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HIGHLANDER FEDERER - DOPO LA RIMONTA EPICA CONTRO CILIC, OGGI RE ROGER GIOCA LA SUA UNDICESIMA SEMIFINALE A WIMBLEDON CONTRO RAONIC - CLERICI: “MI AUGURO CHE VINCA PER L’OTTAVA VOLTA IL TORNEO PERCHÉ È DIFFICILE SFUGGIRE AL FASCINO DELLA IMMORTALITÀ”

Gianni Clerici per “la Repubblica”

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Un tempo quelli come lui venivano, ancora in vita, trasferiti all’Olimpo, se erano belli come lui – via, è anche un bell’uomo – in concorrenza con Ganimede, il coppiere, sebbene Federer osservi di essere “quasi astemio“. Ora quelli come lui sono ammirati, almeno sinché recitino ai loro massimi, interpretino cioè se stessi nel film della vita, un film che ormai diviene pubblico quando non si svolge nell’intimità di una supervilla di Wollerau, o quando uno dei quattro gemelli strilla, o quando la moglie Mirka – pare - lo sgrida.

 

Nel domandarmi perché non scrivessi un pezzo su di lui, un pezzo simile a quelli che appaiono sui giornali di ogni paese, il mio suggeritore mi ha ricordato che Lui potrebbe vincere il suo dodicesimo titolo di Wimbledon, torneo, per i non aficionados, iniziato nel 1884. Faccio allora due passi, e dal Center Court, dove verrà accolto oggi dall’affetto generale, direi quasi dall’amore, mi sposto al Museo del Tennis, che conserva, chissà sino a quando, i miei taccuini di scriba disordinato.

 

Li apro, ed ecco cosa rileggo, dimentico di quanto accadde, forse per l’emozione che ancora provo nello scrivere una column, percorsa, insieme all’ammirazione, da fretta, da incertezze, da errori.

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2003. Incontro al bar Sydney Wood, vincitore nel 1931, che sorride entusiasta. “Spero vinca lo svizzero – mi dice – In questo tempo da di muratori, gioca come una volta. Ha un rovescio tale e quale a Donald Budge”. Roger giocava contro Philippoussis, un bestione new australian con 3 dei nonni italiani. Mi copio: «Era insomma Federer a offrire a noi privilegiati spettatori un’esibizione straordinaria, e, riassumo, 9 errori contro 15 sui rimbalzi, quattordici vincenti a rete, 21 aces. Addio Philippoussis».

 

2004. Il 90 per cento di noi spiritualisti, che crediamo che l’anima di Tilden si sia reincarnata, non aveva dubbi sulla vicenda che opponeva una fresca Divinità ad un americanaccio dotato di muscolatura da pugile, come Andy Roddick.

 

2005. E adesso cosa scrivo? mi sono chiesto, rientrando in sala stampa. Per fortuna sedevo fianco a un collega certo più celebre, e sicuramente più capace, George Vecsey, del New York Times, e leggevo, sul suo computer: «Dice Orson Welles che In Italia ci sono stati gli assassini dei Borgia, ma anche Leonardo e il Rinascimento. In Svizzera Martin Lutero, la democrazia. Avevano inventato solo l’orologio a cucù. Ma ora c’è Federer».

 

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2006. Per sua fortuna, le armi di Federer, sull’erba, non sono paragonabili a nessuno, tantomeno a Nadal. Nadal aveva però dalla sua recentissime vittorie su altri fondi. La resa di Rafa giungeva da una sorta di smash alla viva il parroco che pareva offendere la concezione artistica che Federer ha del gioco.

 

2007. Federer ha raggiunto Borg, ma che fatica con Nadal. “Te la saresti meritata anche tu, gli ha sussurrato alla fine”. C’era, in quell’affermazione, molta verità, ma ancor più umiltà.

 

2009. Alla fine di un match di quattro ore e 16 minuti, soffocato a tratti dall’angoscia di non riuscire a battere un avversario dominato 18 volte su 20 incontri, Roger è riuscito a farcela. Mentre, da un palco, lo applaudiva giudicandolo migliore di sé Pete Sampras, nel suo abituale fair play Roger ha indirizzato una dichiarazione a Nadal che, infortunato, gli aveva facilitato di molto il compito.

 

2012.«Re Federer è tornato. All’inizio della vicenda, quello specialista di Djokovic si è opposto ai suoi ikebana ma non è riuscito a contrastarlo oltre un’ora e 36 minuti, quando il sommo giardiniere gli ha strappato di mano la paletta del servizio».

 

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Mi par giusto ora, dopo che il match di ieri contro Cilic, ha reso Roger ancor più popolare, addirittura più amato, chiedermi se il destino possa spingerlo a vincere un nuovo Wimbledon, soprattutto ora che non usa più aver quasi compiuti i 35 anni, come accadeva ai tempi di Tilden, e delle racchette di legno, che Federer è l’unico dei contemporanei che saprebbe manovrare. Non posso non augurarmi che vinca, perché è difficile sfuggire al fascino della Immortalità, dote divina e quindi difficile da definire positivamente.

 

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Di Roger si occuperebbero allora ancor di più nuovi biografi, oltre ai cinque che hanno scritto volumi addirittura immortali su di lui. Dal primo, Renè Stauffer, che siede vicino a me nella sala stampa, e non si è irritato nemmeno la volta che Roger ha detto della sua biografia: «L’ho sfiorata. Mi sembra corretta ». Ad uno degli ultimi, il famosissimo Foster Wallace, al cui suicidio qualcuno afferma non sia stata estranea la consapevolezza di non poter divenire un Federer della penna.

 

Non li ha quasi letti, Federer i suoi agiografi, ma non per presunzione. È perché ha sempre avuto, dai tempi della scuola sportiva di Macolin, quando addirittura non conosceva il francese, il tempo di leggere. Il suo successo non gli ha certo negato umane conoscenze, tra le quali cita sempre quella di Mandela, ma non gli ha dato il tempo per riflettere a quanto gli altri pensano di lui. È questo il segno di qualcuno che ha evitato una accessibilissima presunzione, senza correre il rischio di cadervi.

 

Qualcuno che ha accettato con insolita naturalezza, non dico umiltà, il dono che gli Dei avevano fatto ad un modestissimo viaggiatore di commercio in prodotti chimici, e ad una moglie incontrata in Sudafrica. Gli auguro di vincere il suo ottavo Wimbledon, e di rimanere eguale a se stesso.

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