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L’INFLUENCER DELLA FEDE – DOMANI CARLO ACUTIS, IL 15ENNE CHE CON OGNI PROBABILITÀ DIVENTERÀ IL PATRONO DI INTERNET, SARÀ PROCLAMATO IL PRIMO BEATO MILLENNIAL AD ASSISI: CRESCIUTO IN UNA FAMIGLIA DI NON PRATICANTI, NELLA SUA STANZA, ALL’INSAPUTA DEI GENITORI, HA REALIZZATO UN NUOVO MODO DI ANNUNCIARE IL VANGELO ATTRAVERSO APP E VIDEO – FULVIO ABBATE: “IL RACCONTO VISIVO DELLA SECOLARIZZAZIONE, CON LUI, IN LUI, IN QUEL “CASUAL” GIOVANILE, SEMBRA IRROMPERE D’IMPROVVISO NELLA RAPPRESENTAZIONE SACRA FINO A…”

Franca Giansoldati per "Il Messaggero"

 

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Dietro la teca di cristallo colpisce il volto di adolescente ricostruito grazie a una maschera di silicone. Il capo è adagiato su un cuscino. Sembra che Carlo Acutis stia ancora dormendo. Il suo corpo è stato traslato in questi giorni ed esposto alla venerazione dei fedeli, ad Assisi, in attesa che venga beatificato domenica nella basilica superiore di San Francesco.

 

Con ogni probabilità sarà lui il patrono di Internet. Jeans, rosario e computer. Carlo era il ragazzino della porta accanto, amava giocare a calcio, andare in montagna e aveva la passione per i computer. Di pari passo però coltiva

 

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va una fede incredibile in Dio pur essendo cresciuto in una famiglia non praticante. Nella sua stanza, all'insaputa dei genitori, realizzava un nuovo modo di annunciare il Vangelo attraverso app e video. Come quando progettò la mostra sui miracoli eucaristici, che continua ancora oggi a girare nel mondo. La mamma, Antonia Salzano, ha raccontato che il figlio giocava a fare lo scienziato informatico, si divertiva a registrare i filmati con la sua telecamera, a montarli fino a specializzarsi, richiedendo riviste tecniche solitamente usate nelle facoltà di ingegneria informatica. Un piccolo genio.

 

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ROSARIO Carlo è nato a Londra nel 1991 ma è vissuto a Milano. E' morto nel 2006, a soli 15 anni di leucemia fulminante con il sorriso sulle labbra, rincuorando i genitori e i parenti sul fatto che era certo che avrebbe fatto un bellissimo viaggio nella luce. Ormai in casa nessuno si stupiva più. Nei suoi impegni quotidiani da tempo aveva messo al centro del suo cuore, Gesù.

 

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Lo studiava, lo pregava, ne parlava in continuazione. Per questo la Chiesa pensa che la sua vita, seppur breve, sia stata vissuta con totale santità. Papa Francesco lo ha dichiarato venerabile nell'estate del 2018, additandolo come esempio per tutti i giovani nella Christus vivit, un documento nel quale affermava che «attraverso la santità dei giovani la Chiesa può rinnovare il suo ardore spirituale e il suo vigore apostolico». Carlo ripeteva sempre il suo motto: «Per Cristo con Cristo e in Cristo».

 

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Una sorta di nativo digitale dell'Eucarestia. Ai genitori il ragazzino chiedeva di poter partecipare alla messa e quando recitava il rosario, nell'iniziale sbigottimento della mamma e del babbo, spiegava candido che era la sua autostrada per il cielo. La signora Salzano da tempo sta girando l'Italia per fare conoscere la storia a dir poco strabiliante del figlio. Lei stessa spiega che basta leggere i diari che ha lasciato suo figlio, oppure la mostra virtuale che Carlo aveva progettato sui miracoli eucaristici.

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L'EVENTO Ad Assisi si sta preparando un grande evento per quel ragazzino che, con le sue felpe e i jeans, ha dato una scossa al web. Basta vedere quanti sono i siti e i blog dedicati alla sua testimonianza. Al Santuario della Spogliazione e' stata aperta la sua tomba per consentire ai fedeli la venerazione, ovviamente contingentata a causa del Covid.

 

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E quando e' emersa l'immagine di un giovane che sembrava solo dormire, con la sua tuta da ginnastica, sui social in molti hanno gridato al miracolo. Il vescovo di Assisi, monsignor Domenico Sorrentino ha dovuto precisare che il corpo di Carlo non è incorrotto (come è accaduto nella storia a qualche santo), si tratta semmai di un trattamento specifico che unito alla maschera di silicone offre allo sguardo l'immagine reale di un adolescente che dorme. Ma per la gente è un dettaglio secondario. Per tutti è già santo.

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Fulvio Abbate per "www.huffingtonpost.it"

 

Per raccontare la storia del ragazzo che sarà presto beato, Carlo Acutis, giungono forse perfette le parole di Simone Weil, introducendo il laico alla comprensione di una parabola esistenziale tragicamente breve e insieme esemplare, segnata dalla vocazione religiosa. “La plénitude della croix” - la pienezza della croce - scrive Simone per indurre alla comprensione dell’assoluto iconico cristiano, anzi, cristologico, in una sorta di incanto mistico.

 

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Un cammino che, nel caso di Simone, nata ebrea, poi miliziana tra gli anarchici della “Colonna Durruti” nella Spagna del 1936, vede infine la sua conversione al cristianesimo: la pienezza che restituisce il chiarore sul cosiddetto cammino spirituale, una vocazione, un’illuminazione, direbbero, altrove, Juan de la Cruz e Rimbaud.

 

L’immagine del ragazzo Carlo Acutis, nelle prossime ore destinato agli “onori degli altari”, in cammino verso la canonizzazione, disteso nella sua teca nella chiesa di Assisi, al di là d’ogni possibile riflessione sulla grazia, custodisce qualcosa di altrettanto straordinario già nel suo dato visivo immediato.

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Carlo muore quindicenne di leucemia fulminante, in lui si mostra una storia tragica, ingiusta e insieme esemplare: il racconto della vocazione. Ora eccolo composto nel suo letto di santità, intatto nei sogni e nel suo tempo: la tuta sportiva blu, indumento da ragazzo, da escursionista, le “Nike” ai piedi, la quiete nel volto ricostruito con una maschera di silicone, i riccioli.

 

Il racconto visivo della secolarizzazione, con lui, in lui, in quel “casual” giovanile, sembra irrompere d’improvviso nella rappresentazione sacra, fino a farsi segno di incarnazione del messaggio cristiano nella contemporaneità. Nella sua iconografia ulteriore, l’immagine di Carlo fa trionfare visivamente il quotidiano ordinario. Dove le “Nike” ai piedi prendono il posto dei sandali di Francesco un tempo.

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Carlo Acutis, leggo, sarà forse il primo beato 2.0, sorta di angelo custode della rete, a protezione delle vie telematiche, dall’immobilità della sua teca. Così come San Cristoforo si mostra dai magneti che dimorano sui cruscotti delle auto, patrono degli automobilisti, e ancora di pellegrini, autieri, barcaioli, viaggiatori, piloti, camionisti, ferrovieri, allo stesso modo Carlo resterà per molti, idealmente, a protezione delle mail, trasfigurate nella particola che San Tarcisio ha con sé quando martirizzato durante la persecuzione dei cristiani al tempo di Aureliano.  

 

Idealmente, Carlo va ancora immaginato accanto a Rita da Cascia, santa dei miracoli impossibili, a lei Yves Klein, l’artista più mistico del secolo trascorso, l’inventore del Blu, volle consegnare un proprio ex voto composto dei pigmenti puri e lingotti d’oro.

 

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Come Pier Giorgio Frassati, Carlo Acutis è un ragazzo dell’alta borghesia del Nord affluente, nelle sue parole l’eucaristia si trasfigura in “Un’autostrada per il Cielo”. Tra le sue passioni, leggo ancora, “l’informatica, per la quale mostrava un grande talento, e della quale si serviva per testimoniare la fede attraverso la realizzazione di siti web”. Carlo muore nel 2006, il 12 ottobre, adolescente. Nell’aprile del 2019, nella basilica inferiore di San Francesco, i suoi resti, dopo esser stati riesumati e preservati nel processo di imbalsamazione, sono stati traslati al Santuario della Spogliazione di Assisi, il suo monumento funebre bianco, simile a una vela, è posto nella navata di destra.

 

Osservarlo lì disteso dà la sensazione che il sigillo del racconto cristiano della morte nella sua forma più crudele e penitenziale sia stato infine spezzato. Non l’austerità di un San Carlo da Sezze, immobile nel suo saio, nella chiesa romana di San Francesco a Ripa, a pochi passi dal sacello di Giorgio De Chirico.

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Neppure la compostezza cerimoniale di Papa Giovanni nei paramenti porpora, pianelle, cotta rossa bordata di bianco, guanti a nascondere le mani ormai pietrificate; Giovanni XXIII, esposto alla devozione e allo sguardo dei fedeli nella basilica di San Pietro, infine santo.

 

Osservando le spoglie di Carlo lì nella teca giungono semmai agli occhi i mutamenti del costume che hanno interessato l’insieme della Chiesa cattolica, il ricordo delle prime “messe beat”, a Roma nell’aprile del 1966, un tempo in cui ancora sembrava che le chitarre, i capelli lunghi, gli stivaletti di Ringo, George, John e Paul fossero roba estranea, se non blasfema, rispetto all’adorazione cristiana, all’Agnus Dei, alla comunione, orpelli nemici delle vere funzioni religiose. Nella percezione di ciò che chiameremo “look” devozionale di Carlo Acutis, di ciò che rimane del corpo di ragazzo, vive la discontinuità rispetto al racconto iconografico altrove spettrale e mortuario della tradizionale deposizione cristiana.

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