SENZA PIEDE NON METTO MANO – UN LETTORE SCRIVE A “LEGGO”: “HO 38 ANNI E DA SEMPRE QUANDO FACCIO SESSO HO BISOGNO DI PENSARE AI PIEDI: NON MI ECCITA NIENT'ALTRO, FORSE HO UN DISTURBO” - LA RISPOSTA DELLA SESSUOLOGA ROSAMARIA SPINA: “MOLTE PERSONE CONVIVONO PER ANNI CON FANTASIE, PREFERENZE O FONTI DI ECCITAZIONE CHE CONSIDERANO “STRANE”, QUANDO FANNO PARTE DELLA GRANDE VARIETÀ DELL’ESPERIENZA SESSUALE UMANA. NELLA REALTÀ, LE COSE SONO PIÙ..."
«Ho 38 anni. Da sempre, per eccitarmi davvero, ho bisogno di pensare a piedi». Edoardo è il protagonista di questo episodio della rubrica "A Nudo". La dottoressa Rosamaria Spina, psicologa e sessuologa, analizza quello che il lettore pensa sia un disturbo della sua sessualità.
«Non riesco a spiegarlo meglio, è una cosa visiva, sensoriale, non so da dove viene. L'ho sempre vissuta come una stranezza da tenere nascosta. Il problema è che con le donne che ho frequentato non ne ho mai parlato.
Faccio sesso normale, ma nella mia testa sono altrove. Senza quella componente l'eccitazione cala quasi subito. Non mi dà fastidio in sé, non faccio niente di male a nessuno. Ma mi pesa il fatto che non riesca a essere presente davvero durante un rapporto. E mi chiedo se sia possibile ampliare in qualche modo quello che mi eccita, o se sono bloccato così per sempre. È un disturbo? O è semplicemente come sono fatto?
Inviateci la vostra storia alla mail: anudo@leggo.it. Se sarà selezionata dalla redazione verrà analizzata da un esperto.
La risposta della psicologa Rosamaria Spina
Gentile lettore,
molte persone convivono per anni con fantasie, preferenze o fonti di eccitazione che considerano “strane”, quando in realtà fanno parte della grande varietà dell’esperienza sessuale umana. Il punto è che considerarle “strane”, “anomale” o, persino, “patologiche” porta a viverle con senso di disagio, con vergogna e, spesso, a non condividerle con nessuno, nemmeno con chi si ha accanto e con cui si condivide una relazione.
Da ciò che racconta, il punto non sembra essere l’interesse per i piedi in sé. Quello che la fa soffrire è altro: la sensazione di dipendere da quella componente per mantenere l’eccitazione e la difficoltà di sentirsi pienamente presente nella relazione, ma questo, spesso, dipende dal fatto che si tende a dividere la sessualità in due categorie rigide: normale o patologica. Nella realtà, le cose sono molto più sfumate. Una preferenza erotica, anche molto specifica, non è necessariamente un disturbo.
Diventa problematica quando genera sofferenza significativa, limita la possibilità di vivere relazioni soddisfacenti o viene percepita come l’unica strada possibile verso l’eccitazione.
Nella sua lettera emerge soprattutto quest’ultimo dubbio.
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La sessualità, però, non è una fotografia immobile. Nel corso della vita può ampliarsi, arricchirsi, integrare nuove esperienze e nuovi significati. Questo non implica cancellare ciò che la eccita oggi, né considerarlo sbagliato. Piuttosto, significa esplorare la possibilità che quella preferenza diventi una parte della sua sessualità, senza doverne rappresentare l’intero confine.
La sessualità è una forma di apprendimento (non mi stancherò mai dirlo) e, proprio per questo motivo, non è mai data una volta per tutte. Nel suo caso questo significa che non è il feticismo dei piedi a dover essere “eliminato”, ma è il suo apprendimento sessuale a dover essere ampliato, in modo che possa imparare a considerare eccitante anche altro rispetto a ciò che la eccita oggi.
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