alberto tomba

PRIMA ANDAVA PER PISTE DA SCI, OGGI VA PER CANTINE - ALBERTO TOMBA RACCONTA LA SUA PASSIONE PER IL VINO: “QUANDO GAREGGIAVO, DOPO UNA COMPETIZIONE, UN BICCHIERE ERA PERMESSO. POI HO INIZIATO A COLLEZIONARLO. CONSERVO LE BOTTIGLIE DELLE VITTORIE" - E POI RICORDA LE OLTRE TREMILA ETICHETTE NELLA SUA CANTINA E LE SPAGHETTATE IN GIAPPONE QUANDO…

Lorenzo Cresci per "la Stampa" - Estratti

 

alberto tomba

Nel suo palmarès, oltre agli ori olimpici e dei Mondiali, c'è anche un particolare titolo, quello di sommelier ad honorem, ricevuto a coronamento dell'esperienza e competenza acquisita in campo enologico, come si può notare contando le oltre tremila bottiglie che riposano sugli scaffali in legno di castagno della cantina, disegnata proprio per quei tesori liquidi.

 

Alberto Tomba lo racconta al Gusto, parlando di un amore cresciuto a poco a poco. «Non c'è stato un colpo di fulmine, anche se già mi piaceva andare per cantine quando avevo tempo e potevo concedermi giornate di relax. È nato tutto un po' per gioco. Ho cominciato dalle mie zone, tra l'Emilia e la Romagna, poi ho scoperto il Piemonte, il Trentino Alto-Adige, il Veneto, il Friuli Venezia Giulia».

 

Non è un caso se si tratta di territori di montagna.

«Non poteva essere altrimenti, la montagna è stata la mia vita, il mio lavoro. Lì mi allenavo e lì scendevo in pista, però ovviamente non passavo l'intera giornata sugli sci, c'era tempo anche per queste visite nelle cantine e ho iniziato a conoscere direttamente i produttori e le loro storie. Mi sono appassionato a tutto quello che c'è alle spalle di un vino ancora prima che al prodotto finale».

 

alberto tomba 13

Da atleta – e oltretutto con una serie di vittorie conquistate – come conciliava la vita da sportivo e il vino?

«Dai, in fondo a tremila metri d'altezza, dopo una gara, un bicchiere di vino era concesso. E così anche quando non ero nel pieno delle competizioni. L'importante per me è sempre stato mantenere un equilibrio nel seguire una dieta e non strafare con gli extra».

 

Prime visite nelle cantine, diceva, quindi i primi assaggi e le prime bottiglie. Ma c'è un momento in cui è esplosa la passione e l'idea di collezionare queste etichette?

«Le visite e le bottiglie che portavo con me da ogni angolo del mondo a un certo punto non sono più bastate. Ho comprato una grande enciclopedia: ho iniziato a studiare ogni Paese e ogni caratteristica: è da lì che ho imparato l'atlante del vino. E poi sono sempre stato un grande appassionato di geografia, ricordo con naturalezza mappe, città, luoghi che ho visitato o da cui sono semplicemente transitato, ho imparato ad associare quei posti ai vini».

 

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Facciamo un gioco: una montagna, una regione, un vino...

«Quella di Sestriere era l'occasione per conoscere le realtà piemontesi, dal Barolo al Gattinara; la val di Fassa e Madonna di Campiglio mi hanno dato l'opportunità di scoprire i vini del Trentino-Alto Adige, come il Lagrein, Cortina mi ha portato verso le cantine venete e beh, lì c'è davvero l'imbarazzo della scelta. Non cito specifici produttori perché la qualità del vino in Italia è così eccellente che tanti, davvero, meritano. Mi piace più pensare a una tipologia di vini, che non a un'etichetta singola».

 

E nella sua collezione cosa si trova?

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«Vini che stanno invecchiando in modo strepitoso, a cui sono riuscito a trovare il giusto habitat per continuare il loro percorso all'interno della bottiglia. Sono vini che hanno dai venticinque ai quarant'anni e ancora regalano emozioni fin dall'apertura. In questa cantina ci sono Sassicaia, Barolo, Tignanello, ma anche vini francesi, californiani, cileni. Molte di queste bottiglie le ho acquistate dai produttori, altre sono regali, ma ce ne sono tantissime che mi furono date in premio dopo un successo, e anche per questo ricordano momenti speciali della mia carriera».

 

Una carriera che l'ha sempre vista ai vertici e spesso si è parlato delle sue passioni, anche gastronomiche: a proposito, lei cucina?

«Rispondo con un aneddoto: quando si andava all'estero – ma non in occasione delle Olimpiadi dove gli atleti vivevano e mangiavano a Casa Italia – portavo sempre con me una valigia con pasta, passata di pomodoro, Parmigiano Reggiano, olio extravergine di oliva, un po' di basilico e peperoncino. E alla sera ci facevamo di quelle spaghettate! Ricordo una scena in Giappone: appena sbarcato dall'aereo, c'erano i miei assistenti che portavano i bagagli con gli sci e tutto l'altro materiale per le gare, io invece tenevo la borsa con gli ingredienti. Alla sera cucinavo per tutti».

 

(…)

 

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