MANCO FOSSE UN BOSS MAFIOSO - ARRESTO SHOW PER CHIARA RIZZO TRA FOLLA, FLASH E MILITARI A MITRA SPIANATO - LEI SI METTE A PIANGERE: “TOGLIETEMI LE MANETTE PER FAVORE” E LA POLIZIA ACCONSENTE


Marco Imarisio per il "Corriere della Sera"

«Ogni volta questo cinema». Salvatore Giambro asciuga le tazzine appena lavate e rivolge un'occhiata distratta all'esercitazione militare che si svolge fuori dal suo bar. «La settimana scorsa hanno fatto la stessa cosa, credo fosse un pregiudicato napoletano accusato di omicidio. Oggi c'è solo più baraonda».

Il cinema comincia alle 10.40 quando dal primo tornante italiano dell'Aurelia spuntano tre motociclette con tanto di bandierina francese. Bloccano la strada alla fine della salita. Un agente comunica il via libera e solo allora arriva il resto del corteo. Dalla prima auto scendono quattro gendarmi con giubbotto antiproiettile e mitra spianati.

Dalla seconda, un'altra gendarme che tiene sottobraccio una donna vestita con jeans, giacca bianca, felpa, e soprattutto due vistose manette ai polsi. La piccola folla che si è radunata a Ponte San Luigi, il confine storico sul Mar ligure tra Italia e Francia è qui per lei. Si chiama Chiara Rizzo, è la moglie dell'ex parlamentare indagato per mafia e latitante Amedeo Matacena.

«In via di separazione», ha tenuto a precisare ai dirigenti della Direzione investigativa antimafia che poi la prenderanno in consegna. Nell'ultima settimana, trascorsa in cella nel carcere di Marsiglia, è diventata a sua insaputa l'elemento di colore dell'inchiesta su Claudio Scajola, accusato di aver favorito la latitanza del suo quasi ex marito.

La sequenza girata in questo sperduto e bellissimo avamposto d'Italia fa impressione. Chiara Rizzo è indagata per riciclaggio, con le sue parole al telefono ha dato un notevole contributo ai guai giudiziari dell'ex ministro dell'Interno ai tempi del G8 di Genova. In questi giorni c'è stata abbondanza di racconti e dettagli sulla sua vita agiata in quel di Montecarlo e le illazioni sui rapporti con l'ormai ex ministro, come lo continuano a chiamare nel feudo di Imperia, poco distante da qui. Davanti alla ressa di fotografi e telecamere, Chiara Rizzo tenta un sorriso che si spezza subito.

Comincia a piangere, gli occhiali neri nascondono le lacrime, ma i singhiozzi si sentono forte e non bastano a fermare gli scatti dei telefonini di alcuni dipendenti degli uffici comunali di Ventimiglia, usciti dall'ufficio per la foto ricordo non si capisce bene quanto preziosa di una donna in ceppi.

L'abnormità di quelle manette fissate al corpo da un cinturone di pelle salta subito agli occhi dei funzionari italiani che la attendono al posto di frontiera. La procedura francese le impone, ma non è comunque un bel vedere.

Gli agenti della Dia fanno scudo con i loro corpi. Portano la detenuta in un piccolo ufficio, un tavolo di formica, tre sedie di plastica.

«Sono contenta di essere qui con voi, levatemi questa armatura per favore». La legge italiana, ci spiegheranno dopo, prevede un ampio margine di discrezionalità rispetto a quella d'Oltralpe, molto più severa nelle norme che regolano il trasporto di persone agli arresti.

«Togliete pure» dice Pier Paolo Fanzone, dirigente della Polizia di frontiera. Non è pericolosa, come potrebbe esserlo, tra quell'assembramento di uomini in divisa. All'uscita, dopo mezz'ora trascorsa a regolare ogni formalità burocratica tra i due Paesi, Chiara Rizzo pare più sollevata, non solo per la restituzione della valigia sequestrata al momento del fermo all'aeroporto di Nizza e degli effetti personali. Per i feticisti del dettaglio: trolley Louis Vuitton più un i-Phone, due Sim, una monegasca e un'altra italiana, tre carte di credito e 300 euro. «I francesi su queste cose non vanno molto per il sottile...» chiosa il dottor Fanzone.

All'interno del posto di polizia, Chiara Rizzo ha effettuato l'unica telefonata alla quale aveva diritto, chiamando i figli, in attesa nella casa di Montecarlo. Il resto della mattinata passa nel tentativo di ricostruire quanto avrebbe detto agli agenti che l'hanno poi trasportata all'aeroporto di Genova, dove l'attendeva un volo per Roma, poi un altro per Reggio Calabria, e infine il carcere italiano, in attesa dell'interrogatorio di garanzia.

«Voglio chiarire tutto. Spero di ottenere i domiciliari per vedere i miei familiari». Durante il viaggio avrebbe continuato a difendere il suo operato, senza negare nulla delle contestazioni, che ha mostrato di conoscere. «Cos'altro potevo fare? Non avevo scelta. Mio figlio è senza un padre, io senza soldi. Ero obbligata ad aiutare mio marito, ho chiesto una mano a tutti quelli a cui potevo chiederla. Non pensavo di fare una cosa sbagliata, non sapevo che fosse così grave».

Alle 11.30 in punto il cinema finisce con due auto italiane che filano verso l'imbocco dell'autostrada. Gli uffici della Polizia di frontiera di Ponte San Luigi, ultima frazione di Ventimiglia e d'Italia, tornano alla normale attività quotidiana, che in gran parte consiste nella «riammissione», questo il termine tecnico, dei migranti fermati in Francia senza permesso di soggiorno. Anche loro sempre e rigorosamente in manette.

 

video scajola CHIARA RIZZO MATACENA CONSEGNATA ALLA POLIZIA ITALIANA AL CONFINE CON LA FRANCIA CHIARA RIZZO MATACENA CONSEGNATA ALLA POLIZIA ITALIANA AL CONFINE CON LA FRANCIA CHIARA RIZZO IN MANETTE CHIARA RIZZO MATACENA CONSEGNATA ALLA POLIZIA ITALIANA AL CONFINE CON LA FRANCIA CHIARA RIZZO MATACENA CONSEGNATA ALLA POLIZIA ITALIANA AL CONFINE CON LA FRANCIA CHIARA RIZZO MATACENA CONSEGNATA ALLA POLIZIA ITALIANA AL CONFINE CON LA FRANCIA CHIARA RIZZO MATACENA CONSEGNATA ALLA POLIZIA ITALIANA AL CONFINE CON LA FRANCIA

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