gianni agnelli

CESARE LANZA, IO L'HO CONOSCIUTO BENE - ''GIANNI AGNELLI AVEVA UN SOLO VERO PROBLEMA ESISTENZIALE: LA NOIA. E USAVA UNA FRASE GENIALE PER TOGLIERSI DI TORNO CHI LO AVEVA STUFATO: ''CARO, NON VOGLIO APPROFITTARE ULTERIORMENTE DEL SUO TEMPO''  - UNA VOLTA CAPITÒ ANCHE CON EUGENIO SCALFARI, CHE SI VENDICÒ CON UN EDITORIALE MEMORABILE: ''L'AVVOCATO DI PANNA MONTATA'' - "SPERPERÒ IL SUO TALENTO, SI CROGIOLÒ NEL COMPIACIMENTO DI SÉ''

Cesare Lanza per ''La Verità''

gianni agnelli

 

L' ho incontrato molte volte: forse gli ero simpatico, forse riceveva tutti. Chissà. Ogni volta ero affascinato dalla sua personalità. Era brillante, Gianni Agnelli, e rapido, curiosissimo. Una raffica di domande, una dietro l' altra, come se fosse lui a intervistarmi: voleva sapere ogni cosa, particolari e retroscena, ma con leggerezza, inarrivabile, elegante snobismo.

 

Poi, di colpo - forse per la noia improvvisa, il suo vero problema esistenziale - si fermava e diceva: «Caro Lanza, non voglio approfittare ulteriormente del suo tempo», e mi congedava. Così fece sempre con me e così faceva con tutti, anche nelle riunioni di lavoro, quando sopraggiungeva, per lui non resistibile, la noia. Lo fece anche con Eugenio Scalfari, in un colloquio importante, e Scalfari si vendicò definendolo, in un memorabile articolo, «l' Avvocato di panna montata».

 

Vi racconterò. A quel che se ne sa, Agnelli se ne infischiò, sicuro di sé, considerandosi superiore (o senza neanche prendersi la fatica di pensarlo, come succede a chi è davvero superiore).

 

TALENTO SPERPERATO

Solo una volta, quando mi congedò, borbottai che non avevo avuto il tempo di dirgli alcune cose. Sorrise, mi strinse la mano, senza una parola; e chi s' è visto, s' è visto. Unico!

gianni agnelli e figli

 

Era appagato, le curiosità si erano esaurite. Una volta mi interrogò sul terrorismo e le Brigate rosse. Un' altra, quando lavoravo in televisione, volle sapere com' erano, viste da vicino, le più belle donne dello spettacolo (in realtà si diceva che ne aveva sedotte molte, anche per una sola notte).

 

Un' altra volta mi convocò per valutarmi per un eventuale incarico: bocciato senza appello.

Devo dire che la mia simpatia per lui restò sempre intatta e anzi crebbe senza limiti. La stima, l' ammirazione invece no: esattamente al contrario. Sperperò il suo indiscutibile talento. Avrebbe potuto fare molto, per il benessere degli italiani. Si crogiolò nel compiacimento di sé, del rispetto che per lui avevano i più importanti personaggi del suo tempo, e anche per l' azienda fu un leader controverso (senza l' avvento di Sergio Marchionne la Fiat sarebbe fallita).

GIANNI AGNELLI E GIANLUIGI GABETTI

 

L' oscuro Umberto, il fratello minore, non aveva il suo fascino, ma era infinitamente più intelligente come stratega di lui, e operativamente più coraggioso. Certo anche Cesare Romiti e Carlo De Benedetti (che fu a guida dell' azienda per pochi mesi e - si è detto - fu sul punto di portar via la Fiat agli Agnelli da sotto il sedere) erano dirigenti più capaci di lui.

 

Giovanni Agnelli detto Gianni, meglio conosciuto come «l' Avvocato», per molti anni fu il vero simbolo del capitalismo italiano. Era nato a Torino il 12 marzo 1921. I genitori lo chiamarono con il nome del mitico nonno, il fondatore della Fiat. Gianni ne diventò leader dopo anni di apprendistato, nel ruolo di vicepresidente, all' ombra di Vittorio Valletta, altro grande manager che riuscì a portare l' azienda a eccellenti risultati, dopo la scomparsa del fondatore nel 1945.

 

MARELLA GIANNI AGNELLI

L' ingresso di Gianni Agnelli nella stanza dei bottoni, presidente con poteri assoluti, risale al 1966. Diventa subito una sorta di monarca italiano. La conduzione non è facile: contestazione studentesca, lotte operaie, terrorismo, stragi, crisi economica, scioperi continui. Il carisma comunque gli consente di affermarsi dal 1974 al 1976 come presidente di Confindustria. Era una garanzia di equilibrio e di conciliazione. Tuttavia, alla fine degli anni Settanta, la Fiat si trova in mezzo a una tempesta. Agnelli si consolida nell' immagine, vezzi e tic diventano modelli di stile e raffinatezza: l' orologio sopra il polsino, la celebre erre moscia, le scarpe scamosciate, la cravatta sopra il maglione.

 

agnelli il documentario hbo 6

Nelle interviste si permette battute taglienti, con sarcasmo e ironia su tutto. Nel 1991 è nominato senatore a vita da Francesco Cossiga. Nel 1996 passa la mano a Romiti (in carica fino al 1999). Il 24 gennaio 2003 Gianni Agnelli, dopo una lunga malattia, si spegne. I funerali si svolgono nel Duomo di Torino in forma ufficiale e trasmessi in diretta da Rai 1. Vi assiste una folla enorme, curiosa e commossa.

 

Per ricordarlo, importanti alcune cose che ha detto: «Mi piace il vento perché non si può comprare», «Una cosa fatta bene può essere fatta meglio», «Ho conosciuto mariti fedeli che erano pessimi mariti. E ho conosciuto mariti infedeli che erano ottimi mariti. Le due cose non vanno necessariamente assieme», «Mi sono simpatici gli ecologisti. Ma hanno programmi costosi. Non si può essere più verdi delle proprie tasche», «L' autista non guida mai. Guido sempre io, è un' abitudine. Una volta, quando si andava a cavallo, si diceva 'c' è chi preferisce stare a cassetta e chi preferisce stare in carrozza'. Io preferisco stare a cassetta», «Non amo molto i consuntivi, soprattutto non mi piace il passato, amo il futuro e mi piacciono i giovani. La mia vita è stata tutta una scommessa sul futuro», «Ci si innamora a vent' anni; dopo si innamorano solo le cameriere».

agnelli il documentario hbo 5

 

CHE SCIOCCHEZZA L' AMORE

Di lui hanno detto Lapo Elkann: «È stato un nonno meraviglioso, ma non avrei voluto essere suo figlio». Il cuoco Giulietto: «Doveva venire a pranzo il presidente della Repubblica e mi dice: "Gli diamo i coglioni di toro. Pensa com' è bello dare due coglioni a un coglione"».

 

agnelli il documentario hbo 3

Susanna Agnelli: «Criticava i nostri innamoramenti. Lui non era mai innamorato, considerava l' amore una sciocchezza, una noia. Più tardi cambiò idea È la persona più coraggiosa che io abbia conosciuto. [...] Ricordo quando durante la guerra, in un incidente d' auto, rimase ferito gravemente a una gamba. Adagiato su un lettino di fortuna mi guardò e mi vide in lacrime, allora portò un dito alla bocca e mi disse: zitta, non è niente».

E ancora: «Lui è il capo famiglia nel senso più antico e più classico del termine. Un vero patriarca. Per noi è naturale rivolgerci a lui per dirgli: Gianni dovresti occupartene tu, dovresti parlare tu».

 

agnelli il documentario hbo 2

Ed eccomi ai miei incontri. I giornalisti sanno bene che, quando desiderano avvicinarsi a un personaggio importante a tu per tu, almeno per la prima volta, debbono superare il muro degli addetti stampa, delle relazioni esterne, di assistenti, portavoce All' epoca, metà anni Settanta, Agnelli era tutelato da Luca di Montezemolo, il suo beniamino, e da Marco Benedetto: il primo, estroverso e affabile, bravo nel darti un' inattesa, apparente confidenza; il secondo, all' epoca un grande amico.

 

agnelli il documentario hbo 1

Non ci provai neanche, ad affrontare o eludere il muro. Incontrare faccia a faccia l' Avvocato - tutti lo chiamano così, anche se avvocato non era, ma semplicemente laureato in giurisprudenza - era più o meno come provare a incontrare il Papa. Ma fui fortunato. Mi telefonò Piero Ottone e mi disse che Agnelli aveva curiosità di conoscermi. Mi accennò che probabilmente l' Avvocato cercava un direttore giovane per Stampa Sera (l' edizione del pomeriggio della Stampa). Ottone aveva rapporti privati frequenti con Agnelli, naturale che l' Avvocato si fosse rivolto a lui: Piero mi aveva assunto, giovanissimo, e lanciato senza esitazioni. «Ho parlato benino di te», mi disse sobriamente.

trapattoni gianni agnelli

 

«Io leggo solo "L' Équipe"»

Il colloquio, di mezz' ora o poco più, fu però un fiasco per me. Nella prima parte Agnelli mi tempestò di domande sulla mia direzione al Corriere d' Informazione e mi disse che gli era piaciuto un titolone, audace: «I metalmeccanici hanno ragione».

 

Gli dissi che non era mio, ma del mio predecessore, Gino Palumbo. E lui: «Peccato, davvero un bel pugno nella pancia», con un sorriso affabile. Poi, domande senza tregua su diffusione, bilanci, redazione, firme, ambienti che frequentavo Il disastro avvenne quando mi chiese, di colpo, se avessi idee su Stampa Sera. Gli dissi ciò che pensavo. Bisognava, dissi, renderlo amato e popolare tra i dipendenti della Fiat, con attenzione minuziosa alle loro esigenze, familiari e private, e anche, ovviamente, di lavoro. Grande spazio alla Juventus, certo, ma anche di più al Torino, che dagli operai era largamente preferito («Ah, sì?», mormorò lui, dubbioso).

foto guardian spogliatoi roberto baggio gianni agnelli

 

Spazio ampio alle polemiche di ragionevole livello con Roma, per sottolineare la diversità di Torino. Infine la cronaca, molta cronaca! Con un linguaggio che rendesse popolare ciò che meravigliosamente aveva fatto Giulio De Benedetti, qualche lustro prima, alla guida della Stampa.

 

Capii che l' Avvocato non mi seguiva affatto e stava precipitando nella trappola della sua vita: la noia. Di colpo mi disse la fatidica frase: «Caro Lanza, non voglio farle perdere altro tempo. La ringrazio, lei è molto simpatico». E non seppi più niente. Solo Ottone mi riferì una battuta educata di Agnelli, qualcosa come «un giovane interessante, ma grezzo, deve crescere». Dedussi che preferiva altri argomenti, la politica internazionale, la finanza e l' economia più di tutto.

Gianni Agnelli con Edoardo

 

Forse - è un' ipotesi - le cronache locali lo urtavano, erano per lui volgari quanto i racconti degli amori che gli facevano la sorella e le conoscenti.

 

Quanto fosse difficile entrare in sintonia con lo snobismo di Gianni Agnelli me lo aveva confidato Antonio Ghirelli tanti anni prima. Quando Totò dirigeva Tuttosport, fu consultato dall' Avvocato, che gli offrì la guida della redazione sportiva della Stampa. Ghirelli, disponibile, parlò con il capo del personale e si senti offrire la metà del compenso che percepiva al timone del quotidiano sportivo. Tornò da Agnelli per comunicargli il suo rifiuto.

«Capisco il problema economico», commentò l' Avvocato.

 

gianni agnelli paolo fresco

«Ma lei qui verrebbe alla Stampa!». E Ghirelli: «Ma io lascerei una direzione. Se mi ha chiamato, vuol dire che apprezza Tuttosport». E l' Avvocato, sempre affabile: «No, no. Io leggo solo L' Équipe». Quanto a me, che gli fossi simpatico, posso scriverlo sinceramente. Dopo la prima volta, senza problemi ottenni altri appuntamenti.

 

Anche Scalfari ebbe una volta qualcosa da chiedergli: non gli garbavano le ingerenze di Eugenio Cefis nei giornali e voleva chiedere ad Agnelli perché non intervenisse, anzi perché avesse ceduto la sua quota del Corriere ad Andrea Rizzoli. L' Avvocato ascoltò, fece molte domande, poi d' improvviso si avvicinò in silenzio alla finestra del suo studio. Scalfari capì che Agnelli si era stufato, la noia aveva prevalso: si congedò, tornò a Roma e scrisse l' editoriale intitolato «L' Avvocato di panna montata».

Gianni Agnelli by Warhol umberto gianni agnelliGianni Agnelli con De Benedetti gianni agnelligianni agnelliAGNELLI EDOARDO E GIANNIGianni Agnelli con Marella

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