frieze 2019

LE COSE DA NON PERDERE AL 'FRIEZE LONDON 2019' – ANTONIO RIELLO SCODELLA LA GUIDA ALLA FIERA D’ARTE CONTEMPORANEA LONDINESE – LA JAGUAR SPORTIVA DI VIK MUNIZ, LA SCULTORONA IRONICA DI TOM SACHS, IL VIOLONCELLO RICOPERTO DI VERMI   DI BILL WOODROW. IL LAVORO IMPONENTE DI GARY INDIANA CHE SEMBRA UNA CURIOSA VERSIONE DI STONEHENGE… - “LE DANZE DEL BAUHAUS CON I COSTUMI DISEGNATI DA OSCAR SCHLEMMER FANNO VENIRE IN MENTE I TELETUBBIES”

Antonio Riello per Dagospia

 

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Brexit incipiente, economia al rallentatore, tensioni politiche fuori dell’ordinario con il regno diviso in due bellicose fazioni, recessione prossima ventura. A dispetto di tutto questo FRIEZE LONDON 2019, la cui preview si e’ tenuta a Londra il 2 Ottobre, sembra marciare imperterrita e spedita come niente fosse. Il mercato (quello internazionale di alto livello) dell’arte ha logiche autonome che viaggiano con geografie e tempi propri.

 

I prezzi tengono bene ma senza eccessi, tutto sembra ammantato da una saggia concretezza. Niente “Lusso di Occasione” invece misuratamente “business as usual”.

 

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FRIEZE e’ un marchio che deriva dalla omonima Rivista d’Arte britannica e che si sviluppa attualmente con fiere anche a New York e Los Angeles. Quella di Londra si sviluppa in pratica su varie iniziative parallele.

 

La prima, dedicata alle sculture all’aperto e curata da Clare Lilley, coabita con i suntuosi vialetti, gli alberi e gli scoiattoli di Regent’s Park. Ventiquattro sono gli artisti in lizza. Le dimensioni dei lavori sono diventate abbastanza importanti segno che il collezionismo d’arte si sta spostando sempre di piu’ verso istituzioni e fondazioni (che hanno spazi rilevanti a disposizione).

 

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Da una parte il collezionista tradizionale tende a trasformare (per ragioni di prestigio e fiscali) la propria passione in una realta’ istituzionale. Dall’altra nuovi attori si sono affacciati nel campo delle acquisizioni artistiche, come ad esempio gli ospedali privati americani, che dispongono di somme importanti e aree verdi da riempire con qualcosa che profumi di cultura e prestigio. Vik Muniz propone una bellissima Jaguar sportiva, Zac Ove’ un assemblaggio potente fatto di pezzi di vecchie Volkswagen, Tom Sachs una sculturona assai ironica, Barry Flanagan le sue lepri giganti, Huma Bhabha  i suoi idoli antropomorfi in legno, Jaume Plensa una delle sue teste affusolate, Bill Woodrow addirittura un violoncello ricoperto di vermi (tutto in bronzo fortunatamente). Il lavoro piu’ imponente e’ probabilmente quello di Gary Indiana, si intitola “One through Zero” e sembra una curiosa versione di Stonehenge con al posto dei Dolmen dieci numeroni in ferro arrugginito (che appunto vanno dall’ 1 allo 0).

 

La fiera vera e propria, curata da Victoria Siddall e Jo Stella-Sawicka, giostra quest’anno piu’ di 160 gallerie che provengono da ben 35 paesi. Molto interessante la nuova sezione “Woven”, curata da Cosmin Costinas, che presenta due gallerie che provengono dalle Filippine e una dal Madagascar. Buon segno: l’elitario mercato dell’arte sa comunque rinnovarsi ed aprirsi a nuove rotte. E non e’ solo la solita curiosita’ etnica, ci sono (come nel caso di 1335 Mabini di Manila) opere con una personalita’ matura e assolutamente convincente. Il Brasile, sia come gallerie che come artisti in generale, e’ il paese meglio (e felicemente) rappresentato in questa occasione.

ANTONIO RIELLO

 

In generale la qualita’ e’ piuttosto buona. Moltissimi arazzi quest’anno, sempre parecchia ceramica, meno opere fotografiche del solito. Moltissimo colore: il grigietto e il nero minimal hanno ceduto il passo a tutti i numeri del Pantone (ogni tanto ci vuole!). Tra i visitatori dell’inaugurazione, sempre molto “in tiro” sembra che il tartan scozzese abbia avuto il suo ennesimo revival. C’e’ anche, all’interno della sezione “Live”, curata da Diana Campbell Betancourt, una interessante performance, promossa in questo caso dalla Galerie Thaddaeus Ropac, che si ripete ad orari fissi: le danze del Bauhaus con i costumi disegnati da Oscar Schlemmer. Molto affascinante ma, a dire il vero, fa venire in mente un pochettino, in certi momenti, i famigerati “Teletubbies”(che pero’ il buon Schlemmer non conosceva ancora).

 

Da segnalare che diverse opere in qualche modo sconfinano in una sorta di smart-design e comunque non rifuggono da una possibile dimensione funzionale (sedie e tavoli soprattutto).  Stavolta ci sono decisamente meno big del genere Damien Hirst e Jeff Koons, invece sono numerosi i nomi un po’meno noti ma sempre di indubbio interesse.

 

Le gallerie piu’ stimate e robuste si sono sforzate infatti di proporre artisti relativamente inediti, come ad esempio la White Cube Gallery che ha basato il suo stand solo su Jac Leirner e Virginia Overton. Bravissimi tutti e due.

 

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La londinese Stephen Friedman Gallery, che ha vinto il premio per il miglior stand, presenta una pittrice svedese Mamma Anderson (si’, si chiama proprio Mamma) e un brasiliano Tonico Lemos Auad.

 

Kamel Manour Galerie, di Parigi, crede nelle fantastiche macchine-slitte-sacchiapelo di Neil Beloufa.

 

Lisson Gallery ci delizia con una serie di opere della pittrice americana, recentemente scomparsa, Joyce Pensato.

Nicolai Wallner Galleri (di Copenhagen) ha assemblato un suggestivo labirinto a specchi del geniale Jeppe Hein.

 

Gagosian Gallery va su Sterling Ruby che dialoga con dei maestri (tutti della scuderia di Gagosian) ementre David Zwirner Gallery mette in mostra i dipinti di Raoul De Keyser.

Maureen Paley Gallery ha un magnifico allestimento del gruppo General Idea, un trio di artisti canadesi purtroppo non piu’ attivi che sono stati all’avanguardia, negli anni Novanta, sul tema dell’AIDS. Installazioni con pillole e farmaci sono la loro riconoscibile cifra.

 

Da non perdere assolutamente infine:

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Il favoloso busto “occhialuto” di Nefertiti opera di Isa Genzken. Una classica (per chi lo conosce) mensola di Haim Steinbach alla Tanya Bonakdar Gallery di NY. E assolutamente pure il lettone che odora di sesso appena consumato di Urara Tsuchiya presso la galleria Union Pacific London.

L’altra anima dell’evento Frieze Masters, poco distante, presenta anche quest’anno bellissime cose, rare, costose e selezionatissime. Ma non strappa entusiasmi. Sembra un po’ ripetersi e la sua formula, inizialmente perfetta, sta iniziando ad invecchiare, con gli espositori e i visitatori.

Appena entrati un sostanzioso feltro di Robert Morris, alla celebre Castelli Gallery, attira l’attenzione.

 

Un po’ di tempo va speso per lo stand della galleria coreana Hyunday che offre alla vista un tesoro pazzesco di opere del grande Nam June Paik.

Non sono da trascurare comunque anche la mostra monografica di Bertrand Lavier alla Galleria Massimo de Carlo, le indimenticabili foto di William Wegman da Sperone Westwater, lo stand della Richard Saltoun Gallery con le opere di Bice Lazzari e una altra importante installazione di General Idea alla MAI 36 Galerie di Zurigo.

 

Per chi fosse a Londra in questi giorni e fosse stanco di fiere:

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Alla White Chapel Gallery la prima personale in Inghilterra della Italo-Brasiliana Anna Maria Maiolino (presente anche Alla Biennale di Venezia): “Making Love Revolutionary”. Un intenso percorso tra vita domestica, professione artistica e riscossa di gender. La maiolino e’ una riscoperta recente per il sistema dell’Arte Contemporanea. Sempre alla White Chapel si puo’ visitare “Sense Sound/Sound Sense”, una rassegna sui rapporti tra il movimento Fluxus e la Musica Contemporanea, curata da Walter Revere (con Naya Yiakoumaki) e gentilmente prestata per l’occasione dalla Fondazione Luigi Bonotto. La musica come non l’abbiamo mai sentita, da John Cage a Yoko Ono.

 

FRIEZE LONDON 2019, Regent’s Park, Londra

dal 2 al 6 Ottobre 2019

 

Whitechapel Gallery

77-82 Whitechapel High St

Londra, E1 7QX

 

 

 

 

 

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