massimo de carlo

VIVO D’ARTE - VOLEVA FARE IL PRODUTTORE MUSICALE E INVECE È IL NUMERO UNO DEI GALLERISTI ITALIANI E TRA I PIÙ INFLUENTI AL MONDO. SI CHIAMA MASSIMO DE CARLO ED È UNO DI QUEI PERSONAGGI CHE DIETRO LE QUINTE SCRIVONO LA STORIA DELL’ARTE – ‘’IN ITALIA SI DIVENTA ARTISTI PER STARE FUORI DALLA SOCIETÀ, MENTRE IN AMERICA SI FA L’ARTISTA PER PORTARE NELLA SOCIETÀ LA PROPRIA INNOVAZIONE”

MASSIMO DE CARLO x GQ

Alessandra Mammì per GQ – Foto GQ

 

Non è figlio d’arte, ma semmai un fratello per molti artisti. Vive e lavora a Milano, ma ha un raggio d’azione che abbraccia Asia-America-Europa. Voleva fare il produttore musicale e invece è il Numero Uno dei galleristi italiani e tra i più influenti al mondo. Si chiama Massimo De Carlo ed è uno di quei personaggi che dietro le quinte scrivono la storia dell’arte, ma non vogliono mai che qualcuno scriva la propria.

 

MASSIMO DE CARLO x GQ

È un’occasione eccezionale, dunque, quella di convincerlo a parlare non solo del business ma del businessman: vita, amori ed errori di un self-made man in quel mondo così particolare e misterioso che circonda la creatività e il mercato, il pubblico e il collezionismo, le istituzioni museali e le potenti fondazioni private. Un grande circo di cui la vecchia galleria è ancora il centro e il cuore.

 

De Carlo, poi, di gallerie ne ha ben quattro: una a Hong Kong all’interno del Pedder Building; una a Londra che occupa tre piani di una palazzina chic a Mayfair; e ben due nuovi spazi a Milano. Rami di un’impresa strutturata come una vera e propria azienda, con un sistema di governance interno e figure specializzate, in un quartier generale che dalla periferica via Ventura ha appena traslocato in un appartamento degli Anni 30 in viale Lombardia, un’opera magistrale dell’architetto Piero Portaluppi, recuperata alla sua epoca fin nei minimi particolari e che insieme all’altra, sontuosa e barocca sede di palazzo Belgioioso segna per De Carlo il definitivo addio ai grandi loft, ai neon e al bianco chimico del white cube. «Tutte cose che hanno fatto il loro tempo», ci dice l’uomo che ha accettato di raccontare in queste pagine tanto il futuro della galleria, quanto storia e passato del gallerista.

Massimo De Carlo-nellopera-A-perfect-Day-di-Maurizio-Cattelan

 

Cominciamo dall’inizio, signor De Carlo. La sua nascita, la sua famiglia, i suoi studi…

Sono nato il 31-1-1958. Segno zodiacale: Acquario. Famiglia di piccola borghesia italiana dalle buone e solide ambizioni, tra le quali un “figlio dottore”. Poi, un collegio cattolico dove insegnavano preti reietti, gesuiti sposati e pensatori a rischio eretico e infine, in obbedienza ai desideri materni e paterni, una laurea in farmacia.

 

Voleva davvero fare il farmacista?

Per niente. Come ho detto, obbedivo. Non sono mai stato un rivoluzionario: innovatore sì, ribelle no. La mia aspirazione era fare il produttore di musica d’avanguardia, lavorare al fianco dei musicisti. Dai 19 ai 26 anni sono stato direttore artistico di una piccola società, minipromoter di gruppi, organizzatore di concerti e produttore di musica ad alto livello. Forse la galleria nasce sulle basi di un lavoro che già facevo.

Art Basel Miami Beach Massimo De Carlo foto artribune

 

L’arte, invece, quando è arrivata nella sua vita?

Per la mia maturità, nel 1977, mia mamma mi regala un biglietto per New York dove sono ospite di un grande musicista: Muhal Richard Abrams, compositore afroamericano, e con lui vado per mostre, visito il MoMA, vedo Guernica in deposito all’epoca perché Picasso non voleva che rientrasse in Spagna fino alla morte del Caudillo. Fu allora che comprai il primo libro di arte contemporanea: Interviste a Francis Bacon di David Sylvester. Non l’ho mai letto perché non sapevo l’inglese, ma guardavo le figure. Forse tutto è partito da lì.

robert pruitt alla galleria massimo di carlo

 

Comprese le leggende. Si narra che lei, dopo i turni di notte in farmacia, la

mattina si trasferisse nella galleria di Piero Cavellini a imparare il mestiere. E un paio d’anni più tardi nel suo spazio di via Panfilo Castaldi, dove qualcuno giura di averla vista vagare in pigiama...

Può essere vero. Lavoravo diciannove ore al giorno, ne dormivo appena due, ma mi sosteneva il fisico e non l’ho mai percepito come un sacrificio. Non fu niente di drammatico, ma ero costretto a lavorare per mantenere me e la galleria, che avevo aperto nel 1987. Uno spazio dai soffitti altissimi e pareti bianche, con un pavimento in marmo nero che ai tempi sembrò un’eresia, ma che son sicuro entrerà nella storia per l’epocale installazione di Cady Noland.

 

Però non si guadagnava una lira.  Perché non lasciava perdere allora?

Massimo De Carlo

Perché mi piaceva. Credevo nel mio lavoro. E nelle mie relazioni con gli artisti. Erano gli anni in cui la mia ostinazione e la mia voglia di non fermarmi mai si traducevano anche nel fatto che rimanevo almeno due volte al mese per strada senza benzina. Vedevo la lucina della riserva e mi dicevo: «Vado avanti ancora un po’, ce la faccio». E invece restavo a secco.

 

Nella galleria, invece, lei non è mai rimasto a secco.

alighiero boetti 3

Un sacco di volte invece! Lo sapeva bene il mio padrone di casa quando mi telefonava: «De Carlo, ma qui ci sono quattro mesi da pagare! Che facciamo?». Fortunatamente ho potuto contare sul sostegno degli artisti, ho sempre avuto un rapporto empatico col fattore creativo e con chi lo esprimeva. Questa è la differenza fra un gallerista e un mercante: il mercante si relaziona a qualcosa di morto, di inanimato, io mi confrontavo con passioni, insicurezze, nevrosi, entusiasmi e poi i miei mentori sono stati i musicisti, che mi hanno insegnato ad avere fiducia nelle arti.

 

Quali furono gli artisti della prima ora?

All’epoca accanto a me c’erano già John Arm­leder, Olivier Mosset, Thomas Grünfeld, mentre Cattelan lo incontrai nel 1989. Nel 1988, invece, decisi di fare una retrospettiva di Alighiero Boetti, la prima in una galleria privata. Andai a Roma e lui fu affettuoso, entusiasta, anche se in realtà era solo interessato a vendermi qualcosa. Prima di andar via mi mise in mano una decina di suoi ricamini dicendo: «Prendili, portali con te». «Non posso pagarli», risposi. «Non ti preoccupare, quando li vendi ne parliamo», mi rassicurò. Invece due giorni dopo mi ha chiamato la sua gallerista per chiedermi i soldi, trattandomi malissimo. S’impara anche da questo.

boetti 158222

 

A cosa attribuisce il successo che da quei tempi incerti l’ha portata a essere uno dei protagonisti del sistema arte?

All’ambizione, forse. All’abitudine al lavoro duro. All’insoddisfazione costante che alla fine mi porta sempre a dovermi confrontare con qualcosa di nuovo.

 

Perché chiudere l’enorme spazio ex industriale in via Ventura per tornare all’appartamento borghese da format Anni 60?

Ho percepito il fastidio e l’irrigidimento di una pratica espositiva che dura da cinquant’anni. Il white cube ha esaurito le sue funzioni, insieme all’idea che l’arte debba andare in luoghi emarginati per risanarli. Ma l’arte come strumento di riscatto è cosa superata, proprio perché lei stessa non è più un residuo marginale della società, ma è al centro di interessi che abbracciano ragioni di mercato, il lifestyle di alcune fasce sociali, una sorta di star system che circonda gli artisti, riti e cultura dell’upperclass.

ABATE KOUNELLIS

 

È un vantaggio o uno svantaggio?

Dipende: se ci si vuole considerare parte di una élite e portavoce di un pensiero, oppure fare il proprio lavoro cercando delle opportunità senza necessariamente rinunciare a se stessi. Io sono snob e snob morirò, ma non significa che non voglio cercare di capire quello che la contemporaneità sta offrendo al mio lavoro. Non penso che sia uno svantaggio quello che è successo in questi trent’anni al di là di inevitabili prezzi da pagare. C’era più pensiero quando non c’era una lira? Forse sì, ma intanto…

 

Intanto lei oggi ha una galleria che di fatto è una media impresa italiana, con un fatturato intorno ai 45 milioni di dollari e una cinquantina di dipendenti.

Ma soprattutto le cose vanno molto meglio per gli artisti. Mi hanno raccontato che Kounellis nel 1968 aveva uno studio in un garage, eppure era già un nome riconosciuto. Oggi invece devo continuamente rispondere a chi si scandalizza per i prezzi milionari delle opere. Ma son gli stessi che se vedono un film non si chiedono quanto ha preso DiCaprio e se vanno a un concerto non fanno i conti in tasca ai Rolling Stones.

 

SENZA TITOLO - JANNIS KOUNELLIS

Tra i prezzi da pagare ce ne sono alcuni che coinvolgono anche la sfera privata ed emotiva?

Non ho famiglia, non ho figli, ma non perché li ho sacrificati al lavoro. Non ho pagato nessun prezzo. Il lavoro mi ha dato moltissimo anche se l’emotività nell’arte mi sembra una cosa da dilettanti. Preferisco sempre l’aspetto adulto, la sintonia intellettuale all’affettività. C’è una sorta di buonismo rispetto all’emozione in cui non mi riconosco. Eppure non sono cinico, distante e calcolatore. I cinici non perdono il controllo, io invece mi arrabbio moltissimo e vado avanti per desiderio.

il gallerista Massimo de Carlo

 

Lei si racconta come un eroico imprenditore del primo Novecento.

Qui non c’è niente di eroico! La mia è la storia di chiunque sia partito da una miniazienda e l’abbia fatta diventare qualcosa di consistente. È la storia di tanti artigiani del Veneto, di caseifici del Sud, di un appassionato meccanico di motori che dà vita alla Ferrari… insomma non c’è nulla di innovativo in questo formato, tranne il fatto che è applicato a un contesto che in Italia sorprende. Il problema in questo Paese è che la visione dell’arte è vittima di una sovrapposizione fortissima tra pensiero crociano e marxista. Formula capace di affossare qualunque possibilità per l’arte che non sia frutto di cultura statale o accademica. Qui il privato che lavora con l’arte è visto male. Meglio una mostra di manifesti al Circolo Bertolt Brecht che un artista internazionale da Massimo De Carlo a Belgioioso.

massimo de carlo

 

Anche gli artisti italiani hanno il mito della marginalità?

In Italia si diventa artisti per stare fuori dalla società, mentre in America si fa l’artista per portare nella società la propria innovazione.

 

Ma qualche errore lo avrà pur fatto. Cosa si rimprovera?

Io sono il tipico italiano medio che si autocommisera ogni sera tornando a casa ed elencando tutti gli sbagli della giornata. Ma in realtà l’unica cosa che mi rimprovero davvero è, per pigrizia o per sfiducia, non aver aperto una galleria a New York alla metà degli Anni 90. L’errore più grande è quello di non essere riuscito a scollarmi definitivamente da Milano. Ma continuerò a combattere da qui

 

Ultimi Dagoreport

marina berlusconi antonio tajani fulvio martusciello

DAGOREPORT - LA PRESA DI TAJANI SU FORZA ITALIA SI È RIDOTTA DOPO IL SILURAMENTO DEI SUOI "DIOSCURI", BARELLI E GASPARRI. IL PARTITO ORA È IN EBOLLIZIONE: VOGLIONO RIMUOVERE FULVIO MARTUSCIELLO DA CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA A BRUXELLES. AL SUO POSTO, SI FANNO AVANTI LETIZIA MORATTI E MASSIMILIANO SALINI - E IL "MAGGIORDOMO CIOCIARO" DI CASA MELONI, CHE FA? RESTA IN TRINCEA BLOCCANDO LA NOMINA DI FEDERICO FRENI ALLA CONSOB PER FORZARE IL GOVERNO A TROVARE UNA SISTEMAZIONE AL SUO CONSUOCERO BARELLI E ALLA SUA FEDELISSIMA CHIARA TENERINI, LANCIATA CONTRO LA DEBORA BERGAMINI DI MARINA…

borsa italiana dario scannapieco fabrizio testa cdp cassa depositi e prestiti

DAGOREPORT - PERCHE' ALLA BORSA ITALIANA COMANDANO I FRANCESI? – INFURIA LA BATTAGLIA SULLA CONFERMA DI FABRIZIO TESTA ALLA GUIDA DI BORSA ITALIA, IMPOSTA DALLA FRANCESE EURONEXT E CONTESTATA DA CDP (ENTRAMBI AZIONISTI ALL’’8,08%). SECONDO LA CASSA, NON SAREBBE STATO RISPETTATO IL PATTO PARASOCIALE – EPPURE LA CONSOB, NEL SUO “ACCERTAMENTO” SU BORSA ITALIANA DELLO SCORSO NOVEMBRE, ERA STATA CHIARA: HA RILEVATO UNA “RIPETUTA VIOLAZIONE DELLE REGOLE DEL GOVERNO SOCIETARIO”, HA ACCERTATO CHE “TESTA NON HA DATO LA NECESSARIA INFORMATIVA AL CDA DI BORSA ITALIANA SUI PROGETTI O LE MODIFICHE ALLA STRUTTURA COMMISSIONALE”, “MORTIFICANDO IL RUOLO DEL CDA” – L’ASSEMBLEA DEI SOCI DI BORSA ITALIANA È CONVOCATA PER IL 29 APRILE PER RINNOVARE CDA E VERTICI MA LA GUERRA LEGALE POTREBBE ESSERE MOLTO PIU’ LUNGA...

procuratore milano viola procura milano luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - SDENG! ANCHE IL ‘’SOVRANISMO BANCARIO’’ È FINITO NEL CESTINO DELLE CAZZATE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI – A CANCELLARE IL DISEGNO DEL ‘GRANDE POLO DEL RISPARMIO TRICOLORE', A CAVALLO DI CALTAGIRONE & C., OBIETTIVO GLI 800 MILIARDI DI GENERALI, CI HANNO PENSATO IN TANTI: DALLE PERPLESSITÀ DI BCE ALLA CONTRARIETÀ DEI FONDI INTERNAZIONALI PER LA LEGGE CAPITALI (RIVELATASI UN BOOMERANG PER CALTA CHE L’AVEVA ISPIRATA) - MA IL RIBALTONE NON SAREBBE AVVENUTO SENZA L’ENTRATA IN CAMPO DELLA PROCURA DI MILANO - L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DI CALTA-MILLERI-LOVAGLIO PER PRESUNTO “CONCERTO OCCULTO” SULLA SCALATA DI MEDIOBANCA, IN DUPLEX CON LA BIZZARRA VENDITA “OVERNIGHT” DEL 15% DI MPS DA PARTE DEL TESORO DI GIORGETTI, E' STATO IL PRIMO SEGNALE DI ALLARME PER I GENI DI PALAZZO CHIGI PER I POSSIBILI (E AMARI) STRASCICHI GIUDIZIARI - MA LA GOCCIA CHE HA FATTO INFINE TRABOCCARE IL VASO, SPINGENDO MELONI, DELFIN E BPM AD ABBANDONARE AL SUO DESTINO L’EX ALLEATO CALTARICCONE, È STATA LA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM, SENZA LA QUALE L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI MILANO CHISSA' IN QUALE CASSETTO SAREBBE FINITA...

giorgia meloni trump viviana mazza netanyahu

DAGOREPORT – PERCHÈ È PIÙ FACILE PARLARE CON L’UOMO PIÙ POTENTE (E DEMENTE) DEL MONDO CHE CON GIORGIA MELONI? - PORRE UNA DOMANDINA ALLA "PONTIERA IMMAGINARIA" DEI DUE MONDI È PRATICAMENTE IMPOSSIBILE, MENTRE CON TRUMP BASTA UNO SQUILLO O UN WHATSAPP E QUELLO…RISPONDE – L'INTERVISTA-SCOOP AL DEMENTE-IN-CAPO, CHE LIQUIDA COME UNA SGUATTERA DEL GUATEMALA LA PREMIER DELLA GARBATELLA, REA DI AVER RESPINTO L'INAUDITO ATTACCO A PAPA LEONE, NON E' FRUTTO DI CHISSA' QUALE STRATEGIA DI COMUNICAZIONE DELLA CASA BIANCA, MA SOLO DELLA DETERMINAZIONE GIORNALISTICA DELL'INVIATA DEL "CORRIERE", VIVIANA MAZZA, CHE L'HA TAMPINATO E SOLLECITATO AD APRIRE LE VALVOLE – E' PASSATO INVECE QUASI INOSSERVATO IL SILENZIO SPREZZANTE DI NETANYAHU VERSO MELONI CHE HA FINALMENTE TROVATO IL CORAGGIO DI SOSPENDERE IL PATTO DI DIFESA ITALIA-ISRAELE - TRA UN BOMBARDAMENTO E L'ALTRO DEL LIBANO, IL GOVERNO DI TEL AVIV HA DELEGATO UN FUNZIONARIO DI TERZO LIVELLO PER AVVERTIRE CHE “L’ITALIA HA MOLTO PIÙ BISOGNO DI NOI DI QUANTO NOI ABBIAMO BISOGNO DI LORO''...

marina berlusconi antonio tajani giorgia meloni pier silvio nicola porro paolo del debbio tommaso cerno

DAGOREPORT - MARINA BERLUSCONI NON È MICA SODDISFATTA: AVREBBE VOLUTO I SUOI FEDELISSIMI BERGAMINI E ROSSELLO COME CAPOGRUPPO, MA HA DOVUTO ACCETTARE UNA MEDIAZIONE CON IL LEADER DI FORZA ITALIA, NONCHE' MINISTRO DEGLI ESTERI E VICE PREMIER, ANTONIO TAJANI - LA CACCIATA DEL CONSUOCERO BARELLI, L'AMEBA CIOCIARO NON L'HA PRESA PER NIENTE BENE: AVREBBE INFATTI MINACCIATO ADDIRITTURA LE DIMISSIONI E CONSEGUENTE CADUTA DEL GOVERNO MELONI – AL CENTRO DELLA PARTITA TRA LA FAMIGLIA BERLUSCONI E QUELLO CHE RESTA DI TAJANI, C’È IL SACRO POTERE DI METTERE MANO ALLE LISTE DEI CANDIDATI ALLE POLITICHE 2027 – PIER SILVIO SUPPORTA LA SORELLA E CERCA DI “BONIFICARE” LA RETE(4) DEI MELONIANI DI MEDIASET GUIDATA DA MAURO CRIPPA (IN VIA DI USCITA), CHE HA IN PRIMA FILA PAOLO DEL DEBBIO E SOPRATTUTTO NICOLA PORRO (SALLUSTI SI E' INVECE RIAVVICINATO ALLA "FAMIGLIA") – RACCONTANO CHE IL VOLUBILE TOMMASINO CERNO-BYL SI E' COSI' BEN ACCLIMATATO A MILANO, ALLA DIREZIONE DE "IL GIORNALE", CHE PREFERISCA PIU' INTRATTENERSI CON I “DIAVOLETTI” DELLA BOLLENTE NIGHTLIFE ''A MISURA DUOMO'' CHE CON GLI EDITORI ANGELUCCI…

andrea orcel luigi lovaglio francesco milleri gaetano caltagirone giorgia meloni fazzolari giancarlo giorgetti castagna mps leonardo maria del vecchio

DAGOREPORT - FERMI TUTTI! IL RISIKO BANCARIO INIZIA SOLO ADESSO - SCARICATO CALTAGIRONE (NON SOLO DALL'ALLEATO MILLERI E DAI FONDI INTERNAZIONALI, MA ANCHE DA PALAZZO CHIGI, VEDI BANCO BPM, CARO AL LEGHISTA GIORGETTI, A FAVORE DI LOVAGLIO), ORA SI INIZIA A BALLARE LA RUMBA – SARÀ UN CASO CHE OGGI IL BOSS DI UNICREDIT, ANDREA ORCEL, ABBIA DECISO DI FAR PACE CON L’ARMATA BRANCA-MELONI, RINUNCIANDO ALL’APPELLO CONTRO LA SENTENZA DEL TAR SUL GOLDEN POWER PER L’OPERAZIONE BPM? FORSE LA GUIDA SUPREMA DELLA SECONDA BANCA ITALIANA AVEVA URGENTE BISOGNO DI RIMUOVERE QUALSIASI POSSIBILE OSTACOLO POLITICO PER LANCIARSI IN NUOVE AVVENTURE? - NEL MIRINO, SI SUSSURRA A PIAZZA AFFARI, C’E’ LA PARTECIPAZIONE DI DELFIN (17,5%) IN MPS. E NON E' UN CASO CHE UNICREDIT SIA IL PRINCIPALE FINANZIATORE DELLE VARIE ATTIVITA' DELL’INDIAVOLATO LEONARDINO DEL VECCHIO - L’UNICO EREDE DEL VECCHIO SODALE DI MILLERI DEVE RAGGRANELLARE SUL MERCATO 11 MILIARDI, SOMMETTA NECESSARIA PER ACQUISIRE LE QUOTE DI DUE FRATELLI E PERMETTERE A MILLERI DI GUIDARE IN TRANQUILLITA' L’IMPERO DI LUXOTTICA. MA SERVE ANCHE PER CHIUDERE L’ANNOSA PARTITA TESTAMENTARIA E DARE SODDISFAZIONI ALLE PRESSANTI RICHIESTE ECONOMICHE DEI RESTANTI EREDI. E PER FARLO, DIVENTA NECESSARIO CEDERE LE PARTECIPAZIONI DELFIN (SI PARTE DA MPS?)