gaia dominici

MASAI, CHE PACCHIA! L’INCREDIBILE STORIA DELLA 28ENNE GAIA NATA IN COLOMBIA E CRESCIUTA A GENOVA. ORA VIVE TRA I MASAI. “NELLA MIA CASA DI FANGO SONO FELICE” - LA FOTOGRAFA ITALIANA HA SCELTO DI RESTARE ALLE FALDE DEL KILIMANGIARO CON IL MARITO NTOYIAI. SI ALZANO SEGUENDO IL RITMO NATURALE DEL SOLE. NON HANNO ENERGIA ELETTRICA NÉ ACQUA CORRENTE. PER CUCINARE UN BRACIERE SUL FUOCO, IL RIFORNIMENTO DI ACQUA È GARANTITO DA UN POZZO A 5 CHILOMETRI...

Giuliana De Vivo per corriere.it

 

gaia dominici

Gaia Dominici ha 28 anni e diverse vite alle spalle. In quella che vive adesso è anche Naramatisho, che vuol dire «persona che si occupa degli altri e su cui gli altri possono contare». È il nome che le hanno dato i membri della comunità masai dove vive, in Kenya, assieme a suo marito Ntoyiai e alla loro bimba di 9 mesi, Lily Rose Naresiai («persona con ricchezza»).

 

Lì, al confine con la Tanzania, in mezzo a due parchi naturali, abitano in un boma, l’area recintata dove si tiene il bestiame e dove sorge l’enkaji, tradizionale abitazione con tetto di foglie e struttura in legno, ricoperta di un miscuglio di sterco di mucca e fango. Si alzano, senza sveglia, semplicemente seguendo il ritmo naturale del sole. Non hanno energia elettrica né acqua corrente. Per cucinare un braciere sul fuoco, il rifornimento di acqua è garantito da un pozzo a 5 chilometri, per il quale pagano 1,8 euro al mese.

 

gaia dominici

«La vita qui è molto comunitaria. Ci si aiuta sempre a vicenda. Oggi tu, domani io», spiega Gaia. «La tradizione masai presupporrebbe differenti mansioni tra uomo e donna, ma noi rappresentiamo una diversità perché facciamo tante cose assieme». È stato sempre così, racconta, da quel colpo di fulmine la prima volta che si sono incrociati, nel 2014, mentre lei era lì a scattare ritratti fotografici.

 

 

Per capire come una 28enne cresciuta in Italia scelga di vivere in un posto tanto diverso, bisogna partire dalla sua prima vita, della quale non ricorda nulla: aveva 2 mesi e mezzo quando mamma Luisa e papà Remo l’hanno adottata da Santa Fe de Bogotà (Colombia), dov’è nata nel 1992, portandola a Genova. Assieme ai genitori e al fratello, adottato sempre dalla Colombia qualche anno dopo, viaggiano tanto, «dai campeggi ai resort di lusso, ci hanno abituati alla flessibilità».

 

gaia dominici

Gaia si diploma al Classico, poi parte per l’Australia. «Forse per il fatto di essere stata adottata, avevo sempre bisogno di vedere altre realtà, cui sentivo che sarei potuta appartenere. Cercavo la mia altra possibile vita». Grazie alla mamma che le regala una reflex di seconda mano, scopre la vocazione per la fotografia. Tornata in Italia, sceglie il corso di fotogiornalismo della Falmouth University, in Cornovaglia. Ma poco prima di partire la causa di quei dolori che periodicamente la tormentavano già prima dell’Australia viene identificata: artrite reumatoide poliarticolare, malattia cronica del sistema immunitario che distrugge le articolazioni.

 

Gaia parte comunque. «Mia mamma veniva e mi portava i farmaci. Per il resto mi facevo le iniezioni da sola, ho imparato a sopportare il dolore. La malattia ti fa crescere. Cambiano le priorità: prima era lo shopping, da allora è stato camminare». Durante l’università — «in quelle inglesi insegnano a essere un professionista e stare sul mercato» — Gaia passa un mese in Brasile documentando il turismo sessuale. Per la work experience del secondo anno viene accettata la sua domanda per andare in Kenya.

 

«Voglio precisarlo: non sono andata lì né per vacanza né per volontariato, ma per lavoro, in contatto costante con l’ateneo e con autisti, interpreti e sicurezza». La comunità dove Gaia vive con Ntoyiai e la loro bimba è composta da circa 500 persone, è «un posto sicuro immerso nella natura, ma sarebbe sbagliato pensare che chiunque possa prendere e partire per il Kenya come nulla fosse».

gaia dominici

 

Dal 2014 Gaia- Naramatisho e Ntoyiai non si sono più lasciati, neppure nei momenti più acuti della malattia, come nel 2016, quando lei è dovuta tornare in Italia per farsi impiantare una protesi al polso. Nel 2018 si sono sposati nel municipio di Nairobi,la città dove è nata anche la bimba: «Con la mia malattia posso dire purtroppo di avere esperienza di ospedali e in quello di Nairobi è stato tutto perfetto, nonostante lei sia nata a 34 settimane».

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