michele mari ciabatti d orrico

DAGOREPORT! MARI IN TEMPESTA! CI VOLEVA LO STREGA-GATE CON I PRESUNTI GIUDIZI, POI SMENTITI, SU MICHELA MURGIA (“ERA INTRANSIGENTE E VIOLENTA, PERCHÉ ERA BRUTTA E SFOGAVA COSÌ LA SUA RABBIA”) PER SCOPRIRE CHE MICHELE MARI HA UN CARATTERE FUMANTINO. NELLA SOCIETÀ LETTERARIA LA SUA IRACONDIA È UN SEGRETO DI PULCINELLA COME LA SUA IMPULSIVITÀ. LO SCRITTORE, CHE RIVENDICA UN CULTO PER GENE HACKMAN E PER GLI UOMINI “ANCHE UN PO’ CANAGLIE”, RESTA NEGLI ANNALI PER LA REAZIONE CHE EBBE DOPO UNA STRONCATURA RICEVUTA DAL CRITICO DI “SETTE”, ANTONIO D’ORRICO. MICHELE MARI ANDÒ NEGLI UFFICI DEL "CORRIERE". E TROVATOSI FACCIA A FACCIA CON IL RECENSORE, LO COLPÌ CON UNO SCHIAFFO. IL CRITICO NON REAGÌ. E MARI SI CONQUISTÒ LE STELLETTE DI VENDICATORE DEI SOPRUSI DEI CRITICI PREPOTENTI E ARROGANTI…

Dagoreport

 

michele mari 4

Mari agitati, tendenti al mosso. Ci voleva lo Strega-gate con i presunti giudizi, poi smentiti, su Michela Murgia (“era intransigente e violenta, perché era brutta e sfogava così la sua rabbia”; “Con i suoi atteggiamenti aggressivi faceva pagare agli altri la sua bruttezza. tutte le donne insoddisfatte e che non piacciono diventano rabbiose”) per scoprire che Michele Mari, figlio del mitologico designer Enzo, ha un carattere abbastanza fumantino.

 

Nella società letteraria la sua iracondia è un segreto di Pulcinella come la sua impulsività.

 

michela murgia

Nella raccolta “Tu, sanguinosa infanzia” c’è un racconto intitolato “E il tuo dimon son io”, che è un verso dell’Otello di Verdi, pronunciato da Iago, il demone della gelosia, in cui lo scrittore fantastica di vendicarsi “contro il bellimbusto che veniva a prendere, in motocicletta, la compagna di scuola” che gli piaceva (“Sognavo di tendere un cavo metallico da un lato all’altro della strada per decapitarlo mentre correva, come accade a Terence Stamp nel film “Tre passi nel delirio”).

 

teresa ciabatti 3

Lo scrittore, che rivendica un culto per Gene Hackman e per gli uomini “massicci, rudi, anche un po’ canaglie”, resta negli annali per la reazione che ebbe dopo una stroncatura ricevuta dal critico di “Sette”, Antonio D’Orrico.

 

Michele Mari andò negli uffici del "Corriere" in via Solferino. E trovatosi faccia a faccia con il recensore, lo colpì con uno schiaffo mettendo in subbuglio tutto il giornale.

 

Il critico si tenne la guancia gonfia, ma non reagì. E Mari si conquistò le stellette di vendicatore dei soprusi dei critici prepotenti e arroganti.

 

Nelle sue opere la “vendetta” è un tema che ritorna. Nel libro in gara allo Strega, “I convitati di pietra”, l’autore, milanista sfegatato, non si fa problemi a tratteggiare i tifosi dell’Inter come bauscia un po' stronzi.

 

In una intervista Mari ha spiegato: “Eh sì, è stato più forte di me. Sono un milanista viscerale, e quindi non ci si può aspettare da me equità o correttezza politica. Va bene così”.

 

Fumantino, irruento, iracondo: Michele Mari è uomo sanguigno ma scrittore vero. Non lontano da quei caratterini burrascosi di molti grandi della letteratura, da Vargas Llosa (che prese a pugni Garcia Marquez per una donna contesa) a Hemingway, che non pettivano i pensieri né cercavano consensi allisciando il pelo al politicamente corretto. 

 

Davanti alla parrocchietta murgiana di scrittori in vitro, da lettino del terapeuta, che rimirano il proprio ombelico, fa da contraltare uno scrittore che morde la vita come Mari, tra tumulti e passioni forti. 

 

 

Come scrive Marco Ciriello, in un articolo per Dagospia che potete leggere QUI, "in questa storia è evidente che Mari è uno scrittore vero e la banda che lo attacca si vede assediata dalla letteratura che è incapace di produrre. Con o senza Strega lo scrittore Mari rimane un gigante, con o senza frase sulla Murgia, l’opera di Mari resta. La banda murgiana ha occupato radio, giornali, tv, premi, festival ma senza avere scrittura, solo apparato, e alla fine basta un romanzo vero per mandarli in crisi. E allora vale tutto, davanti al loro poco valere. Uno scrittore dice quello che gli pare, ma conta per quello che scrive, non per quello che dice. Per questo Pound e Céline sono ineludibili. La distensione non produce letteratura né poesia".

 

 

antonio d'orrico

NICOLA H.COSENTINO-INTERVISTA A MICHELE MARI

https://lucysullacultura.com/per-sempre-grato-ai-mostri-intervista-a-michele-mari/ - Estratti

 

A un certo punto de I convitati di pietra scrive: “Nulla legava le loro vite, al di là del fatto casuale e ormai superatissimo di aver fatto parte della stessa classe per un pugno di anni scolastici”. Eppure la scuola continua ad avere un fascino e un’influenza enormi, nelle nostre vite. Raramente pensiamo ad altre persone quanto ad alcune che abbiamo conosciuto negli anni delle superiori. Secondo lei perché?

 

Mi ha sempre colpito questa contraddizione per cui da una parte c’è l’assoluta casualità burocratica con cui vieni assegnato a una determinata sezione e dall’altra la capacità che abbiamo di superarla, questa casualità. Nel senso che tu, con gli individui arbitrariamente associati a te dalla sorte, puoi stabilire dei rapporti importanti, addirittura dei rapporti fatali, d’odio, di amore, di amicizia. Io ho delle esperienze abbastanza diverse in questo senso.

 

(…)

michele mari 3

Scrivere di qualcuno del suo passato – in modo velato o dichiarato – per lei è stato più spesso un tentativo di ristabilire una vicinanza, di esserne proprietario nell’immaginario, oppure più una resa dei conti?

A volte una cosa e a volte l’altra. Ma più spesso una resa dei conti, di sicuro. Per esempio, in Tu, sanguinosa infanzia c’è un racconto intitolato E il tuo dimon son io, che è un verso dell’Otello di Verdi, pronunciato da Iago, il demone della gelosia. In quel racconto io fantastico di vendicarmi contro il bellimbusto che veniva a prendere, in motocicletta, la compagna di scuola che mi piaceva.

 

michele mari 2

Già c’era un confronto impietoso a partire dai mezzi di locomozione, perché io avevo una bicicletta sgangherata… Quindi sognavo di tendere un cavo metallico da un lato all’altro della strada per decapitarlo mentre correva, come accade a Terence Stamp nel film Tre passi nel delirio. Ecco, questo è un caso estremo di letteratura della vendetta o del rancore.

 

(…) “Sono molto meno sportivo nel tifo calcistico, per esempio”.

 

L’avevo intuito. Nel libro, quasi tutti gli stronzi e molti di quelli che muoiono precocemente sono dell’Inter.

teresa ciabatti 2

Eh sì, è stato più forte di me. D’altronde mi sono detto: chi se ne frega? Lo sanno tutti che sono un milanista viscerale, e quindi non ci si può aspettare da me equità o correttezza politica. Va bene così. Un lettore interista dovrebbe riderci sopra.

A proposito di cinema: nel libro c’è un personaggio, Lothar Semprini, ossessionato da Gene Hackman. All’inizio sembra un dettaglio irrilevante, ma più si va avanti nella lettura e più Gene Hackman diventa centrale. Lo è persino nell’ultima pagina. Perché proprio lui? Non è la prima volta che lo nomina, nei suoi testi.

 

Ho sempre avuto un culto per Gene Hackman. È un attore che mi ha sempre affascinato e entusiasmato. Potrei nominare nella stessa famiglia figure come Robert Mitchum o Lino Ventura: uomini massicci, rudi, anche un po’ canaglie, ma di una simpatia irresistibile. Quando è morto ho sentito il bisogno di scrivere qualcosa su di lui, un omaggio, ma non sapevo dove e come farlo. Questo desiderio è rimasto frustrato per un po’.

michele mari 1

 

Poi, nel giro di qualche mese, avendo incominciato a scrivere I convitati di pietra, è stato quasi naturale investire di questo compito uno dei protagonisti. Ed è toccato a Semprini. Insomma, ho fatto sì che un mio personaggio svolgesse l’omaggio che io non avevo ancora scritto. L’ho fatto attraverso di lui.

 

michele mari cover i convitati di pietra

ANTONIO D'ORRICOantonio d'orrico

 

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