IL SOGNO DI COSTANTINO È SVANITO – DALL’EPOPEA DI ROZZI AL FALLIMENTO: UN DEBITO DI 15 MLN € CANCELLA L’ASCOLI – E ORA PER FINIRE IL CAMPIONATO DI LEGA PRO I TIFOSI DEVONO FARE LA COLLETTA

Malcom Pagani per "Il Fatto Quotidiano"

Ascoli/Ascoli/Ascoli/del calcio l'università/Ascoli/Ascoli/Ascoli il vanto sei della città/chi lo sa/ come noi/griderà/l'Ascoli è forte e vincerà/forza dai/forza dai/Ascoli/il nome tuo trionferà/forzadai/forza dai Ascoli/il mondo ti conosceraaaaà".

Nella festosa melodia immaginata dal maestro Titta ed eseguita dall'omonimo complesso più di quarant'anni fa, l'inno identitario si cantava in campionati di Terza serie in cui per definire l'orizzonte stagionale bastava una vittoria nel derby con la Sambenedettese.
In campo neutro, l'altroieri, hanno perso tutti. Un'aula di tribunale. Una breve udienza.

Una parola, fallimento, che spazza via 115 anni di storia e che da oggi tra una colletta dei tifosi e un fornitore sul piede di guerra farà rima con calvario. Accade in Lega Pro, nella terra di mezzo in cui gli stipendi dei tesserati sono un terno al lotto, le società uno schermo per affari oscuri e in cui attendendo la promessa riforma dei tornei, stupirsi di fronte a calciatori che scommettono, si vendono e si fanno volentieri comprare come da previsto tariffario, è complicato.

Da quando l'ex presidente Costantino Rozzi riposa altrove, è successo anche ad Ascoli. Orfana del suo innamoramento precoce: "Prima di rilevare la squadra mi ero sempre chiesto cosa ci fosse di divertente in 22 ragazzotti in mutande che inseguono una sfera" e degli oltre due decenni da indimenticabile alfiere di una provincia che portò fuori dall'anonimato ingannandosi solo sull'ultima previsione: "La Serie A è nostra e nessuno ce la toglierà mai più. Resterà in eredità ai figli dei nostri figli".

L'uomo che con Carlo Mazzone disegnò tra un sorriso e un vaffanculo l'epopea del pallone cittadino si sbagliava. Nella curva dell'Ascoli, da sempre a destra della destra, da oggi l'unica piattaforma politica parlerà di solidarietà. Alla squadra (1.500 euro per la prossima trasferta raccolti tra gli ultrà, altri mille li ha messi il sindaco) e ai dipendenti licenziati che nel rigido inverno di Ascoli, con il riscaldamento staccato per morosità, andavano a lavorare con piumino, sciarpa e cappello.

Così, mentre l'allenatore Bruno Giordano e i figli d'arte come il portiere Pazzagli proveranno ad arrivare dignitosamente fino a giugno affidandosi alla carità cittadina, il calcio locale del futuro, senza imprenditori alle spalle, ripartirà da chissà dove. Il cerimoniere del funerale, Costantino Nicoletti, amministratore unico dell'Ascoli e Cristo in croce in carica per soli 33 giorni, si era dimesso a giochi fatti.

In lotta con l'ultimo padrone dalla comica omonimìa, Roberto Benigni, in una vicenda di buchi milionari, mancati pagamenti Irpef, penalizzazioni in corsa, retrocessioni e nostalgie che non concede sorrisi. La prospettiva di Nicoletti somiglia a quella di una città che dopo aver riempito per anni i gradoni dello stadio Del Duca, non si aspettava lo stesso iter già capitato in sorte (solo per restare agli affari regionali) a Pesaro, Fermo, San Benedetto e Ancona: "Sapevo di venire a razzolare merda, ma non che ci fosse una società morta".
Sepolta da 15 milioni di euro, dicono, c'era l'Ascoli.

Raccontato da Tonino Carino, dai calzini rossi di Rozzi o dai gol impossibili di Massimo Barbuti. Era il settembre dell'86 e Berlusconi assisteva in tribuna alla sua prima gara da presidente. Liam Brady gettò un fiore sulla destra. Barbuti lo coltivò con l'incoscienza dei disperati. Giovanni Galli si inarcò e poi vide la rete gonfiarsi. Milan-Ascoli 0-1. Conservare i Vhs, inutile antidoto alla depressione.

 

IL GOL DI BARBUTI A SAN SIRO HUGO MARADONA Costantino Rozzi Costantino Rozzi Ascoli Napoli BARBUTI

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