

Si parlava di tradizione, Europa delle patrie. Mogol commemorava Battisti, «artista nel quale abbiamo sempre ritrovato le nostre emozioni», Luca Carboni declinava gentilmente l’invito, e Rutelli, allora sindaco di Roma, si affacciava per cortesia istituzionale.

 

Il programma prevedeva lezioni di sollevamento pesi, giochi fantasy, il cabaret di Enrico Brignano, la presentazione del libro di Roberto Giacobbo Il segreto di Cheope, tornei di calcio, concerti degli Audio 2 che imitavano Battisti, proiezioni di film epici e combattivi tipo Michael Collins, Braveheart, Il quinto elemento.

 

giorgia meloni atreju 2025 7 foto lapresse

Quell’Atreju lì. Quell’Atreju da sagra paesana con venature occultiste-esoteriche, birre artigianali e brutti ceffi in felpa nera. Quell’Atreju è ormai un ricordo sbiadito. Una fotografia ingiallita.

 

La controegemonia

Perché quello di oggi, l’Atreju di governo, della controegemonia, delle sfilate di ministri e soubrette, è un oggetto antropologico completamente diverso: 105 mila presenze, 144 ore di dibattiti, 743 interventi, 1000 volontari, 1400 giornalisti accreditati da tutto il mondo.

 

GIORGIA MELONI ALLA MOSTRA DI TOLKIEN ALLA GNAM

Un parco a tema un po’ Holiday on Ice, un po’ Christmas World, un po’ Festa dell’Unità ma rigorosamente in blu, molto convention aziendale, molto TED Talk. Il Circo Massimo o i giardini di Castel Sant’Angelo trasformati in villaggio natalizio: quaranta casette di legno, stand gastronomici, presepi artigianali, odore di vin brulé – come a Cortina, quella di Vanzina, si capisce.

 

Una sovranità alimentare che salta subito agli occhi: no sushi, no poke, no kebab, no veganesimo, ma «sugo di castrato», «pasta e fagioli con guanciale croccante», «pizza con la mortadella». Cibi sani, sostanziosi, identitari (c’è anche lo stand della Nutella). Un recupero da destra della filiera corta, del chilometro zero, dei grani antichi, col «caciocavallo impiccato» della transumanza sulla Sila.

 

GIORGIA MELONI MEME

Tendoni trasparenti e riscaldati che ospitano panel su panel: la sala «Giustizia Giusta» e la sala «Rosario Livatino», la riforma Nordio e il welfare sussidiario, il deepfake e l’odio social, Pasolini e Mishima, Marx e Nietzsche, la deterrenza e la Mezzaluna sciita, le giovani coppie e il piano casa.

 

Atreju è ormai un posto family friendly. Vi si respira aria di festa, e strategica è la scelta di posizionarlo a Natale. Sembra di entrare in una romantic comedy newyorchese, gli innamorati coi paraorecchie di peluche al Rockefeller Center, ma con l’odore forte di salsicce e arrosticini abruzzesi nell’aria. Lo scorso anno avevo portato mia figlia a pattinare sul ghiaccio e lei non vedeva l’ora di tornare.

 

arianna meloni atreju 2025 foto lapresse 3

Così andiamo anche quest’anno – edizione 2025 – ancora più «bigger than life». Facciamo lo slalom nella folla, tra i cartelloni «Chi non salta comunista è» con l’immagine di Giorgia che zompetta, e gli odiatori della sinistra esposti alla gogna, il pantheon dei grandi italiani – Colombo, Marconi, Marco Polo, Don Bosco – e le foto dei ministri sorridenti, e le famiglie con i passeggini, e i nonni col cappotto di cammello, le signore bionde, anzi biondo cenere, nell’acconciatura resa celebre da Giorgia («un semibob a onde», lo definisce il suo parrucchiere).

 

saruman con la pietra veggente palantir - signore degli anelli

Con quella chirurgia plastica moderata, discreta. E mia figlia pattina felice con altri bambini mentre dalle casse escono Mariah Carey e Last Christmas in tutte le versioni, anche con l’autotune, e alle mie spalle i giovani di Atreju si fanno i selfie con Giulio Tremonti. Hanno l’aria da bravi ragazzi. Niente a che fare con quelli di Colle Oppio. Facce pulite, no tatuaggi, no piercing, sembrano studenti fuorisede iscritti alla Luiss o alla Link University.

 

Atreju è diventato un grande pezzo di pop. Un format televisivo all’aperto. Una versione di destra – o fantasy – del tavolone degli ospiti di Fazio, con sfilate improbabili che però tracciano lo Zeitgeist: Carlo Conti, Mara Venier, Marco Liorni, Raoul Bova, molto applaudito in un panel sui deepfake con Arianna Meloni (in cui racconta la vicenda degli «occhi spaccanti» – se non la conoscete c’è Google). 

 

i ragazzi della terza c 3

E poi Fabio Ferrari detto Chicco dei Ragazzi della 3a C, Ezio Greggio ma in collegamento su Zoom da Milano, la commemorazione di Beppe Vessicchio – premio Atreju alla carriera in memoriam, ritirato dalla figlia Alessia – insieme a tanti altri «premi Atreju»: Buffon, Velasco, Fefé De Giorgi.

 

E poi ministri, sottosegretari, produttori televisivi che si «riposizionano» (e che tra dieci anni diranno: «Mai stato ad Atreju, io»). Il conservatorismo che si respira qui non è quello austero di Roger Scruton, non è Burke, né Oakeshott. È piuttosto una grande nostalgia degli anni Ottanta: il decennio in cui Giorgia Meloni era bambina e restò folgorata, appunto, dal giovane Atreju. Guardate I ragazzi della 3a C e guardate i ragazzi di Atreju oggi: stessa aria da bravi ragazzi, stessi sorrisi puliti.

 

GIORGIA MELONI IN SELLA A UN DRAGO ALL EDIZIONE 2018 DI ROMICS

L’Italia di Pertini che alza la coppa, di Craxi che governa, della TV commerciale che esplode, del riflusso che spazza via gli anni di piombo. Un passato prossimo sufficientemente vicino da essere ricordato, sufficientemente lontano da essere mitizzato.

 

Non il Medioevo di Tolkien, ma l’Italia di Vacanze di Natale, gli azzurri, il Mundial. Un’Arcadia di consumi e leggerezza, prima di Internet, della crisi, della globalizzazione e del wokismo. Prima che tutto si complicasse.

 

La rivincita

Quando Giorgia Meloni e i suoi cofondarono la festa, nel 1998, il fantasy era ancora un genere di nicchia, una cosa da nerd, da giochi di ruolo, da fumetterie polverose. Il Signore degli Anelli non era ancora un franchise planetario – il primo film di Peter Jackson esce nel 2001. L’idea che un partito politico, per giunta erede del Msi con la fiamma nel simbolo, battezzasse la propria festa giovanile con il nome di un personaggio tratto da un film tedesco-americano basato su un bestseller ecologico di Michael Ende poteva sembrare, al minimo, eccentrica.

 

LA STORIA INFINITA

Eppure, il fantasy si è rivelato un terreno decisivo. A lungo reietto del buon gusto, roba da nerd improbabili, il fantasy è ovunque in ascesa. Un universo in continua espansione. Uno dei pochi immaginari di massa ancora condivisi.

 

«Mia figlia si definisce un elfo e non so cosa fare» scrive allarmata una mamma in un forum su Internet. «È diventata parte della “cosa degli otherkin”» le rispondono per tranquillizzarla. «Sono ragazzi che si sentono elfi/nani/ecc. intrappolati in corpi umani. È solo entrata in un furry fandom», cioè una comunità di gente che si sente un pupazzo di peluche a piacere. «Non c’è da preoccuparsi» le spiegano. È la vita che è diventata un po’ fantasy.

 

peter thiel palantir

Sembra una storia di controegemonia culturale perfetta: un genere bollato come reazionario, kitsch e impresentabile che cinquant’anni dopo domina la cultura pop globale. Una vendetta servita fredda, anzi ghiacciata nelle lande di Mordor. Il realismo gramsciano e l’impegno civile travolti da elfi, draghi e anelli magici.

 

Il Signore degli Anelli, per esempio, è la nemesi del Gattopardo: lì un romanzo scettico, pessimista, «di destra» veniva trasformato in grandioso film progressista, viscontiano e di sinistra. Qui invece abbiamo un libro adottato dagli hippie e dalla controcultura dei campus americani che arriva in Italia molto in ritardo e diventa oggetto di culto dei ragazzi della nuova destra. La storia è lunga ma esemplare per capire come funzionano le cose da noi.

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