pier paolo pasolini

LA MORTE DI PASOLINI? UN SUICIDIO PER DELEGA! - IN UNA BOMBASTICA INTERVISTA DEL 1999 L’AMICO-PITTORE DEL POETA GIUSEPPE ZIGAINA RICOSTRUI’ LA DECISIONE DI PASOLINI DI DIVENTARE “MARTIRE PER AUTODECISIONE”: “ANNUNCIO’ LA SUA MORTE IN CODICE E PROGETTO’ ANCHE DI FILMARLA”

Stefano Lorenzetto per “il Giornale”

 

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Era quasi l’alba del Giorno dei Morti. A Pier Paolo Pasolini parve un buon giorno per morire. Anzi, l’unico possibile. Era un giorno particolare, quel 2 novembre del 1975: una domenica. Soltanto ogni sei anni la domenica coincide con il Giorno dei Morti. Pasolini «doveva» morire quel giorno.

 

Perché di domenica era morto, nel 1945, suo fratello Guido, di due anni più giovane di lui, partigiano di ispirazione nazionalista assassinato da guerriglieri comunisti. E di domenica, o in un giorno di festa, muoiono quasi tutti i protagonisti delle sue opere.

 

Ma Pasolini non si rassegnava a morire come un uomo qualunque. Voleva sopravvivere a se stesso, come Dante, come Shakespeare. L’oblio lo atterriva: «Non appena uno è morto si attua, della sua vita appena conclusa, una rapida sintesi. Cadono nel nulla miliardi di atti, espressioni, suoni, voci, parole, e ne sopravvivono alcune. Un numero enorme di frasi che egli ha detto in tutte le mattine, in tutti i mezzodì, le sere e le notti della sua vita, cadono in un baratro infinito e silente».

 

E allora si è fatto uccidere. Per non darla vinta alla morte che diventa congiura del silenzio. Di più: ha passato gli ultimi quindici anni della sua esistenza a programmare con meticolosità il come, il dove, il quando. L’ha perfino lasciato scritto: «Ucciso a colpi di bastone». Bastava saper leggere.

 

È quello che ha fatto Giuseppe Zigaina: s’è letto e riletto tutto Pasolini. Una, dieci, cento volte. Sopra, sotto, dietro, dentro le righe. Da 24 anni, da quando il suo amico Pier Paolo scelse di diventare «regista martire per autodecisione», Zigaina non ha fatto nient’altro che questo: leggere.

PASOLINIPASOLINI

 

E adesso che si avvicina l’alba di un altro Giorno dei Morti, l’ultimo del millennio, deve ancora una volta constatare d’essere stato un profeta inascoltato, l’unico capace di decifrare quello che lo scrittore e regista aveva definito «un giallo puramente intellettuale».

 

Inascoltato, Zigaina, nonostante i quattro libri che ha scritto sull’argomento per l’editore Marsilio (l’ultimo, Pasolini. «Un’idea di stile: uno stilo!», appena uscito). Osteggiato dai critici ufficiali e dai baroni delle università. I quali, accecati dalla superbia, non gli hanno perdonato d’essere arrivato per primo là dove la loro ben retribuita intelligenza, se non la loro cultura, avrebbe dovuto condurli.

 

Sono giunti al punto di retrodatare al 1° novembre la morte di Pasolini, facendo strame di referti medici e atti giudiziari. E hanno brigato perché fossero bandite dalla grande stampa le conclusioni di Zigaina sulla tragica fine dell’eretico friulano.

 

Settantacinque anni, pittore di fama internazionale, sposato, una figlia giornalista, Zigaina è friulano come Pasolini. Da sempre abita a Cervignano, in una casa strabiliante, formata da quattro edifici dalle vetrate immense aperte su un parco secolare. «Su questo prato demmo la festa per la conclusione delle riprese di Medea nella laguna di Grado.

 

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Pasolini mise al dito di Maria Callas un anello che mi aveva chiesto di comprarle, una tipica corniola di Aquileia. Lei, innamoratissima, intese che fosse il segno dell’avvenuto fidanzamento, suggellato da un bacio a mezzanotte. Un doloroso equivoco. La Callas mi telefonava disperata: “Perché Pier Paolo non mi sposa?”. E lui: “Sposarmi? Proprio adesso che devo fare San Paolo?”».

 

Quando conobbe Pasolini?

«Nell’autunno del ‘45. Io esponevo con altri a Tricesimo e Pier Paolo, critico d’arte del Mattino del Popolo di Venezia, venne per recensire la mostra. Entrammo subito in simpatia. Mi chiese: “Ma tu di dove sei?”. Di Villa Vicentina, vicino a Cervignano, risposi. “Pensa, io invece di Casarsa della Delizia”, e pronunciò Delizia, che è il nome del fiume locale, strascicando con dolcezza le vocali e alzando gli occhi al cielo. Ecco, lì c’è già tutto Pasolini».

 

In che senso?

«Perché con quel gesto mi dà un messaggio. Casarsa deriva da “casa arsa”, nella fattispecie dai Turchi, che quasi ogni anno passavano di qui. Com’è possibile che una casa bruciata richiami l’idea della delizia? Tipicamente pasoliniano. È un ossimoro, due termini contraddittori racchiusi in una stessa espressione. E nello sguardo rapito verso il cielo mentre sillaba la parola “delizia” si manifesta subito la sua diversità, non soltanto sessuale. Diversità totale».

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Della sua omosessualità parlavate mai?

«No. Restava un argomento sottinteso. Si andava in giro per il mondo, Parigi, Berlino, Londra, a mezzanotte lui mi riaccompagnava in albergo, e poi spariva per dare la caccia ai ragazzi di vita. Ma anche su altri temi i suoi discorsi non erano mai diretti».

 

Per esempio?

«Medea. “Sai, voglio fare un film sugli albori dell’agricoltura”, mi diceva, mentre lo portavo a vedere il mondo primitivo della laguna di Grado per le riprese. Io non capivo che si trattava di un messaggio di morte».

 

Non capisco neppure io.

PASOLINI DAVOLIPASOLINI DAVOLI

«Vede, occuparsi di paleoagricoltori significa per forza occuparsi dei loro sacrifici umani per propiziare abbondanti raccolti. E infatti Pasolini, col proprio sacrificio, spera di procurarsi raccolti culturali come poeta. Sceglie di farsi ammazzare a Ostia, dal latino hostia, che vuol dire vittima sacrificale. La particola che il sacerdote consacra durante la messa si sovrappone nella mente del lettore al nome della località laziale».

 

 

 

Ha voluto alludere al sacrificio eucaristico?

«Pasolini si definiva un cristiano delle origini. S’è sempre occupato di antropologia religiosa. Del Vangelo mi spiegava che era il più grande testo poetico che avesse mai letto. Ed è con la poesia che egli comunica al mondo il suo progetto di morte».

 

Quale poesia?

«Quali, perché ne compone più d’una. Innanzitutto Comunicati all’Ansa, che sono nove poesie, in cui descrive le ragioni e le fasi della sua terribile fine. In Comunicato all’Ansa (Ninetto) sono addirittura riassunte le sequenze del proprio “suicidio per delega”. E poi Una disperata vitalità, nove capitoletti, nell’ottavo dei quali Pasolini rivela tutto: “Mi decomporrò... sulle rive del mare in cui ricomincia la vita”. Ostia è sul mare, la vita è quella del dopo. “Ora è il tempo della psicagogica... È così che io posso scrivere temi e treni e anche profezie...”».

PASOLINI FALLACI CEDERNAPASOLINI FALLACI CEDERNA

 

Una sciarada.

«Trappole linguistiche per topi».

 

Noi lettori?

«Chi non sa interpretare».

 

Faccia un nome.

«Lo scrittore Enzo Siciliano, ex presidente della Rai, autore della prima biografia di Pasolini e suo massimo studioso. Ebbene Siciliano parla di psicagogia come conduzione delle anime in senso pedagogico. Un abbaglio. Pier Paolo non intendeva certo riferirsi, chessò, alla brava suora che educa i bambini. No. Apra un qualsiasi vocabolario: la cerimonia psicagogica era il rito con cui nelle antiche civiltà mediterranee si trasportava il defunto nella città dei morti. Quindi in quel verso c’è un messaggio funebre».

 

Continui.

«“Temi e treni”. I più grandi editori del mondo, dal newyorchese Pantheon al parigino Gallimard, hanno tradotto “temi in classe” e “treni accelerati”. Le pare possibile?».

 

Ha poco senso.

PASOLINI OMICIDIO PINO LA RANAPASOLINI OMICIDIO PINO LA RANA

«Bastava consultare il dizionario Zingarelli. Tra le definizioni di “tema”, alla quarta accezione, avrebbero trovato: “(Raro, letterario): Esempio”. Dunque: è così che posso dare esempi con la mia morte. E alla voce “treno”, seconda accezione: “Canto funebre”. Ha passato la vita, Pasolini, a parlare del gesto come esempio».

 

Stupefacente.

«Ora guardi questa pagina, la 467, del volume Le poesie che Garzanti pubblicò nel 1975, appena morto Pier Paolo. Lo vede com’è composta Una disperata vitalità?».

 

A epigrafe.

«Bravo, lei è giornalista e lo sa. Così i tipografi chiamano la composizione a righe centrate: a epigrafe. L’unica poesia composta in questo modo. Tutte le altre contenute nel libro sono a righe sbandierate da sinistra verso destra. Epigrafe non è forse sinonimo di annuncio mortuario nel linguaggio comune? Infatti all’inizio dice: “Conclusione funerea”. Sottinteso: della sua carriera di poeta. Cioè la morte. Vuole un altro esempio? Patmos».

 

Il poemetto scritto il giorno dopo la strage di piazza Fontana.

«Precisamente. Pasolini rievoca le 14 persone straziate dalla bomba alternando i suoi versi con quelli dell’Apocalisse. Cita tutti i morti per nome in ordine alfabetico, ma all’improvviso introduce una strana eccezione: nell’elenco mette Pietro Dendena prima di Paolo Gerli. In questo modo i nomi di battesimo delle due vittime vanno a formare il nome di battesimo suo: Pietro-Paolo, Pier Paolo».

PASOLINI OMICIDIOPASOLINI OMICIDIO

 

Fa venire la pelle d’oca.

«Non è tutto. Pasolini esclama: “L’è il dì di mort (tutti presenti)”, espressione in dialetto milanese che il poeta Delio Tessa usa in una sua lirica. Dopo ciascun nome delle vittime di piazza Fontana, il poeta scrive “presente”, che significa “morto”.

 

Ma quando arriva a Pietro Dendena e Paolo Gerli usa la parentesi: “(presente)”. Spiegazione: nel giorno dei morti tutti e due, Pietro e Paolo, saranno presenti, cioè morti. Pier Paolo sarà morto. La parentesi è una sospensione del senso della parola. Infatti siamo nel 1969 e lui è ancora vivo. Però sa già che di lì a sei anni morirà».

PASOLINI COMIZI AMOREPASOLINI COMIZI AMORE

 

Ma da dove scaturisce questa pulsione a porre fine ai suoi giorni?

«Ancora una volta è lui a svelarcelo: “O esprimersi e morire o restare inespressi e immortali”. E ancora, rivolgendosi a se stesso, “uccelletto friulano”: “Te ne andrai in un verso”. Cioè morirai facendo poesia. Pasolini vede la morte come un faro che illuminerà retroattivamente la sua opera e la sua vita. Ma non intende andarsene da sconfitto, passivamente. Per cui è lui, la vittima, a scegliere il suo carnefice».

 

Pino Pelosi detto la Rana.

pasolini e la callas in medeapasolini e la callas in medea

«Appunto. Un ragazzo di vita, con precedenti penali. Si conoscevano. Lo rimorchia in piazza dei Cinquecento e lo porta a mangiare. È mezzanotte e tre quarti quando escono dal ristorante Pomodoro, quindi siamo già al 2 novembre, lo ammette persino Siciliano, il che rende quindi grottesca la retrodatazione della morte di Pier Paolo al 1° novembre. Si appartano in un campetto di calcio a Ostia. Anche qui c’è una simbologia religiosa: il recinto sacro».

 

Pelosi sa del progetto? È consenziente?

«Non ha importanza. Ormai siamo regrediti a livello mitico, arcaico. Che senso ha un Abramo pronto a sgozzare il figlio primogenito Isacco per offrirlo in sacrificio al Signore? Il Rito Culturale è cominciato, la morale corrente a Ostia non ha più alcun valore».

 

Insomma, secondo lei Pasolini ha pagato Pelosi per farsi ammazzare?

«Non spettano a me le indagini di polizia. Le sentenze sono state scritte».

 

Ammettiamo che Pino la Rana fosse all’oscuro di tutto. Come fa lo scrittore a scatenare la sua furia omicida?

«Aggredendo per primo. Pasolini tenta di violentarlo con un palo di legno, un affronto intollerabile nel codice della prostituzione maschile, perché i ragazzi di vita sono sempre attivi, mai passivi.

PASOLINIPASOLINI

 

Ne nasce una feroce colluttazione, che consentirà poi a Pelosi di difendersi davanti ai giudici nel migliore dei modi e garantirsi così una mite condanna: mi ha assalito, ho perso la testa, gli ho dato una bastonata, sono salito in auto e scappando l’ho investito senza volerlo. Ma i giudici hanno lasciato un margine di dubbio su altri due sicari, che potrebbero essere stati pagati da Pasolini per completare l’opera di Pelosi. Nulla fu lasciato al caso».

 

Che intende dire?

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«Le perizie anatomopatologiche attestano che Pasolini è morto per schiacciamento del torace, provocato dalle ruote della Giulietta “nata sotto una cattiva stella”, come aveva scritto. L’auto gli passò due volte sul corpo. Lei sa come avveniva il rito sacrificale, presso le antiche civiltà contadine dalla Palestina al Perù, per propiziare messi rigogliose?».

 

No.

«Lo spiega l’antropologo inglese James Fraser. Alla vittima, ricoperta di spighe di grano, si schiacciava il torace, a imitazione di ciò che avrebbero fatto poi le pietre del mulino o il mortaio africano con i chicchi. Lei ha mai visto come sono fatti i crocifissi in Baviera?».

 

Circondati dagli strumenti del martirio, tipo chiodi e tenaglie, mi pare.

«Sì, anche. Ma soprattutto il Cristo è avvolto da spighe di grano. Del resto, scomparsi i riti pagani, non subentrano forse le rogazioni officiate dai sacerdoti a invocare dal Cielo il buon esito dei raccolti? L’aspersione con l’acqua santa non è altro che l’antico ricordo del sangue, un fiume di sangue, con cui sono state spruzzate per millenni le campagne.

 

In Medea vi è una chiara anticipazione: la vittima viene squartata e i fedeli bagnano col suo sangue il grano. E nella poesia Il giorno della mia morte Pier Paolo mette in epigrafe i versetti del Vangelo di Giovanni: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non morirà, rimarrà solo, ma se morirà darà molto frutto”».

 

pasolinipasolini

Pasolini ha finito per identificarsi col Nazareno?

«Be’, di sicuro abbiamo compreso con grande ritardo il messaggio che Pier Paolo ci mandò in uno dei suoi film più belli, Il Vangelo secondo Matteo, quando mise sua madre Susanna a piangere nelle vesti della Madonna ai piedi della croce».

 

In che periodo comincia in Pasolini l’ossessione del «martirio per autodecisione»?

«Fra il 1958 e il 1960 subentra una grande crisi esistenziale e poetica. Pier Paolo ha la “Visione” di ciò che dovrà essere la seconda metà della sua vita. Nella prima metà dice d’aver piantato “la pianta della Passione”, nella seconda pianterà “la pianta del Gioco”, e si giocherà il tutto per tutto: la vita nella memoria degli uomini, per i secoli dei secoli.

DAVOLI PASOLINI 5DAVOLI PASOLINI 5

 

È pressato da angosce indicibili. Non può permettersi di morire per un cancro o investito da un bus. Deve attendere che il 2 novembre coincida con una domenica. È già in ritardo rispetto alla morte del Cristo, avvenuta a 33 anni: ne saranno passati in tutto 20 quando metterà in atto il suo progetto. Muore infatti a 53 anni».

 

Siete sempre rimasti amici?

davoli pasolini 2davoli pasolini 2

«Sino alla fine. Dopo Medea ho collaborato con lui per Teorema e Decameron. Di quest’ultimo film bloccò le riprese perché s’era messo in testa che dovessi essere io a interpretare la parte del frate santo cui ser Ciappelletto confessa d’aver sputato in chiesa.

 

Mi chiamò costernato il produttore Franco Rossellini: “Ti prego, vieni a Bolzano. Pier Paolo non vuol saperne di girare senza di te. Con la troupe ferma perdiamo 60 milioni al giorno”. Alla fine mi decisi ad andare. Non dev’essere un caso che Bolzano sia stata l’unica città italiana disposta a ospitare la mia mostra Organizzar il trasumanar, che è già stata a Graz, Budapest, Madrid, Lipsia, Salisburgo e che raccoglie testi, foto, dipinti del “regista martire per autodecisione”. Resterà aperta fino al 7 novembre».

 

E tutto questo ostracismo nascerebbe dal fatto che un pittore ha preceduto i critici?

«E le pare poco?».

 

Oltre a Siciliano, chi?

«Graziella Chiarcossi, docente di filologia romanza alla Sapienza di Roma. Nipote di Pasolini. Vivevano insieme, lei, Pier Paolo e l’anziana madre. Gli ha fatto da assistente. Nel 1987 spedisco alla Chiarcossi il mio primo libro. Lei mi telefona e mi dice: “Molto razionale, ma non sono d’accordo con te”. Più sentita».

 

BETTI DAVOLI E CITTI AI FUNERALI DI PASOLINI BETTI DAVOLI E CITTI AI FUNERALI DI PASOLINI

E poi?

«Walter Siti e Nico Naldini, curatori, con la Chiarcossi, dell’opera omnia di Pasolini, quasi 5mila pagine, arrivata nelle librerie in questi giorni. Lì le mie tesi vengono per la prima volta riprese, ma al solo scopo di stravolgerle. Per i biografi ufficiali la morte di Pier Paolo è stata pura fatalità».

CADAVEDERE DI PASOLINI A OSTIA CADAVEDERE DI PASOLINI A OSTIA

 

Invece la morte per Pasolini era...

«Soprattutto libertà. Lo scrive in Empirismo eretico: “Libertà. Dopo averci ben pensato ho capito che questa parola misteriosa non significa altro, infine, nel fondo di ogni fondo, che... libertà di scegliere la morte”. E la sua aveva progettato persino di filmarla: lo scrive nelle Poesie mondane».

 

Che cosa pensa che farebbe oggi Pasolini se fosse ancora vivo?

«Pier Paolo vivo io non riesco nemmeno a immaginarmelo».

PASOLINI ZIGAINAPASOLINI ZIGAINA

(20 ottobre 1999)

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