DE BENEDETTI DETTA LA LINEA AL PD, VUOLE IL DUPLEX RENZI-LETTA (“POSSONO CONVIVERE”) E SFANCULA BERLUSCONI E GRILLO: “DUE MALFORMAZIONI DELLA SOCIETÀ”

1 - CARLO DE BENEDETTI: "IL SINDACO RAPPRESENTA IL CAMBIAMENTO E PUÃ’ ANCHE CONVIVERE CON LETTA"
Da "la Repubblica" - «C'è una notevole simpatia e anche speranza verso un cambiamento, e certamente Renzi rappresenta un cambiamento. E il sindaco di Firenze può convivere con Letta». Lo ha detto ieri Carlo De Benedetti dopo un incontro con Renzi in occasione dell'apertura della "Repubblica delle Idee". L'editore di Repubblica ha bocciato il presidenzialismo, al punto più basso della "mappa" preparata da Ilvo Diamanti, e ha aggiunto: «Sono bassi anche Berlusconi e Grillo, ma quelle sono le malformazioni della società. Giusto che sia così».

2 - LETTA E RENZI, PATTO SUL «TANDEM»
Maria Teresa Meli per "Il Corriere della Sera"

Beffe, burle e sberleffi, quando non erano guerre, scontri e conflitti: da (quasi) sempre sono questi i rapporti tra fiorentini e pisani. Fino a oggi, almeno. Ossia fino alla nascita di questo strano tandem di marca Pd e di origine Dc composto da Enrico Letta e Matteo Renzi.

La vulgata politica vuole che i due siano amici-nemici, come da copione prestampato della sinistra. Ma non è proprio così. O, meglio, la storia è un po' più complicata di così. Enrico dice di Matteo: «Sarebbe un ottimo segretario». Matteo dice di Enrico: «È un amico e ho fiducia in lui». Nessuno, anche in casa democratica, crede che dicano - e facciano - sul serio. Nessuno, salvo chi li conosce bene e sa che entrambi, abbeveratisi al tardo democristianesimo, non mentono. Perché Letta ritiene veramente che sia meglio avere Renzi segretario, piuttosto che grillo parlante, sempre pronto a riprendere il governo:

«Sbaglia chi pensa che la sua elezione farebbe fibrillare l'esecutivo come fu con Veltroni e Prodi. Anzi, un'assunzione di responsabilità da parte di Matteo sarebbe auspicabile», è il ritornello che il presidente del Consiglio ama ripetere ai fedelissimi. «Enrico è sincero quando dice che esaurita questa esperienza non intende ricandidarsi a premier, anche perché oggettivamente sarebbe complicato per il Pd andare alle elezioni con il capo del governo delle larghe intese», assicura il sindaco di Firenze ai suoi.

Che Renzi non abbia come faro quello di provocare la caduta del governo, ma che sia invece intenzionato a capire fino a dove può arrivare l'attuale esecutivo e che cosa possa fare per rendere più semplice la competizione del futuro, lo ha capito anche il Pdl. Ne ha avuto la prova provata Angelino Alfano, qualche sera fa, quando ha incontrato il medesimo a cena dal presidente dell'Eni Giuseppe Recchi.

Sì, anche il vicepremier ha compreso che l'idea berlusconiana di spingere il Pd in un angolo, giocando sul dissidio Letta-Renzi è fallace e non efficace. Il fatto che caratterialmente siano così distanti, istituzionale il premier, movimentista il sindaco, potrebbe non essere foriero di divisioni. «Siamo due persone diverse, che anche per questo sono complementari. Ci rispettiamo e ci aiutiamo», spiega Letta.

E Renzi chiarisce: «Davanti a un panino mangiato in fretta e furia, il giorno in cui Napolitano ha scelto Enrico, ci siamo scambiati una promessa: io avrei aiutato lui e viceversa. Se la premiership fosse toccata a me avrei voluto Enrico come segretario, e ora potrei fare io il leader del partito, mentre lui è a palazzo Chigi». E se Renzi ha un'idea del Pd che dovrà essere, differente da quella di Letta, non importa. «Altro che partito liquido: di più!», scherza sempre con i suoi il sindaco.

Che Renzi voglia palazzo Chigi dopo le prossime elezioni non è un mistero per nessuno. Che Letta sogni invece un posto in Europa, e, più precisamente la presidenza della commissione Ue, lo sanno tutti, il primo cittadino di Firenze in testa. Che i due, nonostante le differenze caratteriali, vadano d'accordo è quindi un fatto assodato. E dopodomani, a Firenze, quando si incontreranno, cercheranno di farlo capire ad amici e avversari, a tifosi e nemici, tramite un'operazione mediatica di cui hanno bisogno entrambi.

Ed è proprio per questo che i nemici dell'accordo Letta-Renzi sono tanti. In prima fila, dicono i sostenitori del sindaco, c'è Dario Franceschini. Lui, al contrario del premier e del primo cittadino di Firenze, non avrebbe parte in commedia, dopo le elezioni. Poi c'è Pier Luigi Bersani, che ha ancora il dente avvelenato. Insomma, c'è una parte del Pd che non si rassegna al patto tra il sindaco e il premier e cerca di mettere in difficoltà Renzi. E infatti è stato negato un posto al Copasir al fedelissimo Luca Lotti, nonostante Renzi lo avesse chiesto. Il che ha provocato non poche tensioni, tanto che il sindaco ieri è arrivato a minacciare di far saltare il banco ritirando lo stesso Lotti dalla segreteria del partito. Il fronte anti-Renzi è dunque agguerrito e ha un unico vero candidato alla segreteria da contrapporre al rottamatore: Nicola Zingaretti.

Il «governatore» del Lazio non scopre ancora le sue carte, ma l'uscita di ieri, contro il correntismo del Pd, al quale, secondo lui, si è acconciato anche Renzi, è più che indicativa. Zingaretti potrebbe ottenere anche i consensi dei non allineati del Pd (che sono tanti). Il sindaco lo sa, e aspetta settembre prima di decidere se candidarsi o meno alla segreteria. Fino ad allora il Pd ballerà... e non sarà una danza di società.

3 - PRIMARIE, REGOLE, TESSERE: LE TRAPPOLE PD PER RENZI
Carlo Bertini per "La Stampa"

Si sa che il diavolo si nasconde nei dettagli e così se è vero che Matteo Renzi ha in animo di candidarsi alla segreteria del Pd, altrettanto vero è che starà ben attento a evitare le «trappole» che il nuovo regolamento congressuale allo studio nelle segrete stanze potrebbe riservargli.

Trappole che potrebbero portare all'elezione di un segretario di fatto «commissariato» dalle varie correnti e che Renzi di sicuro non ingoierà senza colpo ferire. La prima: il congresso che «parte dalla base», come dice Epifani, cioé nei circoli e nelle federazioni provinciali e regionali, con un confronto sulle «idee e sui temi» slegato dalla lotta dei concorrenti alla segreteria, potrebbe determinare alla fine del percorso una fotografia inedita: un segretario eletto con le primarie nazionali privo però di una «sua» maggioranza nel «parlamentino» di nuovo conio; una sorta di «coabitazione», in cui il leader legittimato dai gazebo potrebbe trovarsi a fare i conti con organismi dirigenti, Direzione e Assemblea nazionale, potenzialmente non «allineati», perché espressione di altri equilibri territoriali. O frutto di patti trasversali e interessati tra le varie tribù.

Ma la questione ben più spinosa, sulla quale il rottamatore (che domani vedrà Letta a quattr'occhi prima dell'incontro pubblico a Palazzo Vecchio) non cederà facilmente, è quella delle primarie, «perché se gli danno pretesti per fargli dire no grazie, Matteo saluta baracca e burattini», assicurano i suoi deputati.

«Lui è in campo solo se possono votare tutti i cittadini, altrimenti tanti saluti, continua a fare il battitore libero»; e invece le primarie per l'elezione del segretario potrebbero essere riservate solo ai vecchi e nuovi iscritti, con la creazione di un albo degli elettori del Pd chiuso due settimane prima dell'apertura dei gazebo. In quel caso si ripresenterebbe per il «rottamatore» uno scoglio analogo a quello vissuto nella disfida con Bersani, ma diverso nei termini.

Anche stavolta non potrebbe contare sul voto di quelli che decidono la mattina della domenica di andare ai gazebo, ma in aggiunta potrebbe subire pure gli effetti di un tesseramento, come lo definisce un «giovane turco», «gonfiato» dalle nomenklature interessate a far iscrivere alle primarie più gente possibile con un obolo di 15 euro ciascuno (anche per rinforzare le casse del partito).

Cambiando le regole con cui si sfidarono Bersani e Franceschini nel 2009 si strozzerebbe la partecipazione spontanea scendendo ben al di sotto del milione di votanti, «ma si avrebbe la certezza che sono tutti del Pd», dicono i sostenitori di questa modifica. Di questo si discute tra i membri della commissione congresso, soprattutto tra bersaniani e dalemiani tanto per capirsi. I quali fanno notare che una volta sancito il principio della separazione tra segretario e candidato premier, a maggior ragione la platea che elegge il capo del Pd dovrà essere di militanti e sostenitori.

Certo così facendo la partita si complicherebbe assai per Renzi, «in effetti sarebbe molto insidiosa per lui», ammettono con un mezzo sorriso. Facendo notare che il rischio di gestire il Pd con un'assemblea non allineata è «farsi logorare per due anni, ci deve pensare bene».Epifani ammette che gli organismi dirigenti del Pd sono troppo vasti, 250 persone per la direzione e 1000 per l'assemblea nazionale sono troppe; e conferma che il processo di riscrittura delle regole culminerà a metà luglio in un'assemblea nazionale che voterà le modifiche allo statuto concordate collegialmente.

E gli oppositori più strenui a «primarie chiuse» per il segretario dovrebbero essere anche «i giovani turchi», che contano ben tre membri in commissione congresso, che non ne vogliono sapere di farsi sparare addosso «dalla rete»; e che in questa partita si divideranno dai dalemiani, anche loro in forza nell'organismo che decide, mentre a Renzi è stato assegnato solo un rappresentante...

 

 

Carlo De Benedetti MATTEO RENZIletta enrico letta nuovo premier Carlo De Benedetti matteo renzi BERLUSCONI CON LA MASCHERA DI GRILLO GRILLO E BERLUAngelino Alfano Giuseppe REcchi DARIO FRANCESCHINI Nicola Zingaretti bersani renzi RENZI E BERSANI PD

Ultimi Dagoreport

edmondo cirielli guido crosetto giorgia meloni antonio tajani maurizio gasparri

DAGOREPORT - NELL’ARMATA BRANCA-MELONI, GIUNTA AL QUARTO ANNO DI POTERE, I REGOLAMENTI DI CONTI NON AVVENGONO SOLO TRA "VIA DELLA SCROFA E "FIAMMA MAGICA", TRA SALVINI E LA DUCETTA - CHI AVEVA INTERESSE A COLPIRE IL VICEMINISTRO DEGLI ESTERI IN QUOTA FDI, EDMONDO CIRIELLI, RENDENDO PUBBLICA SULLE COLONNE DEL “CORRIERE DELLA SERA”, LA NOTIZIA DEL SUO INCONTRO CON L’AMBASCIATORE RUSSO IN ITALIA ALEKSEJ PARAMONOV? - CHE LA DUCETTA SIA ANDATA SU TUTTE LE FURIE E' UNA CAZZATA PERCHE' IL MINISTRO TAJANI ERA A CONOSCENZA DELL'INCONTRO ESSENDO AVVENUTO ALLA FARNESINA ALLA PRESENZA DI DI DUE FUNZIONARI DEL MINISTERO - A VOLERE LO SCALPO DELL’EX GENERALE DI BRIGATA DEI CARABINIERI SONO IN TANTI, DATO CHE IL SUO CARATTERE FUMANTINO STA SUL GOZZO SIA AI CAMERATI D'ITALIA SIA A FORZISTI ITALIOTI - IL SILURO DIRETTO ALLE PARTI BASSE DI CIRIELLI È “MADE IN CIOCIARIA”…

donald trump benjamin netanyahu ali khamenei iran usa

DAGOREPORT – NON SIAMO ASSISTENDO AL DISORDINE POLITICO MONDIALE, MA PIUTTOSTO AL DISORDINE MENTALE DI GRAN PARTE DEI LEADER - LA STRATEGIA DELLA “DECAPITAZIONE” DI NETANYAHU  (BANG! BANG! UCCIDIAMO TUTTI I LEADER IRANIANI) È UNA MINCHIATA CHE RADICALIZZERA' ANCORA DI PIU' IL REGIME TEOCRATICO DI TEHERAN - PER OGNI AYATOLLAH SPEDITO A MAOMETTO, CE NE SONO ALMENO DUE ANCORA PIÙ ESTREMISTI PRONTI A SUBENTRARE - COME DIMOSTRANO GAZA E LIBANO: HAMAS E HEZBOLLAH, PUR DECIMATI, CONTINUANO A COMANDARE, GOVERNARE E COMBATTERE – L’UCCISIONE DI LARIJANI, CAPO DELLA SICUREZZA NAZIONALE CHE AVEVA PRESO LE REDINI DEL COMANDO DOPO KHAMENEI, AVEVA COME SCOPO DI NON FAR ''SCAPPARE'' TRUMP DALLA GUERRA (LA CASA BIANCA ERA STATA TENUTO ALL'OSCURO DAGLI ISRAELIANI) - CON LO STRETTO DI HORMUZ BLOCCATO E MINATO, LA BENZINA ALLE STELLE, TRAFFICI E COMMERCI IN TILT, UNA CRISI ECONOMICA GLOBALE MINACCIA GLI STESSI STATI UNITI, CHE PERDONO ALLEATI: DOPO GLI STATI EUROPEI, ANCHE IL GIAPPONE RINCULA - UNICA VIA USCITA PER TRUMP? DICHIARARE "HO VINTO" E ANDARE A CASA...

andrea iervolino antoniozzi giuli santanche floriana gentile cinecitta

DAGOREPORT – “CIAK”, SI SCAZZA! NON BASTAVA LA LITE CON BUTTAFUOCO E UN VESPAIO DI NOMINE DEMENTI, ORA IL MINISTRO GIULI-VO DELLA CULTURA SI RITROVA CONTRO IL CINE-PRODUTTORE ANDREA IERVOLINO, A CUI IL MIC HA BLOCCATO 66 MILIONI DI TAX CREDIT – OLTRE A UNA INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DI FDI A SUO FAVORE (SIC!), LA SETE DI VENDETTA DI IERVOLINO SI ARMA DI UN "MANGANELLO DI CARTA": HA ACQUISITO DALLA SANTANCHE' LA RIVISTA “CIAK” PER SVELARE "DA VICINO E DA DENTRO TUTTI I MECCANISMI CHE MUOVONO I FILM: FINANZIAMENTI PUBBLICI, DINAMICHE DEL TAX CREDIT, PREMI E LORO MODALITÀ DI ASSEGNAZIONE" - IERVOLINO HA GIA' DENUNCIATO CHE LE SOCIETÀ DA PUNTARE, QUANDO SI PARLA DI TAX CREDIT, NON SONO LE SUE, MA PIUTTOSTO...

markus soder soeder ursula von der leyen manfred weber friedrich merz

DAGOREPORT – ANCHE MERZ, NEL SUO PICCOLO, S’INCAZZA! IL CANCELLIERE TEDESCO È UNA FURIA CONTRO MANFRED WEBER, IL BOSS DEL PPE CHE A BRUXELLES LAVORA PER L’ALLEANZA CON I POST-NAZISTI DI AFD: “NON COLLABORIAMO CON L’ESTREMA DESTRA E ANCHE LUI LO SA”. TRADOTTO DAL TEDESCO: SE NON TI ADEGUI, SEI FUORI – È LA STESSA LINEA DEL POTENTE MARKUS SOEDER, PRESIDENTE DELLA BAVIERA CHE SCALPITA, E TEME LA CRESCITA DI AFD NEL SUO LAND (INTANTO, DOMENICA SI VOTA IN RENANIA PALATINATO, REGIONE DELL’OVEST IN CUI FROTTE DI VOTI STANNO MIGRANDO VERSO LE SVASTICHELLE…)

peter thiel donald trump papa leone xiv thomas joseph white

DAGOREPORT – PREVOST, CUOR DI LEONE: “NON ME NE FREGA NULLA DEI SOLDI CHE ARRIVANO DAGLI STATI UNITI. CANCELLATE LE CONFERENZE ALL'ANGELICUM DI PETER THIEL” - LA RISPOSTA TOSTA DEL SANTOPADRE AL RETTORE DELL'ANGELICUM, IL TRUMPIANO THOMAS JOHN WHITE, CHE GLI AVREBBE FATTO PRESENTE DI CORRERE COSI' UN SERIO RISCHIO: FAR SVANIRE L'OBOLO DEGLI STATI UNITI, PRIMO FINANZIATORE DEL VATICANO (13,7 MILIONI) – COLPO DI SCENA AL TERZO GIORNO DI PISTOLOTTI ROMANI, THIEL HA SVELATO IL NOME DI CHI AVREBBE AVVERTITO IL MONDO DELL’ARRIVO DELL’ANTICRISTO: RATZINGER, DEFINITO “IL PIÙ  GRANDE PENSATORE CRISTIANO DEGLI ULTIMI 100 ANNI” (NON A CASO FU BENEDETTO XVI CHE TOLSE LA SCOMUNICA AI SEGUACI ANTI-CONCILIARI DI MONS. LEFEVBRE) - IL NOME DI RATZINGER   SERVE SOLO A RINFOCOLARE LA SPACCATURA TRA LA CHIESA CONSERVATRICE USA E QUELLA PROGRESSISTA DI LEONE XIV…

donald trump e mark rutte a palm beach

DAGOREPORT – PEGGIO DI TRUMP CI SONO SOLO I CAMERIERI PAVIDI COME MARK RUTTE CHE, PER ACCONTENTARE IL "PADRONCINO" DI TURNO, SONO DISPOSTI A TUTTO – IL SEGRETARIO GENERALE DELLA NATO HA RICEVUTO UN “VAFFA” DAI PAESI EUROPEI, STUFI DEI SUOI APPECORONAMENTI DI FRONTE AL TYCOON – RUTTE, DOPO LO SCOPPIO DELLA GUERRA IN IRAN, HA GARANTITO A TRUMP IL MASSIMO SUPPORTO DELLA NATO, CIANCIANDO DI UN “AMPIO SOSTEGNO” DA PARTE DEI LEADER DELL’ALLEANZA. SOSTEGNO CHE NON C’È MAI STATO, TANTOMENO ADESSO CHE IL TYCOON MINACCIA GLI ALLEATI DI UN “FUTURO TERRIBILE”, E METTE IN DISCUSSIONE L’ESISTENZA STESSA DELLA NATO…