SULL'IMPERO DEI LIGRESTO'S L'OMBRA DELLA MATTANZA DEI MAFIOSI CHE RAPIRONO LA MOGLIE DI DON SALVATORE - DA PATERNÒ AL SALOTTO BUONO, VIA CUCCIA

1. LO STRANO SEQUESTRO DELLA SIGNORA "BAMBI"
Gianni Barbacetto per "il Fatto Quotidiano"

Come ha potuto diventare uno dei cinque uomini più ricchi d'Italia, uno che nel 1978 dichiarava al fisco un reddito di 30 milioni di lire? La domanda che circolava nei salotti di Milano diventa insistente dopo che la famiglia Ligresti resta vittima di un episodio drammatico e oscuro. Nel 1981 viene rapita la moglie di don Salvatore, Antonietta Susini detta "Bambi", figlia di Alfio Susini, provveditore alle opere pubbliche della Lombardia.

Il sequestro si risolve in fretta, e nel sangue: rapita a Milano il 5 febbraio, Bambi viene liberata nei pressi di Varese dopo poco più di un mese, dietro il pagamento di un riscatto, pare, di 600 milioni di lire. Degli uomini individuati come i presunti rapitori, tutti esponenti delle famiglie "perdenti" della mafia palermitana, due, Pietro Marchese e Antonio Spica, finiscono morti ammazzati; il terzo, Giovannello Greco, fedelissimo del vecchio capo di Cosa Nostra Stefano Bontate, scompare nel nulla.

Chiamato "il re degli Scappati" , si costituisce e viene estradato in Italia solo nel maggio 2002. Fioriscono leggende nere sulla presunta mafiosità di Ligresti. Vengono compiute anche indagini. Nel 1984 il procuratore di Roma, Marco Boschi, invia a polizia, carabinieri e guardia di finanza una richiesta d'informazioni "ai fini di un'eventuale proposta per l'applicazione di misure di prevenzione".

Il fascicolo passa da Roma (pm Franco Ionta) a Milano (Piercamillo Davigo e Filippo Grisolia). Dopo alcuni anni di accertamenti, viene chiuso con un nulla di fatto. Don Salvatore torna a essere avvicinato a vicende di mafia negli anni Novanta, da collaboratori di giustizia come Angelo Siino e Gaspare Mutolo. Ma le loro restano dichiarazioni senza riscontro e dunque archiviate.

2. DA PATERNÃ’ AL SALOTTO BUONO
Giuseppe Oddo per "Il Sole 24 Ore"

L'origine delle fortune di Salvatore Ligresti è uno degli enigmi più appassionanti e più oscuri della finanza italiana.
La prima volta che fu intervistato, nel 1986, l'ingegnere siciliano di Paternò raccontò l'aneddoto del sopralzo di via Savona a Milano, realizzato con un prestito della Comit, che gli avrebbe assicurato il capitale iniziale per edificare il suo impero.

Ma la storiella dell'uomo che s'è fatto da sé e che in una generazione, dal niente, ha accumulato una fortuna è debole persino per uno sprovveduto. Quella di Ligresti è in realtà una vicenda tra grandi affari immobiliari, politica e alta finanza che comincia a metà del Novecento e si snoda fino ai giorni nostri.

Don Salvatore approda a Milano fresco di laurea negli uffici di Michelangelo Virgillito, paternese di razza come lui, agente di cambio, che tra gli anni '50 e '60 anima la scena finanziaria con scalate di Borsa e acquisizioni. Virgillito è un personaggio nella Milano di quegli anni: si impadronisce di società come Lanerossi e Liquigas, rastrella pacchetti azionari, apre sale cinematografiche, passa per essere cattolicissimo e grande benefattore della Chiesa.

E a consigliarlo, oltre che ad assisterlo legalmente, è un altro compaesano doc venuto al suo seguito: l'avvocato e senatore missino Antonino La Russa (il cui figlio, Ignazio, salirà poi alla ribalta come ministro della Difesa del governo Berlusconi). A un certo punto Virgillito cade in disgrazia, è indebitato, deve alleggerire il gruppo. Qui entra in scena un oscuro ragioniere che gli ha retto il sacco per anni, cresciuto come Ligresti alla sua bottega: Raffaele Ursini.

Con 5 miliardi di lire degli anni '60 pescati non si sa come né dove, Ursini rileva da Virgillito la Liquigas, diventando uno dei protagonisti dell'industria petrolchimica nazionale. Successivamente acquista dagli Agnelli il controllo del gruppo Sai. A dispensargli consigli è il solito senatore Antonino La Russa, rimasto depositario di ogni segreto soprattutto dopo la scomparsa di Virgillito.

Negli anni '70 Ursini è in bancarotta. Ha già fatto le valigie per il sudamerica, ma prima di fuggire fa in tempo a cedere a Ligresti il 10% della Sai. Dove finisce la storia di Virgillito comincia quella di Ursini; dove finisce quella di Ursini comincia quella di Ligresti. Senza soluzione di continuità.

Dietro le quinte, a ogni passaggio di testimone, c'è sempre Antonino La Russa. Comincia così l'irresistibile ascesa dell'ingegnere. Nel 1989 Ursini riemerge, dopo varie peripezie giudiziarie, rivendicando il possesso delle azioni Sai.

Ne chiede la restituzione o il controvalore: 270 miliardi di lire. Sostiene di aver sottoscritto con Ligresti un contratto di vendita per qualche miliardo di lire con patto di riscatto. E come prova della malafede dell'ingegnere racconta di aver rivendicato il possesso delle azioni e di aver ricevuto nell'estate del 1987 da Ligresti 10 miliardi di lire.

Ligresti, invece, la racconta in modo diverso: sostiene che Ursini, al momento del passaggio delle azioni, gli avrebbe firmato una liberatoria e che ogni sua pretesa sarebbe infondata. La vince Ligresti, la cui presa sulla Sai è nel frattempo salita fino a sfiorare il 50 per cento. Lo stellone dell'ingegnere brilla più che mai in quegli anni. A Milano è il costruttore numero uno.

È legato a filo doppio al Psi di Bettino Craxi. All'ufficio urbanistica del Comune è considerato di casa. Come emergerà dallo scandalo delle aree d'oro, con una variante al piano regolatore i terreni agricoli acquistati da Ligresti alla periferia di Milano sono stati trasformati in suoli edificabili, con un aumento di valore esponenziale. L'impero si espande all'ombra delle scatole cinesi, ma ha un tallone d'Achille: l'eccessiva esposizione debitoria. Il problema di Virgillito che è stato quello di Ursini ora rischia di travolgere anche il suo successore.

Per di più il mercato immobiliare ha smesso di crescere e la Cariplo, che finanzia Ligresti, teme di non poter recuperare il suo credito. L'ingegnere si rivolge a Craxi, ormai ago della bilancia della politica italiana, che preme sulla Bnl perché intervenga a favore del costruttore. Presidente della banca di Via Veneto è il socialista Nerio Nesi, che oppone il proprio rifiuto.

Non resta che Enrico Cuccia. Nel 1988 è in corso il processo di privatizzazione di Mediobanca, il cui controllo fa capo a Comit, Credit e Banco di Roma, le tre banche pubbliche d'interesse nazionale. Cuccia è costretto a negoziare con i partiti di governo, ma Craxi è un osso duro, vuole che Mediobanca prenda Ligresti sotto la sua ala protettiva.

Cuccia capisce che quello è il prezzo della privatizzazione. Oltre tutto Sai è azionista della lussumburghese Euralux, che detiene circa il 5% di Generali, la principale partecipazione di Mediobanca. Da quel momento i veti politici cadono e Ligresti entra nel salotto buono di Via Filodrammatici accanto agli Agnelli, ai Pirelli, agli Orlando. L'ostracismo cessa. La Premafin, la holding, è quotata a Piazza Affari con una valutazione di mille miliardi di lire, quattordici volte l'utile del 1989.

Poi esplode Tangentopoli e ricominciano i guai. Il 16 luglio 1992 l'ingegnere è trasterito a San Vittore per ordine della Procura, che lo accusa di aver strappato appalti alla Metropolitana milanese in cambio di tangenti. Un'inchiesta tira l'altra: scoppia lo scandalo Eni-Sai in cui sono coinvolti anche Craxi e il segretario amministrativo della Dc Severino Citaristi. La posizione di Ligresti si aggrava. L'uomo piomba dall'altare nella polvere. Le condanne gli fanno perdere i requisiti di onorabilità, non può più stare nel consiglio d'amministrazione della Sai. Il bastone di comando passa alle figlie: Jonella, che entra anche nel Cda di Mediobanca, e Giulia.

Entrambe saranno risucchiate nel gorgo della giustizia. La situazione finanziaria del gruppo ricomincia a indebolirsi. Ligresti sembra condannato a un declino inesorabile. Poi un nuovo colpo di scena. Nel luglio 2001 squilla il telefono. È Vincenzo Maranghi, il quale, morto Cuccia, guida Mediobanca in completa solitudine. Montedison è sotto Opa e prima che cada nella mandi di Edf e Fiat bisogna sottrarle Fondiaria, il gruppo assicurativo fiorentino che detiene un pacco azionario strategico per l'autocontrollo di Mediobanca. Ligresti è dunque l'uomo giusto al momento giusto.

Il contratto di cessione è firmato una domenica mattina in Foro Buonaparte. L'ingegnere s'impegna a sborsare più di un miliardo di euro senza Opa. La Consob si oppone invano. Dopo neanche due anni Fondiaria è già tutt'uno con Sai. L'ingegnere si accolla nuovi debiti, ma è ormai troppo grande per fallire. Per di più ha di nuovo al suo fianco Via Fiolodrammatici, ovvero i maggiori istituti di credito, e il gradimento politico di Silvio Berlusconi. Maranghi si illude di poterlo mettere sotto tutela.

Progetta un aumento di capitale che dovrebbe diluirne il peso, rafforzando il patrimonio di Fonsai. Ma da lì a poco è costretto a lasciare Mediobanca per l'ostracismo del presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, e del governatore di Bankitalia, Antonio Fazio. Ligresti diventa così padrone assoluto di un impero dai piedi d'argilla.

La crisi finanziaria e l'ingordigia della famiglia, con i trasferimenti di ricchezza dai piani bassi ai quelli alti della catena di controllo, daranno al gruppo assicurativo il colpo di grazia. E a nulla varranno i finanziamenti di UniCredit e Mediobanca per salvarlo dal baratro.

 

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