- PERCHE’ MUORE UN CRONISTA - LA VERITA’ DELL’OMICIDIO DI MAURO DE MAURO NELLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA CHE ASSOLVE RIINA - A TRADIRE IL GIORNALISTA FU GRAZIANO VERZOTTO, ALL’EPOCA SEGRETARIO REGIONALE DELLA DC - VERZOTTO VOLEVA LA MORTE DI DE MAURO “PER COPRIRE IL PROPRIO PERSONALE COINVOLGIMENTO NEL DELITTO MATTEI” - IL CRONISTA AVEVA SCOPERTO IL SUO RUOLO NEL SABOTAGGIO DELL’AEREO DEL PRESIDENTE DELL’ENI… -

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Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per Il Fatto Quotidiano

Mauro De MauroMauro De Mauro

Una busta gialla o arancione con alcuni fogli che contengono il segreto della morte di Enrico Mattei: è il "copione" scritto per il regista Francesco Rosi. Quel giorno, il 16 settembre 1970, alle 17,30, il giornalista de L'Ora di Palermo, Mauro De Mauro ha in mano quella busta e si affretta, col suo passo claudicante, sul marciapiede di via Meccio. Il collega Nino Sofia lo vede parcheggiare davanti alla redazione del quotidiano del pomeriggio e attraversare la via Stabile con la busta in mano.

Ma quando torna al giornale, poco dopo, quella busta è sparita, o almeno Sofia non la ricorda più. A chi l'ha consegnata De Mauro? A Graziano Verzotto, rispondono i giudici, l'uomo che lo ha tradito nelle ultime ore di vita. Se l'avvocato Vito Guarrasi, il mister X dei segreti dello sbarco Usa in Sicilia, è coinvolto nel sequestro di De Mauro, "Verzotto lo è due volte di più".

E che sia proprio Verzotto il mandante dell'eliminazione del giornalista scomparso a Palermo la sera del 16 settembre 1970 "è un assunto prossimo alla certezza processuale". Ma perché lo avrebbe fatto uccidere? "Per coprire il proprio personale coinvolgimento nel delitto Mattei".

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Nelle 2.200 pagine delle motivazioni della sentenza che ha assolto Totò Riina, all'epoca non ancora il capo dei capi di Cosa nostra, i giudici della Corte d'Assise di Palermo offrono la soluzione del "giallo" che lega i casi Mattei e De Mauro, puntando il dito contro il personaggio più controverso dell'inchiesta: l'ex partigiano "bianco" Graziano Verzotto, veneto di Santa Giustina in Colle, all'epoca segretario regionale della Democrazia Cristiana, capo delle pubbliche relazioni dell'Eni in Sicilia ai tempi di Mattei, legato ai servizi segreti francesi, coinvolto nell'inchiesta sui fondi neri delle banche di Michele Sindona, compare d'anello del boss Giuseppe Di Cristina, ammiratore di Lucky Luciano, e morto il 12 giugno 2010, prima dell'ultima deposizione in aula, a Palermo , alla fine di un tortuoso, contraddittorio e depistante percorso processuale, seminato, come scrivono i giudici, di "polpette avvelenate".

Un uomo al centro di una trama che parte da Bascapè, dove con l'attentato mascherato per 40 anni da "incidente" prende il via "un'altra storia d'Italia", un intreccio perverso e di fatto eversivo, terreno di coltura delle stragi di Stato, segnato dai depistaggi istituzionali (a partire da quello compiuto, proprio nel caso De Mauro, dai carabinieri del generale Dalla Chiesa), e che allunga la propria ombra sulla trattativa tra mafia e Stato.

Verzotto, dicono i giudici di Palermo, fa sparire Mauro De Mauro perché il giornalista de L'Ora ha trovato le prove dell'uccisione di Enrico Mattei, il presidente dell'Eni precipitato otto anni prima a bordo di un bimotore privato, dopo una visita di due giorni in Sicilia. De Mauro ha scoperto che quello passato alla storia come un "incidente aereo" è in realtà l'esito di un sabotaggio, effettuato all'aeroporto di Catania, grazie a "due telefonate" che hanno allontanato dal velivolo il pilota Irnerio Bertuzzi, per permettere a tre persone sconosciute di salire a bordo e piazzare una carica di esplosivo.

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Scoperta dirompente. De Mauro ha scoperto anche di più: conosce i nomi delle persone che erano al corrente dell'orario di partenza - tenuto segretissimo per ragioni di sicurezza - del volo di rientro di Mattei da Catania. De Mauro queste cose le ha scritte nella ricerca che gli è stata commissionata dal regista Francesco Rosi, per ricostruire gli ultimi due giorni di vita del presidente dell'Eni in Sicilia.

La sua è una scoperta dirompente. Al punto che quel reportage, come ora scrivono i giudici di Palermo, ha suscitato e coagulato contro De Mauro "un fronte vasto di ostilità facenti capo a soggetti eterogenei, ben radicati in circuiti criminali e in ambienti istituzionali, diversi ma accomunati nell'obiettivo di far tacere per sempre una delle più note firme del giornalismo di inchiesta". La rivelazione di un attentato a Mattei, progettato con la complicità di apparati italiani (e forse con il supporto della Cia), avrebbe avuto "effetti devastanti per i precari equilibri politici generali, in un paese attanagliato da fermenti eversivi e tentato da svolte autoritarie".

E di fatto, la "verità compatibile" dell'incidente aereo ha retto fino ad oggi, trovando un supporto giudiziario nella sentenza lapidaria del gip Fabio Lambertucci, autore nel 2004 del decreto di archiviazione che ha liquidato il caso Mattei come materia di studio, buona "tutt'al più, per gli storici".

Ma la Corte d'assise di Palermo oggi riscrive da capo anche il mistero di Bascapè: il giudice Angelo Pellino, estensore delle motivazioni, sostiene di considerare provata la matrice dolosa dell'"incidente aereo" di Mattei, e cioè che il Morane Saulnier del presidente dell'Eni precipitò non per un "errore umano" del pilota Irnerio Bertuzzi, ma a seguito dell'esplosione di una piccola carica di esplosivo piazzata sul cruscotto.

E che proprio da quel sabotaggio, coperto da complicità istituzionali, deriva - otto anni dopo - la necessità di eliminare De Mauro, nel momento in cui il giornalista de L'Ora scopre la verità e ne anticipa le conclusioni ad una persona che ritiene sua amica, e che invece è coinvolta direttamente nel tranello del viaggio di Mattei in Sicilia: l'ex senatore Dc Graziano Verzotto. E solo la morte di Verzotto impedisce oggi che il procedimento per la "lupara bianca" del cronista de L'Ora venga riaperto per la quarta volta, con un uomo delle istituzioni nei panni del mandante.

Il traditore. È proprio Verzotto, infatti, l'uomo che, secondo i giudici di Palermo, innesca il "meccanismo mortale che ha stritolato il giornalista de L'Ora", quando si rende conto che De Mauro si è spinto troppo oltre nella sua ricostruzione delle ultime ore di Mattei. Quando, cioè, capisce che il giornalista è troppo vicino alla verità, non solo sul sabotaggio dell'aereo, ma anche sull'identità dei mandanti, o almeno di uno di loro: lo stesso Verzotto.

È lui l'unico - a parte le vittime dell'attentato - ad aver volato sul Morane Saulnier di Mattei, la notte tra il 26 e il 27 ottobre, è sempre lui ad essere presente all'aeroporto di Fontanarossa la mattina del sabotaggio, ed è ancora lui l'uomo che illude il pilota Irnerio Bertuzzi prospettandogli un futuro di manager privato in una società aerea regionale, che però è già in liquidazione.

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Presidente dell'Ente Minerario siciliano, Verzotto è uomo di strette relazioni internazionali: progetta di vendere mille pescherecci al regime cubano di Fidel Castro attraverso una società collegata all'Ems, la Geomeccanica, della quale è consulente anche l'avvocato Guarrasi; promuove la firma di un accordo italo-algerino per la realizzazione di un metanodotto tra la Sicilia e l'Algeria finanziato da fondi della Banca Mondiale e la cui progettazione è affidata alla società Bechtel di San Francisco, vicina alla Cia, "mantenendo - scrivono i giudici - un osservatorio americano costante nel canale di Sicilia, a far data dal 2 gennaio 1970, ossia in uno scacchiere del Mediterraneo divenuto particolarmente caldo, a quattro mesi dal colpo di Stato in Libia del colonnello Mohammar Gheddafi".

E nell'estate del 1970, quando le manovre per la successione di Eugenio Cefis al vertice dell'Eni entrano nel vivo, Verzotto aspira alla presidenza dell'Ente petrolifero. Per chiudere il cerchio della sua inchiesta su Mattei, scritta sotto forma di "copione", De Mauro ha bisogno solo di alcune conferme, e la Corte di Palermo è convinta che le chiede proprio a Verzotto, e sta per chiederle anche al presidente della Regione Giuseppe D'Angelo (forse avvertito dell'attentato, ipotizza la corte) che ha intenzione di raggiungere al più presto a Vulcano. È a questo punto, secondo i giudici, che Verzotto non riesce più "a reggere il gioco sottile che lui stesso ha innescato, cercando di orientare l'indagine di De Mauro nella direzione a lui più conveniente".

Il copione. Nella sua ricostruzione, la Corte di Palermo scopre che l'incontro del 14 settembre tra il giornalista e Verzotto, nei locali dell'Ems, viene concordato tra i due per la consegna del "copione", ormai praticamente concluso, all'ex senatore che si è offerto di dare una mano per la sistemazione finale, e si è prestato a fare da "corriere" portandolo a Roma: ma la consegna quel giorno non avviene, perché i due si vedono solo di sfuggita e sono costretti a fissare un nuovo appuntamento, due giorni dopo.

Però è proprio in quel momento che, secondo i giudici di Palermo, vengono allertati gli alleati mafiosi di Verzotto e dei cugini Salvo (gli esattori di Salemi, che con lui gestiscono affari a nove zeri): ovvero i boss Stefano Bontade e Giuseppe Di Cristina. Si attiva il circuito delle deliberazioni dei vertici di Cosa nostra: sono in molti a volere che sui retroscena del delitto Mattei (quello che il pentito Buscetta definisce "il primo delitto della Commissione") sia mantenuto il segreto più assoluto.

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I lapsus di Verzotto. A tradirsi è lo stesso Verzotto, protagonista in aula di un "lapsus linguae": è impossibile, sostiene in udienza, che abbia parlato con De Mauro il 14 settembre perché in quella data si trovava a Peschiera del Garda, dove invece si recò due giorni dopo, il 16 settembre, ovvero il giorno del sequestro del giornalista. In quel preciso momento, rilevano i giudici, Verzotto si confonde, "equivoca sulla data, identificandola con il giorno della scomparsa di De Mauro", perché effettivamente "fu allora che Verzotto incontrò De Mauro per l'ultima volta", circostanza che ha sempre negato. E il riferimento è all'incontro del 16 settembre, che sarebbe avvenuto nell'appartamento di Verzotto, in via Ruggero Settimo 55, a pochi metri da L'Ora: quello dove il giornalista si recò con la busta gialla, poche ore prima di finire nella trappola dei suoi assassini.

Il sequestro. De Mauro viene rapito, si legge nelle motivazioni, "quando i sequestratori hanno ormai la certezza che il materiale raccolto su Mattei si trova in mani sicure". A quel punto non si può più perdere tempo: il cronista de L'Ora potrebbe scoprire presto di essere stato ingannato da Verzotto, o potrebbe avere il tempo di riferire a Pietro Notarianni (il produttore della Vides, la società che doveva finanziare il film di Rosi) il nome dell'uomo a cui ha consegnato il suo lavoro per farglielo recapitare a Roma.

Ed è necessario rapirlo con tutta la sua auto, la Bmw blu notte, scrivono i giudici, "per avere qualche ora di vantaggio sugli inquirenti, simulando un allontanamento spontaneo con amici", ma anche perché De Mauro forse aveva portato con sé altro materiale, o magari la copia del dossier consegnato, e "non si poteva correre il rischio di lasciare le carte del dossier Mattei nell'auto". Perché Verzotto. Ma perché alla fine Verzotto si sarebbe prestato all'eliminazione di De Mauro?

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Il suo interessamento al lavoro del giornalista, per la Corte di Palermo, è "duplice": da un lato l'ex senatore, "si riprometteva di strumentalizzarlo in chiave anti-Cefis"; dall'altro la collaborazione prestata a De Mauro gli avrebbe offerto "un osservatorio privilegiato per orientare la sua inchiesta e indirizzarla con opportuni suggerimenti, secondo la propria convenienza". Questo "fino al momento in cui si è reso conto che il cronista, pur fidandosi ancora di lui, era troppo prossimo a scoprire la verità: e a quel punto doveva essere eliminato".

Con la complicità di Vito Guarrasi? Forse, nei confronti del mister X c'è solo un debole "fumus indiziario". Ma se c'entra Guarrasi, "c'entra due volte Verzotto". Solo lui poteva informare Guarrasi dell'evoluzione del reportage, e solo lui poteva farsi consegnare il materiale del "dossier Mattei" a lavoro finito. Solo lui, in sostanza, poteva approfittare della buona fede di un cronista onesto.

 

 

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