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DAGOREPORT! - GLI SCAZZI NELLA MAGGIORANZA AL DRAGHI DI OGGI NON FANNO UN BAFFO. TIRATO SU IL GHIGNO, MARIOPIO FA L'''IMPUNITO'': SE NON MI VOLETE, ME NE VADO DOMATTINA - IL NUOVO DUPLEX CONTE-GRILLO VUOLE TORNARE ALLE ORIGINI DEL “VAFFA!”. MA L’EVENTUALE USCITA DAL GOVERNO DEI 5STELLE NON AVREBBE UN IMPATTO SULLA TENUTA DEL GOVERNO – MATTARELLA MAI DAREBBE L’INCARICO DI FORMARE IL NUOVO GOVERNO A GIGIONA MELONI – SALVINI: O VERSO IL CENTRO CON IL PD O MUORE - RENZI IN DISARMO E LA BOSCHI TORNA A FARE L’AVVOCATO - IL “FALCO” DRAGHI IRRITA MATTARELLA (MA ANCHE LETTA). SPUNTA L’IDEA DI UN VIAGGETTO A MOSCA DI MACRON, SCHOLZ E DRAGHI PER INCONTRARE PUTIN. ANCHE SE POI UNA TRATTATIVA DEVE AVERE IL PLACET DI UNO ZELENSKY TELECOMANDATO DA BIDEN

DAGOREPORT

 

sergio mattarella e mario draghi

Gli scazzi nella maggioranza, azzoppata dalla guerriglia non-stop dei Cinquestelle in modalità Conte-Grillo e dalle turbolenze nel centrodestra, al Draghi di oggi non fanno un baffo.

 

Tirato su il ghigno d'ordinanza, Mariopio fa l'''impunito'' e tira dritto, alla faccia di chi lo vuole pensionato nel buen retiro umbro di Città della Pieve. Come un bue con l’aratro, va avanti e mostra il dito medio ai suoi haters: se non mi volete, me ne vado domattina. (Stronzi non lo dice ma è sottinteso)

 

Il suo approccio è quello di chi, ormai, si è rotto i cabasisi e non ha nulla da perdere. Se ne sbatte di 'sti pazzarielli che puntano a far saltare l’esecutivo con il Covid che non se ne va e una guerra in corso: hanno tutto da perdere agli occhi degli elettori. Il Pnrr è ancora da mettere a punto (eufemismo), i rincari di cibo e energia dissanguano gli italiani, le bollette scotennano i risparmi: chi ha voglia di ribaltare il tavolo del governo, facesse pure mettendoci la faccia.

sergio mattarella e mario draghi

D’altronde i numeri sembrano rassicuranti. L’eventuale uscita dalla maggioranza dei Cinquestelle, indiziati numeri uno a passare all’opposizione, non dovrebbe avere un impatto reale sulla tenuta del governo. Lega, Forza Italia, Pd, cespuglio renziano, Calenda e sinistrati vari più la pattuglia di grillini governativi, capeggiata da Luigi di Maio, dovrebbero essere più che sufficienti a tenere vivo l’esecutivo.

 

MARIO DRAGHI E GIUSEPPE CONTE

Ma non tutto gira intorno all'ego dell'ex governatore della Bce. Sulla guerra in Ucraina, l’atteggiamento da “falco” in modalità Biden di Draghi ha infastidito l’europeista Mattarella (ma anche il mite Enrico Letta con cui sta ricucendo) che spinge per una posizione comune dell’Ue, meno schiacciata sui missili di Washington.

 

Gli equilibri al tavolo europeo, d’altronde, sono cambiati dopo le elezioni in Francia: il dialogante Macron, appena rieletto al timone all’Eliseo, ha subito mostrato i muscoli; il marine da sbarco Draghi viene visto invece debole: ha davanti poco meno di un anno al governo (non avrà neanche la possibilità di toccare palle sulle nomine nelle partecipate che riguarderanno Profumo/Leonardo, Starace/Enel, Descalzi/Eni).

 

Anche per questo, prima del Consiglio europeo di giugno, Macron ha lanciato l'idea al premier tedesco Scholz di fare un viaggetto a Mosca ma il successore della Merkel ha fatto presente che, con la presenza italica di Draghi, sarebbe meglio; e Macron si è trovato d'accordo di non estromettere Mariopio. I tre caballeros dovrebbero elaborare una linea comune per poi incontrare Putin. Anche se poi una eventuale trattativa sul "cessate il fuoco" deve trovare il placet di uno Zelensky telecomandato da Washington. E si ritorna al punto di partenza.

joe biden mario draghi

 

Ecco perché il viaggio a Washington di Draghi, previsto il 10 maggio, che va a ribadire la posizione europeista sul conflitto, ha meno appeal agli occhi di Joe Biden. Chissà se è questa la ragione per cui la diplomazia americana non si è ancora preoccupata di comunicare se la Casa Bianca organizzerà una cena per Draghi (considerato gesto di grande riguardo). Comunque ci penserà l'American Council a incoronarlo "il politico dell'anno"…

 

Intanto, nel pollaio del centrodestra è scontro totale tra il galletto Salvini e la faraona Meloni, che si beccano a ogni pié sospinto per la leadership della coalizione. Un condominio litigioso dove Berlusconi, irriducibile camaleonte, gioca più ruoli in commedia: fa un po’ l’arbitro e un po’ il guastatore.

 

Il Cav shakerato da Licia Ronzulli potrebbe organizzare un incontro a tre, con Salvini e Meloni, per smorzare i dissapori e soprattutto per trovare un accordo sulla candidatura di coalizione alle elezioni regionali in Sicilia. Inutile dire che l’intesa a cui punta Berlusconi prevede un passo indietro di Fratelli d’Italia visto che il suo fedelissimo in Trinacria, Gianfranco Micciché, non vuole la ricandidatura di Nello Musumeci. Ma prima di fare una mossa, il Banana vuole essere sicuro che l'accordo vada in porto (ciao core!).

SALVINI MELONI BERLUSCONI

 

In casa M5s, si registra una nuova fase del rapporto Conte-Grillo. Dopo l’accordo da 300 mila euro con cui è diventato ufficialmente “consulente” della comunicazione del Movimento, Beppemao ha deciso di appollaiarsi sul ciuffo catramato di Peppiniello Appulo e di fargli da nume tutelare in questa perigliosa traversata ideologica con cui il M5s sogna di tornare “alle origini”. Cioè a una ridotta squinternata e antagonista che fa caciara in piazza, al traino di Di Battista versione Masaniello anti-Nato e anti-americano, che trova la sua effettiva dimensione: tornare all’opposizione vita natural durante.

 

giuseppe conte beppe grillo

Enrico Letta, che di Conte sarebbe alleato, si sente sempre più libero di allontanare da sé il calice grillino. Anche perché il vero accordo con Conte ce l’aveva Goffredo Bettini. Il voto contrario del Movimento al Decreto Aiuti, con il grottesco pretesto del “no” al termovalorizzatore a Roma, e la fortissima spinta dei maggiorenti del Pd per un ritorno al proporzionale, hanno finalmente convinto sotti-Letta che forse è meglio lasciare che i grillini vadano dove li porta la coratella. Ognuno faccia la sua strada elettorale, poi si vedrà.

 

Senza contare che ogni scenario politico resta pura astrazione senza il vero punto di caduta del Sistema, cioè il Quirinale.

 

enrico letta e giuseppe conte 1

Mattarella non ha nessuna voglia di vedere zompare il “suo” governo con Mario Draghi per imbastire in tutta fretta un esecutivo tecnico o elettorale. Si va avanti così fino a fine legislatura: le sue mattane, Conte le riponga nella pochette. Ci si potrà scazzottare solo nel 2023. Che è l’orizzonte verso cui è protesa Giorgia Meloni.

 

La “Ducetta” è convinta che un centrodestra unito possa vincere le prossime elezioni politiche. E per cementare l’alleanza avrebbe anche messo sul tavolo la disponibilità a fare un passo indietro. Della serie: se vinciamo, a fare il presidente del Consiglio non ci andrò io. Né Salvini. Ma un terzo.

 

GIORGIA MELONI E MATTEO SALVINI

E che ci sia un velato ostracismo verso la Meloni premier lo ha intuito anche il suo consigliere Guido Crosetto (“Faranno di tutto per non mandarla a Palazzo Chigi”). Un’affermazione netta ma niente affatto peregrina: dopo la vittoria di Macron, con conseguente archiviazione di Marine Le Pen, a Bruxelles, nessuno ha voglia di “gestire” un governo di destra in Italia.

 

Lo stesso Mattarella, sensibile agli euro-umori, mai darebbe l’incarico di formare il nuovo governo a Gigiona Meloni. A dimostrazione che serve molto più di qualche paginata sui giornali per convincere l’establishment internazionale dell’avvenuta “conversione” euro-atlantista. Se poi si lascia uscire la notizia che un ipotetico governo-ombra sarebbe composto da Tremonti, Ricolfi e Carlo Nordio, con Crosetto che fa Hulk con la Ducetta in braccio…

 

meloni salvini

Salvini, dal canto suo, deve decidere cosa vuole fare da grande. Dopo la fase da ministro, la sbandata del Papeete, i deliri putiniani, il pacifismo papista, le pernacchie ricevute in Polonia, il tifo per la Le Pen, deve smettere di cazzeggiare.

 

Ha perso il tocco magico, la Lega s’è sgonfiata al 15% (e continua a calare a beneficio di Fratelli d’Italia), non è più il “golden boy” del centrodestra e, dai tempi in cui veleggiava con il vento in poppa in versione “Capitano”, ora ogni cosa che tocca diventa una fialetta puzzolente da cui tutti scappano (Zaia e Fedriga in primis).

 

Se non vuole finire a fare la Salomè barbuta di Giorgia Meloni, Salvini ha una sola strada: uccidere il centrodestra, appoggiare il ritorno al proporzionale e spostare la Lega su posizioni centriste, magari dopo la realizzazione della fantomatica federazione con Forza Italia, prima che si svegli Renzi. E’ ciò che gli chiede Giorgetti, con l’idea di riguadagnare un minimo di credibilità come forza responsabile di governo. Meno ciance, più fatturato.

 

salvini giorgetti

Ma cosa ci guadagna Salvini a scassare la coalizione che intendeva guidare per fare il salto nel buio verso il proporzionale? La moneta di scambio è ovvia: con una legge elettorale di questo tipo, significa governare in futuro con il Pd in un “necessario” governo di larghe intese, tenendo fuori Fratelli d’Italia e i pazzarielli grillini. È l’accordo tacito con il Pd nascosto tra le pieghe del proporzionale.

 

renzi calenda

Ps: una soglia di sbarramento al 4% non spaventa Carlo Calenda, convinto che la sua “Azione” possa entrare facilmente in Parlamento, alleandosi con +Europa della Bonino. Renzi e la sua spompatissima Italia Viva ormai sono in disarmo: si vocifera che Maria Elena Boschi, fiutando l’aria, stia già confidando di essere pronta a tornare alla sua vita da avvocato, magari aprendo uno studio a Roma…

 

 

 

 

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