wie gott uns schuf - il documentario con 100 coming out della chiesa tedesca - 7 coming out chiesa tedesca germania

LA GAIA CHIESA – IN GERMANIA C’È STATO UN CLAMOROSO COMING OUT COLLETTIVO: 100 LESBICHE, GAY, BISESSUALI E TRANSGENDER, TUTTI DIPENDENTI O COLLABORATORI DELLA CHIESA TEDESCA, HANNO CONFESSATO IL LORO ORIENTAMENTO SESSUALE, IN UN DOCUMENTARIO – TRA LORO CI SONO PRETI, SUORE, INFERMIERE, MONACI, CHE CHIEDONO ALLE GERARCHIE ECCLESIASTICHE DI SMETTERE DI ESCLUDERLI – L’APERTURA DEL VESCOVO DI AQUISGRANA, HELMUT DIESER: “LA RICHIESTA È GIUSTIFICATA. MI SCUSO A NOME DELLA CHIESA PER LE PERSONE FERITE O NON COMPRESE”

 

 

Elena Tebano per www.corriere.it

 

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È il più grande coming out del cattolicesimo: 100 fedeli lesbiche, gay, bisessuali e transgender, tutti attivi come dipendenti o collaboratori nella Chiesa tedesca, hanno fatto coming out in uno straordinario documentario realizzato dal primo canale della tv pubblica tedesca, Ard.

 

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Tra loro ci sono preti, monaci, suore, educatori ed educatrici, insegnanti, dottoresse e infermiere che lavorano per le cliniche cattoliche, referenti della Caritas, impiegati della curia. Chiedono alla Chiesa di cui fanno parte che smetta di escluderli. Rischiano moltissimo, perché possono essere tutti licenziati: l’autonomia garantita dalla Costituzione tedesca permette alla Chiesa di stabilire le sue regole interne.

 

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Tra queste c’è la clausola di lealtà che obbliga i dipendenti della Chiesa cattolica a vivere e comportarsi secondo la sua dottrina. Vivere apertamente la propria omosessualità, stringere un’unione civile o essere transgender vengono considerate altrettante violazioni di quell’obbligo di lealtà (in Italia la legge è diversa: la discriminazione sul lavoro è sempre vietata).

 

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Mai nella storia del cattolicesimo c’era stata una tale sfida alla dottrina della Chiesa sulle persone lgbt, che vede nell’omosessualità (e nella transessualità) una «predisposizione patologica incurabile».

 

Tra i cattolici che hanno partecipato al coming out di gruppo c’è il prete gesuita Ralf Klein, che vive nella Foresta Nera ed è parroco di due chiese. Secondo il Vaticano non sarebbe mai dovuto diventare sacerdote: lo è da trent’anni. «Se tu taci, porti al contempo anche gli altri a tacere» dice della sua scelta di fare coming out.

 

helmut dieser vescovo aquisgrana

«La scoperta del proprio orientamento sessuale è spesso legata alla sensazione di essere l’unico» aggiunge. Per Klein l’omosessualità non dovrebbe cambiare niente rispetto alla sua vocazione.

 

«Se io come prete prometto di non avere relazioni sessuali, la questione se io sia etero o omosessuale diventa irrilevante» spiega. «Io voglio far parte della Chiesa, non permetto che mi si costringa a uscire».

 

Non è il primo coming out della sua vita: racconta di averlo fatto anche quando era a Berlino, di fronte a una riunione con circa 200 membri della sua diocesi. La reazione all’epoca lo lasciò senza fiato: «Un enorme applauso. Una madre mi si avvicinò e mi abbracciò» ricorda con le lacrime agli occhi.

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Gli autori del documentario, che hanno seguito i fedeli lgbt+ tedeschi per dieci anni, hanno intervistato almeno altri 5 preti, che parlano per la prima volta della loro omosessualità. «L’obbligo di nascondersi ti rende solo» dice Fratello Norbert, un francescano, ora che finalmente non deve più osservarlo. Le loro parole riecheggiano quelle del monsignore e teologo vaticano Krzysztof Charamsa quando nel 2015 fece coming out sul Corriere: «Voglio che la Chiesa e la mia comunità sappiano chi sono: un sacerdote omosessuale, felice e orgoglioso della propria identità. Sono pronto a pagarne le conseguenze, ma è il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana» disse Charamsa allora.

 

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«Naturalmente mi può essere revocata la missio canonica e dunque anche l’autorizzazione a insegnare la religione cattolica. Ciononostante penso che sia importante far vedere il proprio volto, far sentire la propria voce e dire che ci siamo, che ci sono» dice Lisa Reckling, insegnante di religione cattolica di Goch.

 

«Ogni giorno c’è il pericolo che qualcuno segnali che vivo in una relazione “irregolare” con un uomo. E che le autorità ecclesiastiche lo verifichino» dice Maik Schmiedeler, insegnante di religione di Münster, che da oggi non deve aver più paura di una «delazione» perché ha scelto di dichiararsi in tv, in nome di quella coerenza tra pensiero e azioni che è uno dei tratti più forti del carattere tedesco.

 

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Anche Theo Schenkel, un ragazzo trans del Baden Wüttenberg, rischia di non poter insegnare religione. Ha iniziato la sua transizione nel 2020, mentre studiava per diventare docente. Ora sta facendo il tirocinio, perché a garantirlo è lo Stato (nelle scuole tedesche ci sono insegnanti di confessioni diverse), ma per avere l’abilitazione deve essere autorizzato dalla Chiesa cattolica, per cui è ancora una donna. Non succederà.

 

Chi ha perso l’impiego è Carla Bielieng, per 13 anni referente per i giovani cattolici in Saarland: le è stato detto dai responsabili per il personale della sua diocesi che avendo stretto un’unione civile con la compagna non poteva più lavorare per la Chiesa, ma che se l’avesse sciolta avrebbe potuto mantenere il contratto di lavoro. Quando glielo hanno proposto era incinta: lei e la moglie aspettavano il loro secondo figlio. Mancavano 14 giorni all’entrata in vigore del divieto di licenziamento per le donne in gravidanza.

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Poi ci sono Monika Schmelter e Marie Kortenbusch, due ex suore che si sono conosciute e innamorate in convento: stanno insieme da 40 anni. Hanno lasciato l’ordine ma continuato a lavorare per la Chiesa e hanno dovuto nascondersi per una vita intera: «Abbiamo fatto in modo di lavorare molto lontano da dove abitavamo: facevo 130 km al giorno andata e ritorno» racconta Monika. «La mia vita lavorativa è stata condizionata dal fatto che dovevo sempre controllarmi. E questo rende la vita, anche la vita lavorativa, un peso enorme» aggiunge.

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Molte delle persone intervistate fanno il loro coming out con le lacrime agli occhi: sono lacrime di commozione, per la «paura» che hanno dovuto superare, e la consapevolezza che il rischio che corrono è necessario se vogliono cambiare un’istituzione che amano e di cui si sentono parte. Ma anche di sollievo, perché non doversi più nascondere è «una libertà».

 

Le parole più dirompenti del documentario, però, sono quelle del vescovo di Aquisgrana, Helmut Dieser, l’unico dei 27 vescovi cattolici della Germania che ha accettato di farsi intervistare (e anche uno dei più trasparenti nella lotta alla pedofilia nella Chiesa tedesca). Dieser dice che la richiesta di cambiare il diritto canonico per permettere a gay, lesbiche, bisessuali e transgender di lavorare per la Chiesa è «giustificata».

 

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Che lui è stato il primo a cambiare il suo atteggiamento: prima «accettava gay» e lesbiche, ma pensava che avessero «qualche forma di minorità, di mancanza». Ora ha fatto «un passo più in là», dice: «l’omosessualità è un orientamento di base che appartiene agli esseri umani». Il vescovo Dieser, infine chiede scusa: «Mi scuso a nome della Chiesa per le persone che sono state ferite o non comprese nei loro incontri pastorali — scandisce —. Mi scuso perché la Chiesa non era pronta».

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La sua presa di posizione non è l’unica apertura nella Chiesa su questi temi: il mese scorso Papa Francesco ha scritto a suor Suor Jeannine Gramick, 79 anni , da cinquant’anni si occupa negli Stati Uniti delle persone lgbt+ e l’ha ringraziata personalmente per il suo impegno.

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