roberto garofoli dario scannapieco giulio napolitano bernardo giorgio mattarella

LA NUOVA MAPPA DEL POTERE? E' QUELLA DEL PASSATO, CON I VINCITORI CHE HANNO PROPIZIATO LA CHIAMATA DEI VINTI - I NUMERI DI AMATO, DI SEVERINO, DI ZOPPINI, DI PATRONI GRIFFI, DI GIANNI LETTA, BERNARDO MATTARELLA E GIULIO NAPOLITANO, MAI ANDATI IN DISUSO, SONO I PIÙ COMPULSATI DEL MOMENTO - PER COMPRENDERE BENE CHI DARÀ LE CARTE SULLE FUTURE NOMINE NELLE AZIENDE DI STATO BISOGNA SEGUIRE ATTENTAMENTE LA FILIERA GAROFOLI-FUNICIELLO-FRANCO – DRAGHI NON SI È SCORDATO DEI RENZIANI CHE VOLEVANO TRASCINARLO IN COMMISSIONE BANCHE, LA SCORSA LEGISLATURA, PER RIPULIRSI DAI PASTICCI SU ETRURIA&C.

 

 

Carlo Tecce per “l’Espresso”

 

mattarella e mario draghi al quirinale

Il governo di Mario Draghi è davvero un capolavoro, si teme involontario, di Matteo Renzi e di Beppe Grillo. Sono lì che plaudono a quei tecnici, quei sensali e quei burocrati che hanno tentato di abbattere con la rottamazione e il populismo.

 

le orecchie di roberto garofoli

Adesso quelli, di memoria profonda e di maniere affettate, riprendono il comando, sospinti proprio da Renzi e Grillo. E sono guai. La nuova mappa del potere, in vigore con Draghi, non è nuova. È soltanto un po’ sgualcita e impolverata. Conviene impararla in questi mesi di rodaggio: ci sono gli oltre 200 miliardi di euro di risorse europee da spendere e circa cinquecento poltrone di aziende statali ben assortite da distribuire, come il servizio pubblico Rai, la capogruppo Ferrovie, la sua controllata Anas e soprattutto Cassa depositi e prestiti, l'agognata Cdp.

 

NEMESI: VENDETTA RIPARATRICE.

Per interpretare la funzione di Roberto Garofoli, sottosegretario a Palazzo Chigi, cioè manutentore del governo, vanno riviste le immagini dell'intervento di Draghi in Senato.

 

Con le orecchie piegate dalla mascherina e col busto rigido e lo sguardo fisso all'aula, mentre in alto a sinistra il ministro Giancarlo Giorgetti si dimenava, irrequieto, come se stesse solfeggiando il discorso dell'amico Mario, Garofoli quasi impallava Draghi.

presentazione la nuova disciplina delle societa' a partecipazione pubblica – curato da roberto garofoli e andrea zoppini 1

 

Ecco il mandato di Garofoli, pugliese di Molfetta: proteggere Draghi. Garofoli ha fatto tre cose diverse nella sua carriera: il magistrato ordinario ai tribunali di Trani e di Taranto, il giudice al Tribunale amministrativo regionale della Puglia, il presidente di sezione al consiglio di Stato. Quella più riuscita e costante è la quarta: il protettore, per l'appunto, dei politici e dei ministri.

 

roberto garofoli franco frattini 1

A Palazzo Chigi è tornato dopo sette anni, al governo dopo uno e mezzo. Ha lavorato con Massimo D'Alema agli Esteri, con Filippo Patroni Griffi alla Funzione Pubblica e ancora da segretario generale di Palazzo Chigi con Enrico Letta premier. Con l'avvento di Renzi, nel 2014 riparò al Tesoro con i gradi di capo di gabinetto del ministro Pier Carlo Padoan, allora classificato come dalemiano, ma poi declassificato in altro modo.

 

daniele franco

Sempre con Padoan, liberato dall'abbraccio di Renzi, fu irrinunciabile nel governo di Paolo Gentiloni, finché le elezioni di marzo rovesciarono il mondo esistente che, attenzione, non implose, ma si rese non più visibile.

 

andrea zoppini

Il 15 marzo 2018 all'Istituto Treccani sembra di un'altra epoca. Fuori c'erano Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i vincitori, che irrompevano nel palazzo con mezza Italia accanto e giuravano di voler restituire ai cittadini il rispetto perduto additando i colpevoli.

 

 

Cancellare il passato per imporre un futuro su cui però non erano d'accordo. Dentro c'erano Giuliano Amato, Sabino Cassese, Franco Frattini, Paola Severino, Filippo Patroni Griffi, i vinti, riuniti per presentare il volume dal titolo "La nuova disciplina delle società a partecipazione pubblica" curato da Garofoli e Andrea Zoppini, l'avvocato che si tiene lontano dalla politica dopo la scottante esperienza nel governo di Mario Monti.

mario draghi giuliano amato

 

 

Il tavolo era rotondo, non troppo capiente, un assembramento, i fogli spiegazzati, le giacche stazzonate, un groviglio di fili e di bottiglie d'acqua, il fastidioso gracchiare dei microfoni e la solita platea in giacca e cravatta che lo stilista Salvini aveva ormai bandito dal sentire, o meglio dal vestire comune.

 

giulio napolitano foto mezzelani gmt

Più corrente Amato che Cassese, Garofoli ne ha firmato la premessa, i primi due capitoli furono affidati a due professori universitari: Bernardo Mattarella, il figlio di Sergio; Giulio Napolitano, il figlio di Giorgio.

 

Allora era un testo dal valore scientifico, oggi è un indizio per Cdp e sorelle: «Il tema delle società a partecipazione pubblica - scriveva Garofoli nell'opera edita da "Nel diritto editore" di Molfetta, la casa editrice di proprietà della moglie - non può essere affrontato avendo riguardo al solo obiettivo del ridimensionamento quantitativo del fenomeno, lo stesso intersecando, tra gli altri, quello della definizione delle politiche industriali e del ruolo che al riguardo può essere riconosciuto, ferma la disciplina europea in tema di aiuti, alla mano pubblica».

 

dario scannapieco

Vuol dire che la aziende statali riflettono le politiche (al plurale) del governo. Il ministro Giovanni Tria lo confermò al Tesoro nell'esecutivo del cambiamento che non riuscì mai a cambiare neanche la tappezzeria, ma tempo un semestre di pressioni e accuse dei Cinque Stelle e Garofoli si dimise.

 

È finita con i vincitori che hanno propiziato la chiamata dei vinti. I numeri di Amato, di Severino, di Zoppini, di Patroni Griffi, mai andati in disuso, sono i più compulsati del momento.

 

filippo patroni griffi

Rincasato a Palazzo Chigi, Garofoli ha subito convocato Carlo Deodato per l'ufficio legislativo dopo gli anni con Monti e Letta. Altro consigliere di Stato, Deodato è stato accolto con sdegno dalla sinistra perché fu il relatore della sentenza che annullò le trascrizioni dall'estero dei matrimoni omosessuali. Deodato è sicuramente un giurista ultracattolico quanto un antirenziano.

 

 

IL PEZZO FORTE

Bernardo Giorgio Mattarella

Appena Draghi ha ricevuto dal Quirinale il mandato di formare il governo, Dario Scannapieco ha scaricato sul cellulare l'applicazione Telegram che permette di distruggere i messaggi e intrattenere conversazioni all'apparenza più riservate.

 

sabino cassese

Scannapieco è un economista assai stimato da Draghi, è vicepresidente della Banca europea per gli investimenti. Nella tarda primavera del 2018 fu praticamente designato dal governo di Gentiloni, in uscita, per guidare Cdp, ma il governo Conte I, in entrata, lo contestò ferocemente e gli preferì Fabrizio Palermo.

 

ANDREA ZOPPINI GIULIO NAPOLITANO GIOVANNI BAZOLI ENRICO LETTA FOTO INFOPHOTO

Come è noto Palermo si batte per restare a Cdp e in questi giorni ha appreso due notizie. La buona: salutato Conte, il rivale Domenico Arcuri non è più temibile. La cattiva: Scannapieco ha imparato in fretta a usare Telegram e fa più paura di Arcuri. Altra annotazione per Palermo: Antonio Funiciello era fra i promotori di Scannapieco.

 

fabrizio palermo giovanni gorno tempini dario scannapieco

Anche Antonio Funiciello ha risalito il calendario sino al 2018 e si è accomodato con Draghi nella stanza con il balcone e le bandiere di Palazzo Chigi, quella del capo di gabinetto, che aveva lasciato con Gentiloni.

 

GIUSEPPE CHINE'

È vero che Funiciello ha diretto il comitato per il si al referendum costituzionale di Renzi, ma poi Renzi stesso ne pretese la rimozione notturna dalle liste del Pd alla vigilia del deposito, sempre nel fatidico 2018.

 

Garofoli e Funiciello sono decisioni di Draghi ispirate dal Quirinale e sono necessari per avvicinare Palazzo Chigi al ministero dell'Economia e trasformarli in un tutt'uno: parte essenziale del governo 1 di Draghi e dei non politici.

ANTONIO FUNICIELLO

 

L'altro è il governo 2 dei politici. Fra i «pezzi di merda» del Tesoro, per citare un audio di Rocco Casalino ai giornalisti, c'era anche Daniele Franco, che come Garofoli, secondo la letteratura apocrifa della prima versione dei Cinque Stelle, era d'intralcio all'abolizione della povertà.

 

 

All'epoca il ministro Franco era ragioniere generale dello Stato, promosso da Enrico Letta, premier di un governo breve ma incisivo nelle strutture statali. Giuseppe Chiné, consigliere di Stato, è il capo di gabinetto di Franco.

 

È una scelta che ha stupito. Autore di manuali universitari sia con Guido Alpa, mentore di Conte, sia con il succitato Zoppini, Chiné transitò al Tesoro col ministro Giulio Tremonti e con Vincenzo Fortunato, fra i più longevi capi di gabinetto.

ALESSANDRO RIVERA

 

Rimbalzato da Beatrice Lorenzin alla Sanità a Marco Bussetti all'Istruzione, centro con vocazione a destra e destra con vocazione leghista, il burocrate Chiné sembrava più che lusingato dall'ipotesi di una candidatura col centrodestra per la regione Calabria.

 

CARLO DEODATO

Per comprendere le nomine nelle aziende seguire la traccia Garofoli, Funiciello e Franco. E osservare il redivivo Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro, che ha superato indenne la stagione «pezzi di merda».

 

 

GIUSEPPE CHINE'

Sempre lesti a sventolare la bandiera di chi comanda, in Rai non sanno più che bandiera tirare su. Il caso del presidente Marcello Foa è un enigma irrisolto. Fu indicato dai leghisti come simbolo del vecchio centro-destra in onore del nuovo sovranismo, dunque col Conte I era un presidente di maggioranza e di opposizione.

 

fabrizio salini marcello foa

Col Conte II è diventato un presidente di opposizione e di un sovranismo ormai abiurato dai Cinque Stelle, tant'è il Pd è stato a lungo in procinto di sostituirlo, talmente a lungo che Conte non c'è più. Adesso il povero Foa è presidente di nessuno poiché Salvini ha abbracciato quel salvatore dell'Europa che hanno combattuto assieme.

 

La soluzione esiste, e la custodisce l'amministratore delegato Fabrizio Salini (in scadenza), che per non sbagliare ha sempre saggiamente optato per il non fare, e pare intenzionato a suggerire all'azionista, cioè al ministero del Tesoro, di prorogare tutti per un anno per far fronte a cotanto garbuglio politico.

gianni letta

 

I renziani sono i più impauriti. Renzi racconta di aver montato il Conte I, smontato il Conte II e montato il Draghi I. In realtà Draghi non si è scordato dei renziani che volevano trascinarlo in Commissione banche, la scorsa legislatura, per ripulirsi dai pasticci su Etruria&C. e interrogarlo da ex governatore di Bankitalia e presidente in carica della Banca centrale europea.

 

In questi momenti di sbandamento, I’unica certezza è lo studio di Gianni Letta alla sede romana di Mediaset in largo del Nazareno. In segreteria sono sfiniti: «Il dottore sta ancora ricevendo. Mi spiace, può capire, oggi purtroppo le richieste sono tante». Benvenuti a dieci anni fa.

roberto garofoli franco frattiniMARIO DRAGHI ROBERTO GAROFOLI MARIO MONTI PIERO GIARDAfabrizio salini marcello foaMARCELLO FOA FABRIZIO SALINIGIANNI LETTA BERLUSCONIgiulio napolitano foto di bacco

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