funerali muhammad ali

FUNERAL ALÌ - CLINTON, WILL SMITH, SPIKE LEE E TUTTA L'AMERICA AL FUNERALE INTER-RELIGIOSO PER IL GRANDE PUGILE. IL RABBINO INFERVORA LA FOLLA E (COME BILLY CRYSTAL) ATTACCA TRUMP - IL RICORDO DI JOYCE CAROL OATES: LA GRANDEZZA SPIRITUALE DEL CAMPIONE CHE NON È MAI STATO "IL NEGRO DEI BIANCHI"

 

 

1. "DA OGGI SIAMO TUTTI MUHAMMAD ALI" L' AMORE DELL' AMERICA IN 100MILA PER L' ADDIO

Emanuela Audisio per ''la Repubblica''

il  corteo   funebreil corteo funebre

 

Un lungo, lento e caldo addio.

Pieno di orgoglio, con poche lacrime, senza strazio. Il più Grande non ha bisogno di pianti. Centomila persone sulla strada.

Perché come è stato ricordato: «Se James Brown aveva detto: sono nero e fiero, Ali ha corretto la frase in "Sono nero e bello". Lui ha amato i neri, quando i neri avevano difficoltà ad amare se stessi».

Così l' America ha seppellito il suo mito.

il corteo   funebreil corteo funebre

 

Così la sua città Louisville, ha detto addio a chi ha dato splendore e dignità alla pelle nera. Il ragazzo nato Cassius Clay e diventato Muhammad Ali. The Greatest. Vedrete le foto dei ricchi e potenti che lo hanno celebrato. Bravi, eleganti, discreti. Anche simpatici: nel descriverne con ironia la sua ansia di libertà. Vedrete Lonnie, l' ultima moglie, che lo sposò a 29 anni (lui ne aveva 44), quella che per lui si convertì all' Islam, molto raffinata nel suo dolore, in abito nero, cappello largo e occhiali scuri, quattro giri di perle al collo. Più etnica, la seconda consorte, Kahalilah, la prima a dare figli ad Ali

il corteo  funebreil corteo funebre

 

. Vedrete un po' di Hollywood, un po' di alta società, tanti atleti miliardari, attori. Billy Crystal, Arnold Schwarzenegger Don King, Sugar Ray Leonard, Kareem Abdul-Jabbar, Thomas Bach, presidente del Cio. Tutti nervosi, tutti imbarazzati, preoccupati di essere all' altezza: anche l' attore Will Smith, abituato alle scene pericolose, anche Mike Tyson, sobrio una volta tanto, nei modi e nei gesti, arrivato all' ultimo, per accompagnare il vecchio uomo malmesso che nel giorno del suo rilascio dal carcere (per stupro) era andato a Indianapolis a pregare con lui.

 

hamid karzai hamid karzai

Non vedrete il presidente turco Erdogan, se n' è andato indispettito, perché non gli hanno permesso di mettere nella bara un pezzo di tessuto che ricopre la Kabba, alla Mecca. Anche re Abdullah di Giordania è stato sostituito come speaker. Vedrete riconoscenza, rispetto, ammirazione per un uomo che è diventato, ed è stato celebrato allo Yum Center, come il Mandela del ring, davanti a ventimila persone.

david beckhamdavid beckham

 

Con un canto dell' imam Hamzah Abdul Malik e anche dal vivace e bizzarro rabbino Lerner¸ che si è scagliato contro i politici e ha aggiunto: «L' Islam non è il male, siamo tutti uguali, abbiamo tutti diritti, anche i palestinesi. Non criminilizzate la marijuana: quando la fumano i bianchi va tutto bene, quando lo fanno i neri finiscono in prigione. E dite tutto questo alla prossima presidente degli Stati Uniti che sarà una lei».

billy crystalbilly crystal

 

Dio se sarebbe piaciuto ad Ali un' orazione così fuori da ogni conformismo. Canti buddisti e la bandiera con i cinque cerchi olimpici accanto a quella a stelle e strisce. E poi, al termine di una cerimonia lunga 3 ore, c è stato il discorso di Bill Clinton, che ha ricordato Atlanta: «Mi sono messo a piangere quando l' ho visto tremare, ma sapevo che ce l' avrebbe fatta. È stato capace di decidere la sua storia».

bill clintonbill clinton

 

E un messaggio dell' attuale comandante in capo dell' America, Barack Obama, primo nero alla Casa Bianca, che ha i guantoni di Ali appesi in ufficio: «Ali non è stato un sovversivo ma un radicale. Era e sarà l' America». E quello della figlia di Malcolm X, Attallah Shabazz. Tutti discorsi alti e giusti per il Campione della Gente. « I am Ali » c' era scritto sulle maglie di tanti cittadini e anche di chi lavorava in città. I bus al posto della destinazione avevano la scritta lampeggiante « Ali. The Greatest ».

bill clinton bill clinton

 

Ma il vero funerale di Ali è stata quella lunga processione di 30 chilometri che ha attraversato la città, non in una via del pianto, ma in una via della compartecipazione allegra, quasi a dire, se oggi siamo qui, sullo stesso marciapiede, bianchi e neri, è anche grazie a te.

arnold schwarzenegger con bill clintonarnold schwarzenegger con bill clinton

 

Quindi perché piangere? Il corteo di 17 auto si è fermato una sola volta da programma, davanti al Muhammad Ali Center, per rispetto. Ma poi, davanti alla casa di Ali, nel west end di Louisville, ha dovuto rallentare: troppa folla, troppo gente assiepata. Tutti a gridare «Ali». È intervenuta la polizia con un cordone di agenti.

 

Poi un ragazzo in tuta bianca si è messo ad agitare le braccia in alto, a urlare «Ali, Ali» e a correre con il carro funebre, e anche altri tre dall' altra parte, uno in calzoncini rossi, uno in jeans e un altro con un cappello da baseball verde che reggeva il cartello « Grazie per la memoria», si sono messi anche loro a correre. E il primo ha iniziato a bussare sui finestrini dov' era la bara di Ali, e gli altri pure, e l' autista ha dovuto abbassare i vetri e loro hanno finalmente potuto toccare la bara. A quel punto anche le altre macchine con i familiari hanno abbassato i vetri e le figlie e i parenti hanno sorriso e stretto mani.

il rapper commonil rapper common

 

il corteo funebreil corteo funebre

Cosi Ali è tornato tra la sua gente. Per strada. Come per Bob Kennedy, il vero funerale non è stato né nella chiesa a St Patrick, né ad Arlington, ma lungo quei 328 km di ferrovia dove passò la sua bara in quel « funeral train » che attraversò per otto ore cinque stati della costa Est. Erano quasi gli stessi giorni di giugno. C' era l' America lungo i binari che era venuta per piangere Bobby, bimbi, pensionati, don- ne, famiglie in piedi sul tetto dei furgoncini, operai nelle tute sdrucite, contadini dai volti arrossati. Un' America vera, rurale, con la mano sul cuore, con i ragazzi di campagna scalzi che facevano il saluto militare, per il tramonto di una speranza.

 

Così quella stessa America, cambiata, cresciuta, invecchiata, rinnovata, anche tanto ingrassata, ha aspettato Ali e il corteo funebre di limousine, ai lati delle strade, per il lungo addio. C' era silenzio all' inizio, quasi soggezione, per un uomo che ha sempre fatto tanto rumore nel mondo e che non ha mai risparmiato la voce, anche per conto degli altri, tanto alla fine da non averne più per sé. In tanti avevano una foto in mano, e non era di boxe, non era dei momenti trionfanti sul ring, ma Ali che visitava scuole, ospedali, vicinato, bambini disabili.

jesse jackson jesse jackson

 

Era l' uomo che diceva: «Abbiamo solo una vita. Presto sarà finita. Ciò che facciamo per Dio è tutto ciò che rimane». Ma era anche il papà, che come ha rivelato la figlia Hana, teneva in cassaforte la voce dei suoi bambini. Ali diceva sempre: «Dove ne trovate uno come me: capace di dire poesie, di sorprendere, di boxare, di essere bello e divertente come me?» Da nessuna parte, non più. Ma come ha urlato il rabbino (il migliore in campo): « Da oggi siamo tutti Ali». Ci tocca.

 

 

2. LA GRANDEZZA SPIRITUALE DEL CAMPIONE CHE NON È MAI STATO "IL NEGRO DEI BIANCHI"

kareem abdul jabbar kareem abdul jabbar

Joyce Carol Oates per il ''New York Times''

Traduzione di Fabio Galimberti per ''la Repubblica''

 

 

Cassius Clay, nato nel 1942, era nipote di uno schiavo; negli Stati Uniti della sua fanciullezza e adolescenza, se eri un atleta nero, e specialmente se eri un pugile nero, dovevi per forza di cose tenere un profilo basso. Evidentemente bisognava alleviare le angosce suscitate nel maschio bianco dallo spettacolo di forza dell' uomo nero. Più il pugile nero era grande (Joe Louis, Archie Moore, Ezzard Charles), più era urgente che adottasse una veste pubblica di cautela e moderazione.

lo yum center di louisvillelo yum center di louisville

 

I gentili uomini bianchi che raccomandavano ai loro protetti neri di essere «motivo di orgoglio per la tua razza» lo dicevano senza ironia. E invece il giovane Cassius Clay/Muhammad Ali rifiutò di interpretare questo ruolo svirilizzante. Non voleva essere il «negro dei bianchi», non voleva essere nulla dei bianchi.

 

mike tysonmike tyson

Convertendosi alla Nation of Islam a 22 anni, subito dopo aver strappato il titolo dei pesi massimi a Sonny Liston, rigettò pubblicamente il suo «nome da schiavo» (Cassius Marcellus Clay, che era anche il nome di suo padre) e la religione cristiana; rifiutandosi di servire nell' esercito, mise in chiaro le sue ragioni politiche: «Io con questi vietcong non ho mai litigato ».

 

pat rileypat riley

La reazione che seguì fu spropositata: il giovane pugile che prima era acclamato ora veniva fischiato. Cominciarono a piovergli sulla testa pubbliche condanne. Testate rispettabili, perfino il New York Times, continuarono per anni a usare il suo «nome da schiavo»: Cassius Clay. Condannato a cinque anni di carcere per aver rifiutato la leva, Ali tenne duro: non finì in prigione, ma dovette pagare un' ammenda di 10mila dollari e gli venne revocata la licenza di pugile, interrompendo così la sua carriera da professionista proprio quando era all' apice.

rabbino michael lernerrabbino michael lerner

 

Con un gesto di pura meschineria il dipartimento di Stato gli tolse anche il passaporto impedendogli di andare a combattere fuori dagli Stati Uniti. Tre anni e mezzo dopo, quando fu reintegrato come pugile professionista, aveva perso gran parte della sua agilità giovanile. Eppure non si arrese mai.

spike leespike lee

 

Il cuore del campione è questo: mai ripudiare i tuoi valori più profondi, mai arrendersi.

Ali aveva raggiunto vertici di celebrità sconvolgenti negli anni Sessanta, ma fu negli anni Settanta che la sua grandezza si consolidò. Chi avrebbe potuto immaginare che, reintegrato come pugile dopo una lunga sospensione, Ali avrebbe allargato ancora le dimensioni dello sport?

whoopi goldbergwhoopi goldberg

 

Chi avrebbe potuto immaginare che, oltrepassato il punto di massima forma atletica, con le gambe più lente, col fiato più corto, sarebbe riuscito, con un' ingegnosità figlia della disperazione, a reinventarsi come un atleta che offriva il proprio corpo tetragono alla furia di pugili più giovani? Non era più capace di «volteggiare come una farfalla», ma poteva adagiarsi sulle corde, come un punching ball umano, e lasciare che un avversario come il povero George Foreman si sfiancasse cercando di mandarlo al tappeto.

 

Che cos' altro è la famigerata tattica del rope-a-dope adottata in quell' epico incontro del 1974 se non uno stoicismo genialmente pragmatico in cui il fine (vincere) giustifica i mezzi (danni irreversibili al corpo, al cervello)?

 

will e jada pinkett smithwill e jada pinkett smith

Lo spettatore inorridisce quando si rende conto che un solo pugno di Foreman potrebbe essere fatale se a riceverlo fosse qualcuno che non è un pugile: quante decine di questi colpi assorbì Ali, come in una favola dove l' elemento drammatico è dato dalle aspettative invertite? In questo modo, con un costo terribile per la sua salute futura, Ali riconquistò il titolo dei pesi massimi all' età di 32 anni, sconfiggendo il 25enne Foreman.

 

Per quanto grande sia stato quell' incontro, non può reggere il confronto con la trilogia di combattimenti fra Ali e Joe Frazier, nel 1971, nel 1974 e nel 1975: Frazier vinse il primo ai punti, Ali il secondo e il terzo, ai punti e per ko tecnico. Sono stati incontri monumentali, esibizioni di resistenza, coraggio e «cuore» senza quasi paragoni nella storia della boxe.

 

yusuf islam cat stevensyusuf islam cat stevens

Nel primo, Ali subì il pestaggio più pesante di tutta la sua vita, eppure non gettò la spugna; nel secondo e nel terzo, vinse contro un Frazier stremato, a quale prezzo per la sua salute possiamo solo immaginarlo («La cosa più vicina alla morte», disse Ali). Ma Ali fu sfruttato in modo incredibile, irresponsabile, da manager e promoter che avrebbero dovuto proteggerlo: la sua carriera, ormai segnata, continuò fino al 1981, con un' ultima, devastante sconfitta contro Trevor Berbick, molto più giovane di lui. Poi, tardivamente, Ali si ritirò, dopo 61 incontri, 56 dei quali vinti.

 

Che cosa significa dire che un pugile ha «cuore»? Non la capacità tecnica, e nemmeno una forza, una resistenza e un' ambizione fuori dal comune: per «cuore» si intende qualcosa di simile al carattere spirituale.

 

mike tyson lennox lewis will smith hanno portato la barmike tyson lennox lewis will smith hanno portato la bar

Il mistero di Muhammad Ali è questa grandezza spirituale, che sembrava emergere da una personalità molto più ordinaria, perfino immatura. Con il passare del tempo, il ribelle che era stato vituperato da tanti americani si trasformò in un eroe americano, specie quando subentrò nell' opinione pubblica un disincanto generalizzato nei confronti della guerra del Vietnam. Il giovane che era stato additato come un traditore si era trasformato nella figura simbolo del nostro tempo, una figura compassionevole che sembra trascendere la razza. Una calda luce seppiata irradia il passato, dissimulando i dettagli più stridenti.

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Ali da molto tempo aveva trasceso le sue origini e la sua identità specifica.

Come aveva detto una volta: «La boxe non è stata nulla. Non ha avuto nessuna importanza. È stato solo un modo per presentarmi al mondo».

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