IL VOLO A PLANARE DI SARA SIMEONI - “LE ASCELLE NON DEPILATE? ERANO ANNI IN CUI NON SI PENSAVA AL LOOK, C' ERANO PRIORITÀ DIVERSE. MI ALLENAVO IN TUTA DA UOMO. A MOSCA SUL PODIO SENZA INNO HO CANTICCHIATO VIVA L’ITALIA DI DE GREGORI” - "MENNEA? IN PISTA ERA INTRATTABILE" – IL SOGNO DI FARE LA BALLERINA, MONACO '72 E L'ATTENTATO TERRORISTICO DI 'SETTEMBRE NERO', LA POLITICA (“UN GRANDE ERRORE”) E QUELLA VOLTA A “GUESS MY AGE” - VIDEO

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Gaia Piccardi per il “Corriere della Sera”

 

sara simeoni sara simeoni

Le ascelle non depilate. Era il 26 luglio 1980 e a Mosca, con un volo a planare sulla storia dalla stratosferica altitudine di 197 centimetri, Sara Simeoni da Rivoli Veronese, figlia di Giuseppe e Ilda, ballerina mancata, vinceva l' oro nel salto in alto all' Olimpiade. Nell' immagine-icona dell' atletica italiana (la controcopertina della nostra Bibbia laica è il ghigno stanco con cui, un paio di giorni dopo, Pietro Mennea scaverà due incommensurabili centesimi di secondo tra sé e lo scozzese Wells sul traguardo dei 200 metri), Sara è riccia, felice e non depilata sul materassone dopo l' amplesso con l' asticella.

 

L' azione rapida e pulita - rincorsa, stacco, oplà, salto - con cui la Simeoni, a un mese dalla strage di Ustica e in pieni anni di piombo, ridiede fiato a un Paese asfittico, basterebbe da sola a giustificare un' agiografia che invece comprende molto altro: due record del mondo, due argenti olimpici, un oro europeo, più tutto il resto. Di Mosca, nel 2020 ricorre il quarantennale. Come passa il tempo, accidenti.

 

Esercitare la memoria, oggi che l' atletica italiana si aggrappa esausta ai giovani per non vivere solo di ricordi, tiene a galla le emozioni.

 

Sara, partiamo dalle ascelle, se non le dispiace.

«Erano anni in cui non si pensava al look, c' erano priorità diverse. Le poche ragazze si allenavano con i maschi e le tute erano uguali per tutti: le taglie sfasate, i pantaloni a palloncino, un orrore... Andavo al campo con ago e filo, improvvisavo improbabili imbastiture. E se non c' era tempo, mi arrangiavo con le spille da balia».

 

Il sogno di fare la ballerina, a quel punto, era già alle spalle.

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«I modelli femminili, quando ero bambina io, li dettava la Rai. Guardavo Canzonissima , ero rapita dai balletti. Mi iscrissi a un corso di danza classica a Verona. Ero bravina, mi piaceva molto, ma a un certo punto mi scartarono per l' altezza, preferendo mia sorella Anita. Stavamo preparando la danza dei moretti per l' Aida in Arena. Ne fui mortificata».

 

L' atletica come balsamo, quindi?

«Fu l' insegnante di educazione fisica delle medie a dirmi che una società stava cercando atlete. Provai. Erano anni in cui nessuno, men che meno i miei genitori, ossessionava i ragazzi con l' idea del risultato a tutti i costi. Figuriamoci le ragazze: lo sport femminile, all' epoca, non esisteva».

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Fu l' ebbrezza del volo a conquistarla?

«Ah, quella sensazione la ricordo bene: la leggerezza di quando sei in forma e tutto ti viene facile. Inizialmente saltavo frontale, come si supera un ostacolo; avrei dovuto imparare lo stile ventrale, che mi intimoriva perché se sbagliavi ti facevi male. Ma dall' America arrivò la rivoluzione di Dick Fosbury: quando lo conobbi, lo ringraziai sentitamente».

 

L' attuale primatista del mondo, il cubano Javier Sotomayor, dice di essersi ispirato a lei per l' azione dell'«arto libero». È vero?

«Sì, l' ha detto anche a me. L' arto libero è la gamba non di stacco: io davo un calcetto, un qualcosa a metà tra ventrale e Fosbury. Quando saltavo non sentivo che critiche. Mi rivalutano ora, va bene».

 

Oggi, a quasi 67 anni, sogna mai di volare?

«Mi capita, ma sotto forma di rondine».

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E?

«E niente, sono una rondine e volo».

 

Il volo più bello?

«Beh, ai Giochi di Mosca arrivò la medaglia della vita: detenevo il record del mondo, c' era stato il boicottaggio, dovevo vincere. Però la mia impresa più grande fu l' argento a Los Angeles '84: ero stata infortunata, avevo saltato poco e male, dovevo essere una delle tante e invece il volo dei due metri fu una gran cosa.Mi sentii miracolata».

 

Altri tempi e altri guadagni, anche.

SIMEONI SIMEONI

«Mi allenavo come se timbrassi il cartellino: per me l' atletica era un lavoro serio. Stavo a Formia, il meglio che un azzurro potesse avere a disposizione, e mi impegnavo sodo. Vivevo di borse di studio della Federazione e del Cio, lo sport maschile e quello femminile erano come il giorno e la notte in quanto a importanza, materiali, peso dei risultati. A me, per dire, un appartamento sulla Cassia non l' ha mai regalato nessuno...».

 

Come venivano ricompensate le medaglie?

«Non c' erano premi in denaro, come oggi. Ricordo che Primo Nebiolo, presidente della Federatletica, mi regalò un orologio d' oro. Per il record del mondo mi diedero sei milioni di lire. L' ho fatto due volte: la prima, niente».

 

Lei e Mennea siete i simboli della nostra atletica. Avete diviso mille esperienze senza mai diventare amici, però.

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«In allenamento era intrattabile. Finito il lavoro, se voleva, sapeva anche essere simpatico.Abbiamo condiviso un percorso, è vero. Dieci lunghi anni tra Formia, trasferte, gare. Non ci siamo mai frequentati fuori dall' atletica, però. Pietro aveva il suo carattere e io ero molto timida, mai la prima a rompere il ghiaccio. Aspettare che lo facesse lui, evidentemente, non è servito.

 

Anche l' allenatore di Pietro, il professor Vittori, era burbero. Mi sentivo sempre un po' in soggezione davanti a loro, anche se si stava molto insieme. Andare a cena da Vittori, finita la carriera, mi sembrò una conquista: prima di dedicarsi alla velocità, il professore aveva allenato i salti ed era stato il coach di Erminio Azzaro, mio marito».

 

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A chi si sente di dire grazie, otto lustri dopo l' oro di Mosca?

«Se partecipai alle mie prime Olimpiadi, Monaco '72, lo devo a Giulio Onesti, presidente del Coni. Avevo saltato 1,80, una miseria. Cosa la mandiamo a fare, si chiedevano i funzionari. Onesti s' impose: la Baviera è vicina, ci costa poco, la veneta vada a fare esperienza!».

 

Monaco '72 e l' attentato terroristico di Settembre Nero alla palazzina israeliana. Il giorno in cui lo sport perse l' innocenza. Cosa ricorda?

«Avevo gareggiato ed eravamo andati a festeggiare in centro con Eddy Ottoz e altri atleti.

La palazzina dell' Italia, per ordine alfabetico, era vicina a quella di Israele. Non ci accorgemmo di niente fino alla colazione: il villaggio era bloccato, polizia ovunque, un silenzio irreale».

 

E Mosca, nel 1980, che città era?

«Feci un giro guidato dopo aver vinto l' oro.La piazza Rossa, i magazzini Gum, il Bolshoi.

Ci mostrarono la città velocemente: è da allora che mi piacerebbe tornare in Russia».

 

La storia dell' attacco di panico prima della finale dell' alto è leggenda o verità?

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«È verissimo: un caso d' ansia da manuale, l' unico della mia carriera. Tremavo come una foglia, avevo la tachicardia, piangevo, non mi ricordavo nemmeno perché ero lì. Il primo salto di prova fu un disastro. Dalle tribune dello stadio olimpico sentii un urlo: Sara svegliati! Era Erminio, che già mi allenava. Prevalse la razionalità. Poco dopo quella mezzora tragica, mi ritrovai con l' oro al collo».

 

Ma senza Inno di Mameli: il boicottaggio americano per l' invasione sovietica dell' Afghanistan privò l' Olimpiade dei suoi simboli.

«Sul podio, dentro di me, cantai Viva l' Italia di Francesco De Gregori».

 

Damilano, Simeoni e Mennea, gli ori dell' atletica di quell' Olimpiade, regalarono un sorriso a un' Italia paralizzata dagli attentati.

«Un periodo buissimo. Nel '78, nei giorni del rapimento di Aldo Moro, per allenarmi andavo avanti e indietro con Rieti, dove si pensava ci fosse un covo. Ci avevano sconsigliato i treni; la nostra auto veniva sempre fermata ai posti di blocco. Se ci ripenso ho ancora i brividi. I nostri ori furono un segnale di speranza: avevamo tutti voglia di cose nuove e belle».

 

Si è mai sentita sola, in pedana?

«La solitudine della saltatrice mi è sempre piaciuta. Perché la sceglievo io».

 

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Da Adamo ed Eva, solo quattro italiane si sono spinte oltre le colonne d' Ercole dei due metri: Antonietta Di Martino (2,04), Elena Vallortigara (2,02), Sara Simeoni (2,01), Alessia Trost (2,00). Cosa significa?

«Per riuscire nell' alto non basta avere molti follower o like. L' atletica è un mestiere serio. Il record del mondo della bulgara Kostadinova, 2,09, non a caso è datato 1987».

 

Per l' atletica italiana ha ricette miracolose?

«No, ma ho una certezza: per appassionarsi, è necessario che l' atletica sia promossa nelle scuole. Comincia tutto lì. Negli ultimi due anni di insegnamento, nella provincia di Verona ho incontrato 20 mila ragazzi tra le elementari e il liceo. Tutti con la voglia di correre, saltare, lanciare. Un' esperienza incredibile. Ma i ragazzi vanno motivati, sennò smettono».

 

Simeoni e la politica. Dove hanno fallito Forlani, Berlusconi e Prodi, è riuscita Alessandra Moretti, che la convinse a candidarsi in lista civica alle regionali. Perché?

«Me lo chiedo anch' io! Venne a trovarmi a casa; una, due, tre volte. È una donna. Mi lasciai tentare: un grande errore. Avessi detto di sì prima, avrei fatto la parlamentare a Roma e non avrei dovuto aspettare 67 anni per andare in pensione!».

 

Ha rimpianti veri?

«Rimpianti no. Ho una curiosità: mi piacerebbe mettermi alla prova potendo allenarmi con i mezzi moderni e non con quelli giurassici dei miei tempi. Per la prima volta calcai una pista di atletica a 13 anni. Oggi a quell' età sono già semiprofessionisti».

Per noi lei è eterna. Ma in un quiz tv, «Guess my age», non la riconobbero. Sacrilegio.

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«La cosa strana è che quando sono entrata nello studio è partito un applauso, poi il concorrente ha fatto scena muta. Mi è venuto il dubbio che fosse tutto preparato»

 

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