sandra amurri travaglio mieli

IL CASO BONAFEDE-DI MATTEO NON È AFFATTO CHIUSO: STASERA SANDRA AMURRI, GIORNALISTA CHE DA SEMPRE SEGUE L'ANTIMAFIA SICILIANA, SARÀ A ''NON È L'ARENA'' DI GILETTI. MA TRAVAGLIO, DIRETTORE DEL QUOTIDIANO PER CUI LAVORA, NON L'HA AUTORIZZATA A PARTECIPARE - MIELI: IL ''MARE DI MELMA'' CHE HA INVESTITO LA MAGISTRATURA: ''UN CAMBIAMENTO VIRTUOSO SI AVRÀ SOLO QUANDO UN MAGISTRATO DARÀ BATTAGLIA AL SISTEMA DEGENERATO DELLE CORRENTI. A TESTA ALTA, MENTRE È ANCORA IN SERVIZIO. METTENDO NEL CONTO CHE SUBIRÀ L' OSTRACISMO DEI COLLEGHI. TUTTI. O QUASI''

 

sandra amurri 4

1. STASERA SANDRA AMURRI DA GILETTI, MA IL ''FATTO'' NON LE Dà L'AUTORIZZAZIONE A PARTECIPARE

Sandra Amurri su Facebook

 

Domenica dalle ore 22 sarò ospite a Non è L Arena con me fra gli altri il Consigliere del CSM Sebastiano Ardita, Luigi De Magistris.... .Preciso che parteciperò a titolo personale in quanto non sono stata autorizzata dal direttore a partecipare in qualità di caposervizio-inviato del Fatto . Se avete impegni, rimandateli. Non è un consiglio, è un avvertimento.??? P. Grazie a Gabriella Tassone per aver ritrovato questo mio lavoro. Restai d accordo con Paolo Borsellino per intervistarlo il lunedì 20 luglio . La domenica, mi trovavo già a PA fui svegliata da un boato. Il resto sono le immagini indimenticabili di ciò che restava dei corpi dilaniati e quell odore di lamiere bruciate.

 

 

https://drive.google.com/file/d/1ycKFZxOM5OfeVAI0XQL_Wd9C67KW1jFK/view?fbclid=IwAR3kbxLqk6pKllM8fdx6vbvPCS7sjPD1mJlzVlxToPeaobzkh2LaYN3jZzc

 

 

 

2. LA GIUSTIZIA RIMOSSA

Paolo Mieli per il ''Corriere della Sera''

 

 

sandra amurri 1

Distratta dall' annunciata pioggia di miliardi in arrivo dall' Europa e dalla prospettiva degli «Stati generali per la rinascita» di Giuseppe Conte (a cui saranno ammesse, si apprende, anche star del mondo artistico), l' Italia - appena uscita dall' epidemia - non ha avuto il tempo per accorgersi del mare di melma che sta sommergendo l' ordine giudiziario. I magistrati perbene assistono attoniti e forse rassegnati, come è lecito desumere dal loro silenzio. I media sfornano le intercettazioni di alcuni disinvolti colleghi togati che ordiscono trame per spartirsi Procure e altri posti di potere. Per lo più ricorrendo a un linguaggio assai sconveniente. Il caso d' origine è nuovamente quello dell' ex capo dell' Anm Luca Palamara che scoppiò un anno fa e, già allora, fece vacillare il Consiglio superiore della magistratura.

 

Adesso è riesploso con una nuova messe di intercettazioni: il Csm ha tremato una seconda volta ed è stato nuovamente costretto a intervenire Sergio Mattarella. Le pagine in cui sono state verbalizzate le chiacchiere dei tessitori di trame sarebbero sessantamila, ragion per cui possiamo immaginare che le indiscrezioni continueranno ad essere distillate a lungo.

 

paolo mieli marco travaglio

Magari per sgambettare questo o quel giudice in carriera.

S tavolta tutto ha avuto una certa eco, quasi casualmente, allorché nella trasmissione domenicale di Massimo Giletti, «Non è l' Arena», è giunta un' inattesa telefonata del giudice Nino Di Matteo.

 

Il quale, in modo sobrio e impeccabilmente circostanziato, ha reso noto che nel giugno del 2018 il ministro di Giustizia Alfonso Bonafede gli offrì la guida del Dipartimento amministrazione penitenziaria e il giorno successivo si rimangiò la proposta.

Niente di che, all' apparenza.

 

Cose che capitano. Senonché la memoria di Di Matteo si è risvegliata nel momento in cui - in seguito al clamore provocato dalla provvisoria uscita dal carcere, per il Covid, di qualche centinaio di malviventi - l' uomo nominato due anni fa alla guida del Dap, Francesco Basentini, è stato costretto alle dimissioni. Poi a capo del Dipartimento è stato nominato Dino Petralia, procuratore generale di Reggio Calabria. Neanche stavolta è toccato a Di Matteo, nel frattempo approdato al Consiglio superiore della magistratura.

MARCO TRAVAGLIO ALFONSO BONAFEDE

 

Con ammirevole tenacia - forse anche perché gli ascolti nel frattempo crescevano - Giletti, nelle domeniche successive, ha continuato a riproporre il quesito: cosa indusse Bonafede a comportarsi in quel modo scortese con Di Matteo? Domanda non impropria se si tiene conto del fatto che il magistrato del cosiddetto «processo trattativa Stato-mafia» da anni era una sorta di mito per il Movimento 5 Stelle; Beppe Grillo e i suoi seguaci lo adulavano colmandolo di complimenti e annunciavano in ogni occasione che, fossero mai giunti al potere, lo avrebbero nominato ministro di Giustizia. Come minimo. Ma quando nel giugno del 2018 andarono al governo, si dimenticarono di lui.

 

nino di matteo alfonso bonafede

Tutti, tranne Bonafede che, divenuto titolare del ministero idealmente assegnato all' eroe del M5S, ritenne di sdebitarsi offrendogli quel posto al Dap che per importanza equivale a quello di Capo della Polizia. Mentre glielo proponeva, sia Bonafede che Di Matteo sapevano che alcuni mafiosi imprigionati annunciavano un finimondo nel caso quel magistrato fosse stato messo alla guida del Dipartimento. Anzi il ministro lasciò intendere che era proprio per aver avuto conoscenza delle minacce dei boss che aveva deciso di chiamarlo a quell' incarico. Poi però nel corso di poche ore notturne ci ripensò. E scelse in sua vece un giudice, per così dire, molto diverso da Di Matteo. In ogni caso assai meno idolatrato dai militanti del Movimento. Cosa accadde quella notte di giugno del 2018? Ci fu qualche veto?

 

Anche Bonafede poche domeniche fa telefonò in diretta a «Non è l' Arena» e non trovò spiegazioni convincenti al cambiamento di idea di due anni prima. Dopodiché il ministro fu investito dalla mozione di sfiducia, salvato per il rotto della cuffia da Matteo Renzi e del caso Di Matteo non si parlò più.

 

 Si notò che coloro i quali in passato ne avevano fatto oggetto di venerazione, in quel frangente lo avevano abbandonato al proprio destino e avevano difeso il ministro. Qualcuno aveva addirittura ironizzato suggerendo al giudice di guardare meno la tv. Tutti fecero finta di non capire. A cominciare da politici e opinionisti del centrodestra che tuttora ritengono Di Matteo un persecutore di Berlusconi e da quelli del centrosinistra (moderato) che lo ricordano come il magistrato che provocò qualche turbamento a Giorgio Napolitano. Gli altri considerarono non opportuno esporre Bonafede (e Conte) a un rischio e lasciarono il magistrato palermitano al suo destino. Senza nemmeno curare le forme e riconoscerne in qualche modo le ragioni.

nino di matteo processo sulla trattativa stato mafia

 

Tutti tranne il sindaco di Napoli, l' ex magistrato Luigi de Magistris, che quelle vicende ha mostrato di conoscerle assai bene e ha corroborato le successive puntate dell' inchiesta di Giletti con rilievi assai circostanziati su molti uomini che hanno ruotato intorno al Dap di Basentini. Persino su Giulio Romano, capo dell' ufficio trattamento dei detenuti, un beniamino dei radicali eredi di Marco Pannella. Si trattava di accuse davvero terribili. De Magistris mandava i suoi siluri, faceva vedere che aveva in mano dei fogli e curiosamente il giorno successivo nessuna delle persone citate replicava, spiegava, querelava. Poi è arrivato nello studio di «La7» anche Palamara.

 

alfonso bonafede francesco basentini 1

E lì, nonostante il ricorso a parole forbite, la semplice esposizione delle modalità con cui si procede ancor oggi alle nomine degli incarichi in campo giudiziario faceva rabbrividire. Palamara ha tenuto a citare il nome dei più importanti procuratori della Repubblica per sottolineare come lui in persona avesse avuto parte nella loro designazione. Talvolta, ha lasciato intendere, d' accordo con l' uomo di maggior rilievo (per prestigio, notorietà e forza acquisita) nella magistratura italiana: Piercamillo Davigo. Quantomeno con qualcuno della sua corrente.

 

luigi de magistris a scampia per la demolizione della vela verde

E qui siamo giunti al punto: le correnti della magistratura che sono diventate qualcosa di assai anomalo. Non se ne conoscono più i motivi di differenziazione ideologica. Appaiono centri di potere e come tali si muovono. Sono fortissime, si alleano, si combattono. Si sa di pochi magistrati che abbiano fatto carriera senza aver preso parte a questa particolare forma di vita associativa. Ricorrono, le correnti, al linguaggio della politica - «destra», «sinistra» - ma è un' evidente finzione. A questo punto è chiaro che il problema non è più, come in passato, quello di porre rimedio a una subalternità alla politica. La politica è con le spalle al muro. Il potere sono loro, i magistrati che hanno in mano le correnti.

LUCA PALAMARA DA GILETTI

 

Della crescita di questo potere hanno dato prova negli ultimi venticinque anni contribuendo non marginalmente a far saltare in aria i governi di Silvio Berlusconi e di Romano Prodi; mettendo alle corde Matteo Renzi e Matteo Salvini; infilzando una gran quantità di politici di calibro minore. Pochissimi tra questi uomini di partito piccoli e grandi hanno resistito, quando se ne è presentata l' opportunità, alla tentazione di approfittare dei guai giudiziari dei propri avversari. Tutti, allorché sono stati investiti dalle inchieste, si sono aggrappati alla tenda e hanno pronunciato orazioni che, nei loro intenti, avrebbero dovuto lasciar traccia nei libri di storia. Ma, di quei discorsi, nei libri di storia ne resterà solo uno: quello di Bettino Craxi del 3 luglio 1992.

 

E un cambiamento virtuoso della giustizia italiana si avrà solo quando un magistrato darà battaglia al sistema degenerato delle correnti. A testa alta, mentre è ancora in servizio. Mettendo nel conto che subirà l' ostracismo dei colleghi. Tutti. O quasi.

DAVIGOLUCA PALAMARA DA GILETTI

 

Ultimi Dagoreport

vecchione renzi ranucci sgrena mancini draghi conte gabrielli carlo parolisi

TRA LE PIEGHE DELL’AFFAIRE LAVITOLA-RANUCCI, RICICCIA UNO DEI TANTI MISTERI ALL’ITALIANA: IL FAMOSO SERVIZIO DI ‘’REPORT’’ DEL MAGGIO 2021 SULL’INCONTRO IN AUTOGRILL TRA MATTEO RENZI E MARCO MANCINI, UNO DELLE FIGURE PIÙ CONTROVERSE DELL’INTELLIGENCE ITALIANA - ALL’ORIGINE DEL RENDEZ-VOUS AUTOSTRADALE, FORSE C’ENTRA DI PIÙ IL FATTO CHE STAVA CADENDO IL SECONDO GOVERNO CONTE, A CAUSA DEL RITIRO DALL'ESECUTIVO DI ITALIA VIVA. QUALCUNO DEVE AVER SCOMMESSO SULLE DOTI AFFABULATORIE DI NEGOZIATORE DI MANCINI PER CONVINCERE RENZI A TROVARE UNA QUADRA PER MANTENERE IN PIEDI CONTE – UNA VOLTA CHE LA MISSIONE E' ANDATA A VUOTO, PERCHE' RANUCCI MANDO' IN ONDA IL SERVIZIO RENZI-MANCINI BEN CINQUE MESI DOPO LA SEPOLTURA DEL GOVERNO CONTE II? A CHI GIOVAVA? - BEN SAPENDO DI QUANTO MANCINI SIA DETESTATO DAI SUOI COLLEGHI, RENZI DEFINI' LO SCOOP UN "REGOLAMENTO DI CONTI INTERNO AI SERVIZI SEGRETI" – GLI ''ADDETTI AI LIVORI'' AGGIUNGONO ALTRE DUE IPOTESI: CHI PARTENDO DAL BURRASCOSO RAPPORTO TRA RENZI E RANUCCI, CHI CONSIDERANDO LA VOGLIA DI CONTE DI REGOLARE I CONTI CON COLUI CHE SI VANTA DI AVERLO SLOGGIATO DA PALAZZO CHIGI E DI AVER CONVINTO DRAGHI A PRENDERE IL SUO POSTO… 

meloni salvini tajani

DAGOREPORT – CON UN PARTITO IN DISCESA LIBERA E SEMPRE PIU' SPAPPOLATO DAI "LEGHISTI DEL NORD", NESSUNO, NEMMENO IL SUO "IDEOLOGO" E FUTURO SUOCERO DENIS VERDINI, RIESCE A FAR RAGIONARE MATTEO SALVINI - L’ULTIMA DELLE TANTE USCITE FUORI DI SINAPSI DEL "BOLLITO LOMBARDO'' SAREBBE AVVENUTA NEI GIORNI SCORSI, L'IPOTESI DI FDI DI VOTO CON BALLOTTAGGIO, L'AVREBBE TALMENTE "ALTERATO" DA CHIAMARE GIORGIA MELONI, SBRAITANDO: “TOLGO LA FIDUCIA AL GOVERNO!” - E DOMENICA 20 SETTEMBRE, A PONTIDA, POTREBBE SUCCEDERE DI TUTTO, SE SALVINI NON TROVA UN ACCORDO CON LA FRONDA CAPEGGIATA DA FONTANA E ROMEO – ALLA LEGA DEL CAOS, LA ''PREMIER DURACELL'' DEVE AGGIUNGERE LO STATO DI GUERRIGLIA IN FORZA ITALIA, DOVE IL “MAGGIORDOMO DI CASA MELONI", ANTONIO TAJANI , GIACE NEL TRITACARNE DEGLI OCCHIUTO, ZANGRILLO, MULÈ, ETC. – MA SE LA DUCETTA RICOMPATTA GLI ALLEATI E SFANGA LA LEGGE ELETTORALE, POTREBBE ARRIVARE LA DISCESA: L’ITALIA HA OTTIME PROBABILITÀ DI USCIRE DALLO STATO DI INFRAZIONE DEL 3%. E CON UNO SPOSTAMENTO DI BILANCIO NELLA FINANZIARIA, GIORGIA SI TRAVESTIRÀ DA BEFANA E CI INONDERÀ DI BALOCCHI E PROFUMI...

mattarella renzi conte schlein bonelli fratoianni

DAGOREPORT - DAJE E RIDAJE, I GALLETTI DEL CAMPOLARGO HANNO FINALMENTE DECISO DI SMETTERE DI BECCARSI MASOCHISTICAMENTE TRA LORO E DI FARE SQUADRA CONTRO L'ARMATA BRANCA-MELONI - IL NODO POLITICO PIÙ DIFFICILE DA SCIOGLIERE, LA PRESENZA DELL'INFIDO RENZI NELLA ALLEANZA, SI E' DISSOLTO IN UN INCONTRO A QUATTR'OCCHI SCHLEIN-CONTE: LA DUCETTA DEL NAZARENO, CHE HA UN PATTO CON MATTEONZO CHE SI CHIAMA CASA RIFORMISTA, HA TIRATO FUORI GLI ATTRIBUTI E A CONTE NON E' RIMASTO CHE SIBILARE: ELLY LO VUOLE ED IO NON POSSO FARCI NIENTE... (SEMPRE CHE RENZI RIESCA A MANTENERE LA PROMESSA DI FARE UN PASSO INDIETRO) – LA PIPPA DELLE PRIMARIE SI FARA', MA COME L'INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER SUL PROGRAMMA ELETTORALE, NON SERVIRA' A UN CAZZO: A DECIDERE IL PREMIER SARÀ, COME SEMPRE, SERGIO MATTARELLA – PER RISOLVERE L'ETERNO SCAZZO SULLA POLITICA ESTERA, E SULL'UCRAINA IN PARTICOLARE, A ELLY E CONTE BASTA UNA SUPERCAZZOLA LINGUISTICA, CHE SI PUÒ RIASSUMERE CON LO SLOGAN: "NO AL RIARMO NAZIONALE, SÌ ALLA DIFESA EUROPEA"...

leonardo del vecchio giorno

FLASH! - COSA FRULLA NELLA TESTA DI LEONARDINO? - DEL VECCHIO JR HA CAPITO CHE, ALL'OMBRA DELLA MADUNINA, IL MERCATO EDITORIALE È SATURO: POSSEDERE DUE TESTATE MILANESI, COME "IL GIORNALE" (DI CUI HA IL 30%) E "IL GIORNO" NON SERVE GRANCHÈ - PER DIVERSIFICARE, LEONARDINO HA INTENZIONE DI TRASFORMARE "IL GIORNO" IN UN QUOTIDIANO FINANZIARIO, MOLTO PIÙ UTILE PER I SUOI AFFARI, IN GRADO DI FARE CONCORRENZA A "SOLE 24 ORE" E "MILANO FINANZA" - DEL VECCHIO, CHE HA RIANIMATO IL MERCATO DEI GIORNALISTI, UN SETTORE CHE SEMBRAVA ORMAI MORTO E SEPOLTO, DOVREBBE CONFERMARE AGNESE PINI ALLA DIREZIONE DI "QUOTIDIANO NAZIONALE" (LA TESTATA CHE RIUNISCE "LA NAZIONE", "IL RESTO DEL CARLINO" E "IL GIORNO")

bettini ruffini gabrielli schlein renzi conte onorato

DAGOREPORT – CON SALVINI ALLE CORDE, TAJANI ALLO SBANDO, VANNACCI IN AGGUATO, BASTEREBBE UNA SPINTARELLA TUTTI INSIEME E, PLUF!, L'ARMATA BRANCA-MELONI NON CI SAREBBE PIU' - INVECE, IL CAMPO LARGO E' SEMPRE AL PUNTO ZERO DEL "VAFFA": PRIMARIE SÌ O NO? SCHLEIN O CONTE? E COME TENERE INSIEME I GRILLINI CON L'INFIDO RENZI? - QUALCOSA NEI PROSSIMI GIORNI POTREBBE MUOVERSI: ERNESTO MARIA RUFFINI DOVREBBE FORMALIZZARE LA TRASFORMAZIONE DEL SUO MOVIMENTO “PIÙ UNO”, FORMATO DA UNA RETE DI GRUPPI CATTOLICI, IN UN PARTITO - AD AFFIANCARE RUFFINI, SAREBBE PRONTO FRANCO GABRIELLI, GIOVANILE DEMOCRISTIANA, COMPAGNO DI SCUOLA DI ENRICO LETTA, EX CAPO DELLA POLIZIA E DEI SERVIZI, GIA' SOTTOSEGRETARIO DEL GOVERNO DRAGHI - L’OBIETTIVO? DIVENTARE I FRONTMAN “ISTITUZIONALI” DI CASA RIFORMISTA, CON RENZI DEFILATO E IL VOLTO AUTOREVOLE E SECURITARIO DI GABRIELLI A GUIDARE IL CENTRONE - COME LA PRENDERA' IL ''CONTE TRAVAGLIO'' LA PRESENZA DEL DRAGHIANO GABRIELLI? E COME REAGIRA' LA DUCETTA DEL NAZARENO ALL'ANNUNCIO DELL'"ONORATO BETTINI DI PRESENTARSI ALLE PRIMARIE? AH, SAPERLO...

conservative political action conference cpac donald trump giorgia meloni arianna francesco giubilei emanuele merlino sara kelany susanna ceccardi

AMERICÀ, FACCE TARZAN! – IL CONSERVATORISMO TRUMPIANO SBARCA A ROMA E DIVENTA SUBITO ROBA DA NANDO MERICONI INTERPRETATO DA SORDI – NEMMENO IL TEMPO DI APPARECCHIARE I TAVOLI DELLA CENA DELLA “CONSERVATIVE POLITICAL ACTION CONFERENCE” (CPAC), CHE SUBITO DEFLAGRANO GLI SCAZZI NELLA DESTRA CACIO E PEPE – CI SONO ARIANNA MELONI, SARA KELANY, LA LEGHISTA SUSANNA CECCARDI E IL PREZZEMOLINO FRANCESCO GIUBILEI. MA NON GLI ATTESI LUCA CIRIANI, ITALO BOCCHINO ED EMANUELE MERLINO – IL CLIMA È TESO SULLE TESTE DEI MAL-DESTRI DE' NOANTRI: TRUMP È CONSIDERATO POLITICAMENTE TOSSICO E IL CPAC “ITALIANO” DEL 2027 VIENE CONSIDERATO UN POTENZIALE INTRALCIO, FONTE DI POLEMICHE E IMBARAZZI NELL’ANNO DELLE ELEZIONI…