una poltrona per due

IN UN MONDO IN CUI NON CI SONO PIU’ CERTEZZE SE NON QUELLA DEL BOOM DI CONTAGI COVID A NATALE, L’UNICO APPUNTAMENTO FISSO CHE RESISTE A PANDEMIE E MALINCONIE DA CENONE RESTA UNA POLTRONA PER DUE (STASERA IN PRIMA SERATA SU ITALIA 1) – LA COMMEDIA POLITICAMENTE SCORRETTA DEI RUGGENTI E REGANIANI ANNI '80 CI IMPARTISCE UNA LEZIONE CHE 20 ANNI DI DRAMMETTI ALL'ITALIANA E CINEMA IMPEGNATO NON CI HANNO ANCORA SAPUTO DARE, QUELLA DI…

 

Davide Bartoccini per ilgiornale.it

 

 

UNA POLTRONA PER DUE 9

"Quell’uomo non ha nulla che non va, ed io posso provarlo!", evoca Randolph Duke, il prototipo perfetto del magnate d'industria occidentale nei ruggenti e reganiani anni '80. Con la sua bella villa in collina, preferisce sprofondare in una poltrona Chesterfield circondato da un mare di boiserie, tenendo pronta al comando una Rolls-Royce Phantom V per andarsene in città con suo fratello Mortimer a controllare i rendimenti di un capitale di centinaia di miliardi di dollari investiti tra azioni, immobili e banche. Un classico. Non come Elon Musk, che abita una villetta a schiera per fare scena e avere da parte un miliardo in più da investire in criptovalute.

 

 

UNA POLTRONA PER DUE 9

La storia la conosciamo più o meno tutti. Due avari e temuti magnati dell’alta finanza decidono di fare una scommessa a causa delle velleità scientifiche nel campo della genetica che regola la “natura umana”. Randolph Duke, il maggiore, ha notato un vagabondo di colore coinvolto in una baruffa per le fredde strade di Philadelphia, e afferma di poter dimostrare a suo fratello minore, Mortimer, convinto che gli uomini siano il loro denaro, e che una persona di colore non abbia le stesse possibilità di successo di un bianco, come l'esistenza umana sia viziata solo ed esclusivamente dal proprio pregresso. Ma anche come questo, ribaltate le condizioni dello status-quo, non potrebbe influire in alcun modo sull'evolversi di un certo e "naturale" progresso.

 

 

 

UNA POLTRONA PER DUE 2

Per rendere possibile il confronto, dunque, sostituiranno la posizione sociale dal vagabondo Billie Ray Valentine con quella di uno del loro manager rampanti, un giovane yuppie Louis Winthorpe III. Che si è laureato ad Harvard, è abituato a mangiare aragosta e crêpes suzette a cena, ad indossare orologi d'oro che “mostrano simultaneamente l’ora di Monte Carlo, Beverly Hills, Londra, Parigi, Roma, e Gstaad!”, e a farsi preparare gli abiti da indossare dal suo maggiordomo personale. Incarcerato per un furtarello, il giovane delfino dell'alta finanza non ci metterà molto a raggiungere il degrado nel quale invece si destreggiava il vagabondo Billy Ray; che intanto dopo un bel bagno, con una bella giacca di Harvard e una limousine con chauffeur, non ci metterà molto ad inserirsi e sistemarsi nell’alta società di Philadelphia. Qualcosa che spazia, e supera malignamente, alcune teorizzazioni di Émile Borel e Aldous Huxley.

 

 

Una poltrona per due

La pellicola prodotta da Paramount e diretta da John Landis, che prima di allora non aveva la minima idea di chi fosse Eddy Murphy e tanto meno del successo planetario che avrebbe avuto - la sua risata doppiata in italiano dal magnifico Tonino Accolla echeggia nell’eternità -, prevedeva inizialmente un altro titolo e un’altra coppia di attori. La coppia che avrebbe dovuto recitare in “Black and White”, titolo che oggi verrebbe denunciato come apologia di apartheid con tanto di picchettaggi appassionati davanti ad ogni sala cinematografica dagli Appennini dalle Ande, prevedeva i mitici Richard Pryor e Gene Wilder. Duo comico che aveva sbancato al botteghino con “Wagon-lits con omicidi”, e che in Italia ricordiamo più che altro per l’ennesimo capolavoro del genere: “Non guardarmi: non ti sento”. (Esilarante classico del cinema dove un cieco incontra un sordo, che nell’oscurantismo odierno difficilmente verrebbe prodotta per timore di ulteriori picchettaggi di quelli che a giudicare da quanto si lamentano per tutto, appartenente al cinema non ridono mai, ndr).

 

 

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Il motivo per quel questo film venga proiettato puntualmente da Mediaset in prima serata ogni vigilia di Natale, dall'oramai lontano 1997, è tuttora una domanda che si insinua nella mente di tanti. La leggenda vuole che si sia trattato di una scelta casuale, e il successo di share che ne venne, composto da un soddisfatto pubblico eterogeneo alle prese con il cenone nell’attesa di scartare i regali, sia stato sufficiente a farla tramutarla in una singolare quanto bizzarra tradizione natalizia. Da rispettare di anno in anno, per oltre un ventennio. Con l’avvento dei social, venne addirittura creata una pagina sulla piattaforma del miliardario in ciabatte Mark Zukerberg, per tenere il conto durante l’anno di quanti sono giorni che mancano alla messa in onda di “Una poltrona per due”. Un'esperienza cinematografica che secondo i veri amatori andrebbe consumata in religioso silenzio, solo ed esclusivamente attraverso il televisore, nel rispetto del palinsesto previsto. Anche nell’era di Netflix e dell’on Demand. Ogni anno, infatti, il film intrattiene oltre 2 milioni di spettatori.

una poltrona per due2

 

 

Quel che sarebbe davvero lecito chiedersi è: ma è veramente un film adatto al Natale? E come fa ad essere così apprezzato, ancora oggi, un film che era politicamente scorretto anche nel 1983? In vero una pellicola basata sulla differenza “razziale” e sul dislivello socio-economico. Un inno al capitalismo più bieco, che vanta addirittura scene di eclatante zoofilia, oltre al tanto osteggiato blackface. Stracolmo di cliché: dal vecchio servitore nero con i guanti bianchi, al maggiordomo irlandese servile e privato di una coscienza al punto da sembrare un automa.

 

Dalla procace co-protagonista Jamie Lee Curtis, nel ruolo della prostituta in cerca di riscatto, al faccendiere senza scrupoli che vende informazioni riservate in borsa. Il tutto passando per seni nudi e droghe: “Polvere d’angelo, marijauna, allucinogeni, valium, pillole gialle, pillole rosse, macinino per cocaina, siringhe assortite!”. Dove il culmine estetico della dissacrazione viene raggiunto nella scena in cui il giovane yuppie decaduto, interpretato da Dan Aykroyd, se ne sta seduto triste su di un bus - come diceva Onassis nella celebre massima - travestito da babbo natale. Addentando insieme alla sua barba sudicia un salmone affumicato rubato dal ricevimento del suo ex club, poco prima di provare a suicidarsi. Minuti preziosi per la rappresentazione indelebile di un'apoteosi del fallimento in sequenza.

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Ecco tutto questo non fa altro che rendere “Una Poltrona per Due” una bella contro-favola che raccoglie una grande empatia in attesa del lieto fine. Ispirata in parte al racconto "Il principe il povero" di Mark Twain, e adattata dallo sceneggiatore di Tim Harris, che osservava con curiosità alcuni suoi conoscenti estremamente facoltosi che si divertivano ad andare a giocare e scommettere nei campi tennis dei bassi fondi, prima di tornare a godersi la vita sulla vetta dei loro Trading Places. La favola ispira il povero e consapevolizza il ricco. Nel finale poi, come piace a tutti i detrattori delle moderne epopee del cinema criminale, i giusti trionfano sui cattivi. Duramente puniti per soddisfare la sete di riscatto di uno spettatore medio che non ha maturato il mito controproducente del gangster.

 

Ma c’è di più. La commedia che Mediaset proietta da ventitré vigilie di Natale consecutive (con questa saranno ventiquattro), da allo spettatore una lezione semplice e non sempre considerata. Se vogliamo anche raffinata. Ci insegna ogni anno che passa una verità più valida di centinaia di morali complesse: non c’è nulla che non vada negli uomini. In principio essi sono tutti uguali, sebbene un’indole a livello genetico esista, ma tutti dovrebbero sapere quanto sia sovvertibile e riscattabile.

 

Una consapevolezza, questa, sulla quale andrebbe riflettuto non una volta l’anno, ma una volta al giorno. Come la bellezza, la fiducia è solo negli occhi di chi guarda. E sebbene il cinemetto d’autore italiano si sforzi ogni anno di più nel prendere le distanze da questi vecchi cult, propinandoci le stesse solfe e ingozzandoci di morali come fossero cilici su accoglienza e inclusione, su periferie onnipresenti, su spaccio e bullismo, in vent’anni di drammi impegnatissimi dove gli stessi attori, con la stessa colonna sonora paracula da estate amarcord italiano, un messaggio così semplice e permeante non è mai riuscito a veicolarlo. Anche nei buoni precetti e nel maturare buoni pensieri, l'abito fa il monaco. Questo andrebbe compreso e cambiato. Buone festività di.. ma cosa diamine sto dicendo? Buon Natale.

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