ricky albertosi

GLI 80 ANNI RIBELLI DI “RICKY” ALBERTOSI! - LE DONNE, I CAVALLI, IL WHISKY, LA GALERA PER QUEL “MALEDETTO” LAZIO-MILAN: “SCOMMESSE? MI MISERO IN MEZZO MA IN CELLA HO MANGIATO I MIGLIORI BUCATINI ALLA AMATRICIANA DELLA MIA VITA – “IL NO DI RIVA ALLA JUVE FREGÒ SOPRATTUTTO ME” – LA RIVALITA’ CON ZOFF: “DINO MI SOFFRIVA…” – SCOPIGNO E LE NOTTI DI POKER A CAGLIARI, LA BATTUTA DI PELE’ - BUFFON: "FORSE È IL MIGLIORE. MA SE FOSSI ANDATO A TORINO LO SAREI DIVENTATO IO" - VIDEO

 

Alessandro Bocci per il “Corriere della Sera”

RICKY ALBERTOSI

 

Enrico Albertosi, detto Ricky, sabato compie 80 anni e quando ti racconta la sua vita, ricca, piena, meglio di un romanzo d' avventura, non smetteresti più di ascoltarlo. Ha regalato alla Fiorentina la Coppa delle Coppe, al Cagliari il suo unico scudetto, al Milan quello della stella e in Nazionale ha preso le uova in faccia dopo la Corea, è stato il portiere dell' iconica Italia-Germania 4-3 durante il Mondiale in Messico nel '74 e campione d' Europa nel '68: «Quella volta sono rimasto in panchina dietro Zoff solo perché mi ero rotto un dito», tiene a precisare con la voce squillante dal buen ritiro di Forte dei Marmi, dove si gode la pensione e la famiglia e ripensa a quello che è stato.

 

RICKY ALBERTOSI

Una vita controvento. Sempre fuori dai pali e a volte qualche uscita l' ha sbagliata: «Ma rifarei tutto», dicono con puntiglio il portiere e l' uomo che non si sono negati niente: donne, cavalli, partite (532 in serie A), rivalità accese. Estroverso e spregiudicato, ha vissuto a mille all' ora. Solo un infarto, parecchi anni fa, ha rischiato di metterlo fuorigioco. Da quel giorno ha cambiato stile: meno stress e meno eccessi. «E mica è stato facile».

 

L' esordio in serie A alla Fiorentina, la squadra del suo cuore, dove è rimasto dieci anni.

«E i primi cinque li ho trascorsi alle spalle di Sarti. All' epoca andava così: se eri giovane, dovevi fare la gavetta. Stavo in panchina e da panchinaro sono andato al Mondiale del '62 con la Nazionale.

 

Oggi sarebbe impensabile. I ragazzi hanno fretta e forse hanno ragione di averla. E poi è cambiata la mentalità, sia delle società che degli allenatori. Donnarumma, quando è entrato nel Milan, non è più uscito. Io ho esordito contro la Roma, ma quando Sarti si è ripreso dall' infortunio mi sono rimesso a sedere».

Quando se ne va, la Fiorentina vince lo scudetto «Una beffa. Però mi sono rifatto a Cagliari. Ho lasciato i viola perché avevo qualche problema personale e non andavo d' accordo con Bassi, l' allenatore. Mi aveva chiamato Italo Allodi per portarmi all' Inter ma a giugno, con mia grande sorpresa, mi sono trovato ceduto al Cagliari».

 

Non deve averla presa benissimo.

RICKY ALBERTOSI

«Non ci volevo andare. All' epoca la Sardegna era una terra di banditi, mi faceva persino paura. E invece mi sono innamorato di quell' isola e di quella gente meravigliosa».

E ha vinto lo scudetto.

«Eravamo un gruppo formidabile. Ancora oggi ci vediamo con quei ragazzi: Tomasini, Greatti, Brugnera».

Il simbolo era Gigi Riva.

«Gigi sembrava scontroso, in realtà era solo timido. Nell' estate del '74 mi ha combinato un brutto scherzo: insieme a lui dovevo andare alla Juventus e il suo rifiuto ha fatto saltare anche il mio trasferimento».

 

Ma non le è andata male...

«Perché sono finito al Milan dove ho vinto lo scudetto della stella con Liedholm, un grande allenatore. Lui Scopigno e Valcareggi sono quelli a cui mi sento più legato, uomini che hanno capito il mio carattere. Però mi lasci dire una cosa...».

Prego

«Se fossi andato alla Juventus avrei vinto molto di più e la mia carriera sarebbe stata diversa. E invece a Torino c' è andato Zoff».

Con il quale ha litigato

«Dino mi soffriva. Nel '78, ero alla fine della carriera, mi chiama Bearzot e mi chiede: Ricky vuoi fare il terzo portiere in Argentina? Io rispondo sicuro: pur di venire porto anche le valigie. Sarebbe stato il mio quinto Mondiale come nessun altro calciatore italiano a quei tempi. Dopo dieci giorni mi richiama il c.t. e mi dice che Zoff soffre la mia presenza e che è costretto a lasciarmi a casa».

 

Come ci è rimasto?

«Malissimo. E ho criticato pesantemente Dino per i due gol presi fuori dall' area con l' Olanda, uno quasi da centrocampo (ride). Solo tanti anni dopo, incontrandoci in un albergo, abbiamo fatto pace».

RICKY ALBERTOSI

Ma chi è stato il portiere più forte di tutti i tempi: Zoff o Buffon, o magari proprio lei Albertosi.

«Gigi è un grande, forse il migliore. Ma se fossi andato a Torino magari lo sarei diventato io».

Ha sentito più la rivalità con Sarti o quella con Zoff?

«Sono state diverse. A Sarti portavo le valigie. Con Zoff me la sono giocata. Eravamo diversi: lui taciturno, io estroverso. Lui maniacale negli allenamenti, io pronto la domenica».

 

Anche in Nazionale ha pagine molto belle e al tempo stesso molto brutte da raccontare.

«L' azzurro, per quelli della mia generazione, era un traguardo perché solo i migliori ci arrivavano. Ne ho viste tante in quindici anni. Non posso dimenticare il lancio di uova quando siamo tornati dall' Inghilterra dopo la sconfitta con la Corea e neppure Italia-Germania 4-3, la partita di una generazione, la migliore del secolo».

 

Prima di finire la carriera poteva andare ai Cosmos con Chinaglia e Pelè.

«Ma sono stato squalificato per il calcioscommesse e tutto è svanito. Cosa è successo?

PELE' BURGNICH

Sono stato un ingenuo. Quando sono stato contattato dai laziali ho riferito cosa era successo a Felice Colombo, il presidente del Milan, anziché denunciare tutto alla Federazione. E ho pagato».

 

Così ha finito a Porto Sant' Elpidio.

«Sentivo di poter dare ancora qualcosa. Non era il momento di smettere. Il secondo anno ero portiere e allenatore allo stesso tempo ma durante una partitella di allenamento in famiglia in cui giocavo da attaccante mi sono rotto il crociato. In quel momento è finita».

Ora si gode la famiglia.

«Sono felice con Elisabetta, la mia seconda moglie da oltre quarant' anni. Festeggerò 80 anni con lei e i miei figli. Sereno. Non ho rimpianti. E ho la coscienza a posto. Forse sono stato un po' matto, come tutti i portieri, però me la sono goduta».

 

E il calcio di oggi?

«È diverso, lo guardo con una certa distrazione. Guardo soprattutto i portieri. Penso che ai miei tempi c' era più concorrenza: Anzolin, Ghezzi, Lido Vieri, Castellini e sicuramente dimentico qualcuno.Adesso quelli bravi italiani sono pochi».

 

buffon

Mancini punta su Donnarumma anche se Sirigu lo incalza. Lei chi farebbe giocare?

«Intanto proverei Meret: è giovane, è bravo e ha un gran futuro».

 

"I MIEI 80 ANNI RIBELLI E QUEL PRANZO IN CELLA..."

Nino Materi per il Giornale

 

Nome ordinario, Enrico. Nome straordinario, Ricky. Inevitabile che Albertosi nella storia del calcio entrasse volando sulle cinque lettere di r-i-c-k-y; roba da supereroe, con quella «k» e quella «y» che paiono la stilizzazione grafica di un portiere in volo all'incrocio dei pali e in uscita bassa sui piedi dell'attaccante.

 

 

buffon

Ricky, nome breve. Come Dino (Zoff), Lido (Vieri), Sepp (Maier), Lev (Yashin). Portieri da urlo: il grido del gol che si strozza in gola nell'istante del miracolo.

 

Nato a Pontremoli (Massa Carrara), Albertosi compirà 80 anni il 2 novembre: «Sono nato nel giorno dei morti, ma mi sento vivo più che mai». Anche quella carogna di infarto che tentò di fargli gol nel 2004 dovette rassegnarsi a tornare negli spogliatoi con la coda tra le gambe, sconfitto dal fisico temprato inox di Ricky.

 

Giovane guascone, arrivò dallo Spezia alla Fiorentina per soffiare il posto a Giuliano Sarti, allora numero uno della Nazionale: «In Viola, all'inizio, partii in panchina. Sarti è stato un maestro che ho superato. Dai e dai il titolare diventai io. Credo che in cuor suo Sarti abbia sempre pensato che sarebbe finita così...».

 

napoli juve meret

Ricky parla gonfiando il petto, senza abbassare gli occhi davanti a nessuno. Per molti è stato il portiere italiano più forte di ogni tempo, ma Nereo Rocco, suo storico allenatore al Milan, andava oltre: «Albertosi è il miglior portiere del mondo...», aggiungendo beffardo, «... me lo tengo stretto anche se ha tutto quello che non posso sopportare in un calciatore professionista: beve, fuma, fa tardi la sera, è pieno di donne e scommette ai cavalli».

 

meret

Un cocktail shakerato a base di erbe dolci e amare che hanno ispirato le pagine inebrianti di Ricky Albertosi, romanzo popolare di un portiere, (Urbone Publishing), libro curato da Massimiliano Castellani del Collettivo Soriano tra le cui fila milita pure Lamberto Boranga, altro highlander della porta che ha avuto la ventura di incrociare i suoi guanti con quelli di Ricky (che però spesso preferiva giocare a mani nude). Dieci dita libere da coperture che sono la metafora di un uomo mai ingabbiato dell'ipocrisia. Perfino quando, «ingabbiato», lo è stato davvero, finendo nel 1980 a Regina Coeli dopo essere precipitato nel pozzo nero del calcioscommesse.

 

«Maledetto quel Lazio-Milan - racconta Albertosi al Giornale - Mi misero in mezzo per una telefonata ricevuta da quelli della Lazio di cui mi feci portavoce, ingenuamente, col mio presidente. L'ipotetico accordo prevedeva - in cambio di 80 milioni, poi scesi a 20 - la vittoria del Milan all'Olimpico. Tutti sapevano. Ma io ero il perfetto capro espiatorio. Il mondo mi crollò addosso. E saltò pure il contratto con i Cosmos dove avrei dovuto chiudere la carriera insieme ad altri campioni ingaggiati per esportare il soccer negli Usa».

 

RICKY ALBERTOSI

Un duro, il Ricky. Carismatico. Mai ruffiano. Pane al pane, vino al vino. E whisky al whisky. «Estremo difensore», anche di se stesso: «Se in partita commettevo un errore, non lo ammettevo subito, preferivo dare la colpa al difensore...»; o al «pallone troppo leggero», come in quel maledetto Milan-Porto del '79 che eliminò dalla Coppa dei Campioni i rossoneri messi in ginocchio da una punizione (ora, dopo 40 anni, può ammetterlo perfino Ricky: «Tutt'altro che imparabile») calciato dal piede velenoso di quel serpente di Duda.

 

Oggi Albertosi vive serenamente a Forte dei Marmi circondato da figli, nipoti e dalla Betty, la seconda moglie con la quale per anni ha gestito a Milano il ristorante Tatum: «Ma i migliori bucatini alla amatriciana della mia vita li ho mangiati in carcere, cucinati da un compagno di cella». Ricky il calcio continua a seguirlo, ma in maniera ironica, disincantata: come al tavolo del bar «Gattullo» a Milano insieme con Pizzul, Viola e Jannacci che canta Vincenzina scolando bottiglie e bruciando stecche di Marlboro: «I portieri oggi hanno numeri assurdi dietro le maglie, guadagnano milioni ma commettono gravi errori di impostazione enormi (a Donnarumma fischieranno le orecchie, ndr). Anche la storia dello stress causato dalle troppe partite, è una roba che mi fa ridere...».

zoff

 

Ci fu un tempo in cui Albertosi, tra i pali, oltre a dettare la legge del più forte, dettava anche legge in fatto di moda: la sua maglia blu o rossa ai tempi del mitico Cagliari scudettato del '70 fece epoca. Rompendo il grigiore cromatico dei portieri in nero.

 

La Sardegna, un'isola circondata da un mare di ricordi. Che Ricky solca a larghe bracciate: «Il Cagliari, guidato da quel filosofo che era Manlio Scopigno. Eravamo in ritiro. Ogni notte giocavamo a poker. Nella stanza la visibilità era azzerata dalle sigarette. Il mister bussò alla porta, si affacciò sull'uscio e, tra la nebbia impenetrabile delle Marlboro, chiese educatamente: Scusate, disturbo se fumo?. Grandioso».

 

RICKY ALBERTOSI

Il 1970, anno memorabile per Ricky, la data leggendaria della «partita del secolo» in Messico: «Posso dire di fare parte di quel 4 a 3 contro la Germania entrato ormai nella leggenda dell'Italia». Era il suo terzo Mondiale. Con Pelè che alla fine della sfortunata finale col Brasile gli disse scherzando: «Ricky, è inutile che ti impegni, ti farei gol anche in amichevole...».

 

Poi per Albertosi ci fu anche il quarto mondiale del '74 in Germania. E ce ne sarebbe stato, nel '78, perfino un quinto se il destino fosse stato meno cinico (o almeno un po' meno baro): «Bearzot mi aveva assicurato che avrei fatto parte della spedizione in Argentina, ma alla vigilia della partenza il mister mi chiamò dicendomi che Zoff con me in panchina non si sentiva tranquillo. E quindi era meglio se fossi rimasto a casa». Un tradimento che incrinò l'amicizia con Dino. Grande delusione, compensata nel '79 dallo scudetto della Stella conquistato con una sgargiante maglia gialla.

 

Una rivalità, quella tra il metallico Zoff e il plastico Albertosi - che ha segnato pagine avvincenti nell'epopea di un ruolo riservato solo a quegli uomini speciali che sono i portieri. Dino e Ricky restano convinti di essere l'uno più forte dell'altro. In realtà è un match pari, come quello sul campo artistico tra Michelangelo Buonarroti e Michelangelo Merisi, ma loro - pur sapendolo - non lo ammetteranno mai.

 

Zoff Albertosi

Da una parte Dino il freddo, tanto da risultare quasi glaciale; dall'altra Ricky il caldo, ai limiti della scottatura. Zoff il regolare, Albertosi l'irregolare che accetta perfino di chiudere la carriera nell'Elpidiense, in serie C. Con la gioia però di mietere ammirazione perfino sui campi dove la puzza della polvere annichilisce il profumo dell'erba. Ma per uno come Ricky anche quei terreni spelacchiati sapevano di poesia. Fino all'ultima partita: «L'amico Beppe Viola, da lassù, sono sicuro che ha condiviso la mia scelta».

 

Perché i «romanzi popolari» più belli si consumano sempre davanti a una porta. Sormontata da una traversa.

 

 

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