OSCARAMA - MICHELLE OBAMA IN DIRETTA DALLA CASA BIANCA CHE ASSEGNA LA STATUETTA AD “ARGO”, CONFERMA IL NUOVO E SALDO LEGAME TRA HOLLYWOOD E WASHINGTON (ALTRO CHE CONTRINFORMAZIONE!) - È COME SE “FAT ASS” AVESSE BENEDETTO IL FILM, CHE PARLA DELLA FUGA DI 6 DIPLOMATICI USA DA TEHERAN - LA REAZIONE DELL’IRAN: “UNO SPOT PER LA CIA”...

Maurizio Molinari per "la Stampa"

È Michelle Obama la sorpresa della notte degli Oscar. Assegna in diretta dalla Casa Bianca il premio al miglior film con un colpo di scena che entra negli annali di Hollywood ma innesca la rabbia di Teheran: «E' stato uno spot per la Cia». Negli ultimi minuti della cerimonia sul palco c'è Jack Nicholson. Ha in mano la busta dorata con il nome del film vincitore ma anziché aprirla si volta a sorpresa verso un mega schermo che scende dall'alto, dicendo «Obama, hai la busta?».

Dal parterre dell'Academy Awards si leva un corale «Wow!» coperto dalle parole della First Lady. Ha una frangetta perfetta, indossa un vestito argentato firmato da Naeem Khan, è circondata dai marines in alta uniforme e si trova nella Diplomatic Room della Casa Bianca. Sorride tradendo un certo nervosismo. «Sono onorata di celebrare degli artisti fonte di ispirazione per tutti, soprattutto i giovani, grazie alle loro passioni, capacità e immaginazioni».

Michelle loda «tutti i film» nominati e ripassa la parola a Nicholson che li presenta. Appena finisce, Nicholson torna a guardare Michelle, che apre la busta e annuncia: «Argo». Anche Nicholson apre la busta, quasi a controllare che la First Lady non sbagli. I due gesti simultanei, al Dolby Theatre e alla Casa Bianca, entrano di diritto nella storia del cinema perché mai prima un appartenente alla First Family aveva annunciato un Oscar.

L'unico precedente di una partecipazione presidenziale risale al febbraio 1941 quando Franklin Delano Roosevelt parlò via radio per sei minuti all'apertura del XIII Oscar, dando inizio al grande show che, di generazione in generazione, rinnova la capacità dell'America di imporre il suo «soft power» in ogni continente.

Il blitz di Michelle è frutto di un'operazione top secret della Casa Bianca, riuscita a tenerne all'oscuro non solo i giornalisti accreditati ma gran parte dei collaboratori del presidente. Senza parlare degli invitati al gala dei governatori che, domenica sera, hanno visto la First Lady abbandonare la sala della cena. Kristina Shake, portavoce di Michelle, spiega che «è stata l'Academy a contattarci» e in effetti Hawk Koch, il presidente, si è recato di persona al 1600 di Pennsylvania Avenue per invitarla. Ma il vero regista dell'exploit di Michelle è il produttore più potente di Hollywood: Harvey Weinstein.

Due settimane fa, assieme alla figlia Lily, ha accompagnato sul suo aereo privato Koch a Washington, convincendo inoltre i produttori Craig Zadan e Neil Meron a sposare il progetto. Solo quando la First Lady ha accettato, Koch ha informato Nicholson mentre i produttori mettevano in atto un «cover up», scrivendo nel programma che i presentatori degli ultimi premi sarebbero stati Nicholson e Dustin Hoffman. Il blitz ha messo in risalto lo stretto legame fra gli Obama e Hollywood - dove Barack ha raccolto la percentuale maggiore delle grandi donazioni per la rielezione - sovrapponendosi a un film come Argo che esalta l'orgoglio americano.

Il racconto della fuga di sei diplomatici dalla Teheran della rivoluzione khomeinista testimonia infatti che l'America non ha dimenticato l'offesa della detenzione degli ostaggi nel '79. Affleck vi ha messo l'accento estendendo il pensiero alla «coraggiosa gente iraniana» che si batte per la libertà. E la risposta da Teheran è arrivata con un commento al fiele della tv di Stato che ha collegato la «presenza della First Lady» all'assegnazione di un Oscar «che in realtà è solo uno spot per la Cia». La rabbia degli ayatollah contro Argo è confermata dalla volontà di realizzare un controfilm, per raccontare la «vera storia» della detenzione della vicenda, di cui testimoni iraniani dell'epoca attribuiscono la responsabilità alle «scelte di Washington».

Il tutto alla vigilia dei negoziati multilaterali ad Almaty, in Kazakhstan, sulla sorte del programma nucleare iraniano. Alla sovrapposizione fra Hollywood, Casa Bianca e tensioni con l'Iran si aggiunge il tam tam dei commenti dei White House Press Corps: «Michelle non avrebbe mai potuto consegnare il premio a Katryn Bigelow» visto che il suo Zero Dark Thirty legittima il waterboarding sui terroristi, che Barack equipara alla tortura. Come dire: è un Oscar che ha davvero il sapore degli Obama.

 

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