afghanistan genitori affidano figli ai militari

"NON GIUDICATECI. QUI I NOSTRI FIGLI RISCHIANO DI ESSERE UCCISI O RAPITI E ADDESTRATI PER DIVENTARE KAMIKAZE, LE NOSTRE FIGLIE RISCHIANO LO STUPRO” – LA DISPERAZIONE DEI GENITORI AFGHANI CHE STANNO CERCANDO DI FAR FUGGIRE I FIGLI DAI TALEBANI AFFIDANDOLI A CHI PUÒ PROTARLI VIA DAL PAESE – L’UOMO CHE AVEVA AFFIDATO IL FIGLIO AL MILITARE AMERICANO ATTRAVERSO IL FINO SPINATO, ALL'AEROPORTO INTERNAZIONALE DI KABUL, E DIVENTATO SIMBOLO DEL DRAMMA AFGHANO, HA RAGGIUNTO IL BAMBINO CHE È IN CURA IN UN OSPEDALE IN NORVEGIA

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1 - «IL PATTO CON MIO MARITO: AFFIDIAMO NOSTRO FIGLIO A CHI LO PORTERÀ VIA DA QUI»

Greta Privitera per il “Corriere della Sera”

 

Prima di chiudere la porta di casa, Inas e il marito Salah fanno un patto. Un patto a sottrazione: «Se non riuscissimo a partire tutti e tre, ci provate tu e il bambino», le dice lui. Poi tocca a Inas sottrarre: «Se dovessero fermare anche me, tentiamo con Ayman». 

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Che vuol dire tentiamo di affidare la vita di nostro figlio di tre anni a degli sconosciuti. A un'altra famiglia che riesce a partire, ai volontari di una Ong, a un soldato che allunga le braccia dietro un filo spinato. «Salah ha solo annuito», ci racconta lei in una videochat che fanno dal tetto di casa, vicino al centro di Kabul. 

 

Alla fine come è andata? 

«Non siamo riusciti nemmeno a entrare in aeroporto. Durante il percorso siamo stati fermati due volte dai talebani che sbattevano il Kalashnikov sul vetro della nostra auto. Poi uno di loro ha infilato la testa nel finestrino: "Devo andare in ospedale", gli ho detto, e ci hanno fatto passare. Ayman piangeva disperato». 

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Poi?

«C'era una marea di gente davanti all'ingresso. Centinaia di famiglie come la nostra, tantissimi bambini. Ci picchiavano sulle gambe con dei cavi. Avevamo paura che ci sparassero e allora siamo tornati a casa». 

 

Se foste riusciti a passare, avreste davvero avuto il coraggio di dare Ayman a un soldato per salvarlo? 

«Certo, lo farei anche ora. È da quel giorno che io e mio marito progettiamo di partire: la nostra priorità è mettere al sicuro Ayman e se questo volesse dire separarci da lui saremmo pronti a farlo. Kabul è morte, tutto il resto è meglio. Vi prego, non giudicateci. Siamo madri e padri come voi. Qui i nostri figli rischiano di essere uccisi o rapiti e addestrati per diventare kamikaze, le nostre figlie rischiano lo stupro. Voi che cosa fareste? Io sono pronta a dargli un futuro e a morire di dolore. Anche le mie amiche dicono la stessa cosa».

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 Che cosa ha provato nel vedere i video di quei bambini passati ai soldati? 

«Ho pianto e ho pensato che cosa avrei detto a mio figlio prima di passarlo a quegli uomini. E non mi è venuto in mente niente. Non so che cosa farei, come lo bacerei, come lo stringerei. O forse la mia testa prova talmente tanto dolore a formulare un pensiero simile, che non me lo lascia fare. Però poi ho anche pensato: quei bambini e quelle famiglie sono fortunati, scappano da questo inferno. Sentite?».

 

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Chiede se sentiamo gli spari dalla strada. Non li sentiamo, ma capiamo la paura che ha da come sbarra gli occhi e si guarda intorno. Ci racconta che questa è la prima volta che escono di casa, internet prende bene solo sul tetto. «Da quando siamo tornati dall'aeroporto non siamo andati nemmeno in balcone, viviamo con le tende tirate». 

 

Come sta Ayman? 

«Ha paura di ogni rumore e la notte non dorme. Due dei miei nipoti non parlano da tre giorni. Sono nata nel 2001, conoscevo il regime talebano dai discorsi della mia famiglia. Ho studiato. Avrei preferito che gli americani non se ne fossero andati». 

 

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Si è sentita tradita? 

«No. Vorrei però che qualcuno ci aiutasse a uscire di qui. Va via solo chi ha un foglio, un'email di un Paese straniero. Noi non abbiamo niente. Devo pensare a come salvare mio padre che è malato ed è un ex collaboratore del governo. Viviamo con la paura che qualcuno sfondi la porta e ci uccida. A volte penso che sia una fortuna che tre mesi fa mamma sia morta di Covid, non avrebbe retto tutto questo. Lei sì che sapeva che cosa vuol dire separarsi dai figli». 

 

Perché?

«Mia madre, come molte donne afghane, dieci anni fa ha lasciato andare due figli ancora minorenni in Europa, a piedi. Piangeva ogni giorno, non li ha più visti, ma la loro felicità valeva tutto per lei».

 

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2 - IL NEONATO DAL PADRE AL SOLDATO

Dal “Corriere della sera”

 

Un padre passa il figlio a un soldato americano attraverso il fino spinato, su un muro all'aeroporto internazionale di Kabul e in mezzo alla calca, nella speranza che il suo bambino abbia la certezza di raggiungere la salvezza. Questo video è diventato uno dei simboli del dramma afghano. 

 

Stando alla ricostruzione del Pentagono un papà aveva chiesto ai militari statunitensi di prendere il figlio e fornirgli le cure mediche. L'uomo ha poi raggiunto il bambino che è in cura in un ospedale in Norvegia.

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