spedali civili brescia coronavirus

LA TERZA ONDATA SI POTEVA PREVENIRE? GABRIELE TOMASONI, DIRETTORE DEL DIPARTIMENTO EMERGENZA DEGLI SPEDALI CIVILI DI BRESCIA: "DOPO NATALE I CONTAGI HANNO PRESO A SALIRE. DOVEVAMO CHIUDERE ALMENO UN MESE PRIMA. NOI MEDICI E ANESTESISTI LO SAPEVAMO, MA NESSUNO CI ASCOLTA. COS'È CAMBIATO IN UN ANNO? I PROTOCOLLI SONO MIGLIORI, PERÒ LA RISPOSTA AL VIRUS CONTINUA A ESSERE MOLTO SOGGETTIVA E..."

Marco Imarisio per il "Corriere della Sera"

 

 

 

il dottor gabriele tomasoni

«Oggi siamo a 47 su 47. Lo so che sui bollettini c'è scritto 45, ma ieri notte abbiamo avuto un'altra emergenza e abbiamo creato due posti di terapia intensiva in più».

 

Le cose vanno davvero male quando neppure le fredde cifre danno sollievo. Quando anche la razionalità dei numeri descrive una realtà difficile da sostenere. Ormai è più di un anno che Gabriele Tomasoni comincia le sue giornate facendo di conto.

 

il medico gabriele tomasoni

È il direttore del Dipartimento emergenza degli Spedali Civili di Brescia, una città che non è quasi mai uscita dalla lunga notte della pandemia. Tocca a lui gestire e organizzare terapie intensive, anestesie e i tre Pronto soccorso dell'ospedale cittadino. È un cattolico praticante, un uomo di fede.

 

«A differenza dello scorso marzo, oggi abbiamo protocolli di cura, che applichiamo in modo preciso. Ma la risposta al virus continua a essere molto soggettiva, variabile in modo estremo da un organismo all'altro. Questa è una patologia dove due più due spesso fa cinque. E così, capita di perdere delle vite senza una vera ragione, all'improvviso. Una tragedia che ogni volta fatico ad accettare».

 

Come è possibile essere ancora in una situazione di assoluta emergenza?

«Ci sono tanti fattori. Uno è senz'altro l'abbassamento collettivo delle misure precauzionali, che questa estate furono ridotte a zero, creando la premessa per un rilassamento generalizzato che tuttora permane».

 

È il peccato originale?

medici e infermieri covid 19

«Con il senno di poi, siamo stati troppo permissivi. Ma non dimentichiamo che uscivamo da un confinamento durissimo. Se a giugno lo avessero rinnovato, io stesso avrei avuto molti dubbi».

 

Oggi li avrebbe?

«Credo che il dilemma rimanga tale e quale. Ognuno di noi è combattuto tra un rigore che appare necessario e il bisogno di vivere e di sopravvivere a livello economico».

 

Era prevedibile il ritorno all'emergenza di un anno fa?

«I cicli erano già stati previsti, anche se molti hanno finto di non sapere. Noi anestesisti ce la aspettavamo più degli altri. Per questo dico che le restrizioni della seconda e della terza ondata avrebbero dovuto essere anticipate di un mese almeno. Abbiamo perso tempo, continuiamo a perseverare nello stesso errore».

 

gabriele tomasoni

Come facevate a saperlo?

«I dati clinici di Brescia e della sua provincia ci hanno dato un preavviso di quel che sarebbe accaduto. Fino a dicembre 2020 abbiamo tamponato una situazione non bresciana. Accoglievamo nelle terapie intensive un 40 per cento di pazienti da altre province, soprattutto dall'hinterland milanese. Una situazione che riuscivamo a gestire».

 

Quando è arrivato il nuovo punto di rottura?

«Subito dopo le feste, ancora una volta. I contagi hanno preso a salire in modo quasi esponenziale. Anche nella nostra provincia. A febbraio, abbiamo avuto 1.200 casi in sole 24 ore. Era chiaro che sarebbero saliti i ricoveri».

 

coronavirus brescia

Eravate preparati?

«A giugno avevamo organizzato l'ospedale per poter reggere a un aumento brusco di degenze. Nell'urgenza, sappiamo cosa fare. Per fortuna».

 

Allora perché siamo di nuovo sotto pressione?

«Forse bisognerebbe ascoltare di più la voce degli ospedali. Noi anestesisti, pneumologi, rianimatori, siamo i canarini nella miniera di questa pandemia. E nessuno ci chiede mai nulla».

 

Per quale ragione?

«Non è facile darci ascolto. Significherebbe fare scelte impopolari, che a volte pesano sull'economia, sull'intera popolazione, e sulla immagine e i sondaggi del governante di turno».

 

contagi a brescia

Ci sono stati errori di comunicazione?

«Se vuole chiamarli così... Non mi riferisco solo al governo. E non sono giudice di nessuno. Ma ho ascoltato troppe affermazioni illusorie. Anche da parte di miei colleghi illustri. C'è stata la fase della banale influenza, della ridotta carica virale, del caldo che aiutava. Gli auspici spacciati per verità senza cautela, hanno contribuito a cambiare la percezione della gente. Questa non è una partita di calcio. Si segue la scienza e solo quella. Altrimenti, meglio, si tace».

 

Come va oggi nel suo ospedale?

terapie intensive

«La struttura reagisce bene. All'inizio della pandemia avevamo 27 posti in terapia intensiva. Oggi sono 47 dedicati al Covid, più altri 24 tra cardio-rianimazione e pediatria. Ma il personale è sempre quello, ed era già poco in tempo di pace. Ogni mattina, quando vedo i miei colleghi medici e infermieri con lo sguardo stanco, con la fatica che si legge negli occhi e nelle spalle sempre più inclinate, provo gratitudine. Ma anche tanta rabbia».

 

spedali civili di brescia

Verso chi?

«Non mi faccia accusare nessuno. Anzi, durante la pandemia c'è stata molta disponibilità da parte delle istituzioni. Solo che non basta. Negli ultimi 15 anni ci sono stati tagli su tagli alla Sanità. A ogni legge finanziaria si riducevano i budget del 4-5 per cento, creando così una falla mostruosa. Siamo pochi, ecco come va. In una situazione normale avremmo retto, adesso facciamo fatica».

 

ricoveri a brescia

Ne usciamo?

«Ho assoluta fiducia nell'uomo. Nonostante tutti i nostri pasticci, ce la faremo. Non possiamo sentirci immuni da niente, e dobbiamo essere accorti. Ma con l'impegno e con comportamenti seri, sconfiggeremo questa pandemia. A patto che tutti, nessuno escluso, facciano la loro parte».

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