robert peroni

"TRUMP VUOLE 'COMPRARE' LA GROENLANDIA? GLI INUIT DICONO CHE LUI È UN PAGLIACCIO DI PASSAGGIO: MA SE DA' 10 MILA DOLLARI (IN REALTA' LA CIFRA OFFERTA E' 100 MILA) A TESTA PENSANO SIA SCORTESE NON ACCETTARE UN REGALO" - L’EX ALPINISTA ROBERT PERONI, VIVE IN GROENLANDIA DA OLTRE QUARANTA ANNI, E SPIEGA COSA PENSANO GLI ABITANTI DELL'ISOLA DELLE MIRE DEL TYCOON: "NELLA LINGUA DEGLI INUIT LA PAROLA FUTURO NON ESISTE: OGNI GIORNO, SENZA UN MIRACOLO, È L'ULTIMO" - IL LIBRO

Giampaolo Visetti per “la Repubblica” - Estratti

 

Ho dedicato la mia prima vita all'alpinismo estremo, all'esplorazione dei deserti africani e dei ghiacci polari. Ora, anche per me, è il momento di dire la verità: sono pentito. Ho concesso tanto tempo a rincorrere primati personali, dimenticandomi delle persone».

robert peroni 22

 

Robert Peroni ha 81 anni e da 45 vive a Tasiilaq, sulla costa orientale della Groenlandia. È stato l'immagine di punta del team "No Limits", spingendo ogni volta l'idea di avventura un passo più in là. La sospensione invernale dei voli dall'Europa lo ha spinto a ritornare per qualche giorno dove è nato, sull'altopiano del Renon, in Alto Adige. Ad accoglierlo, I sette tramonti, il libro in cui racconta la sua vita tra gli inuit, «il popolo che mi ha salvato quando mi sono sentito perduto». 

 

Perché si definisce un "ex alpinista e un ex esploratore pentito"? 

«Perché da oltre un secolo sono concetti privi di significato, immagine del nulla. Si tengono in vita idee estinte. È ora di aprire una riflessione sincera sul senso e sull'impatto delle cosiddette imprese». 

 

Cosa intende dire? 

«Esaltiamo finti exploit e spedizioni che non possono aggiungere qualcosa alla conoscenza del mondo. Per interessi commerciali si certifica una falsa realtà. I riflettori sono accesi sui protagonisti del nostro film, spenti sul contesto di una storia che appartiene ad altri. È tempo di fermarsi e di ascoltare chi viene sacrificato per un'immagine pubblicitaria». 

robert peroni

 

Qual è la lezione del popolo con cui vive da quasi mezzo secolo? 

«Rallentare e aspettare. La parola fondamentale è "forse": gli inuit sanno che nulla è sicuro. Noi, schiacciati da una fretta misteriosa, imponiamo certezze in cui non crediamo. Per questo, consegnandoci all'aggressività, ci siamo persi». 

 

Quali sarebbero le colpe di alpinisti, esploratori, navigatori e avventurieri? 

«Ci siamo prestati alla globalizzazione di un falso eroismo, accettando di diventare gli impiegati di una colonizzazione soft, fondata sui nazionalismi delle bandiere. Il prezzo, dall'Himalaya alla Groenlandia e dal Sahara all'oceano Pacifico, è stato la vita della gente del posto. Credo che sia nostro dovere cambiare e chiedere scusa». 

 

Scusa di cosa? 

«Siamo entrati in casa d'altri facendo cose incomprensibili e ridicole. Nei luoghi estremi ogni azione è dettata dalla sopravvivenza. Noi, rischiando la vita per diventare famosi, facciamo l'opposto. Il contagio della vanità eletta a cultura è devastante: le persone delle terre originarie, per colpa nostra, si lasciano morire». 

robert peroni 78

 

Nel suo caso è successo il contrario, sono gli inuit ad averla salvata: come? 

«Mi hanno insegnato a vivere in modo diverso. L'importante non era più conquistare una vetta, ma un cuore. Nessuno me l'ha mai detto, me l'hanno fatto vedere». 

 

Perché, all'apice del successo, lei si è rifugiato in un luogo ignoto e tra gente sconosciuta? 

«Non ho più voluto vivere per raccontare imprese vuote, pretese dal format degli sponsor. Tornavo e dovevo raccontare esperienze estranee alla mia vita. È un disagio condiviso con molti amici famosi, prigionieri del personaggio costruito da altri. L'avventura, senza verità, non regge più». 

 

A Tasiilaq la sua Casa Rossa ha portato il turismo: non ha promosso un'altra forma di colonizzazione? 

«Forse ho sbagliato, ma ho dovuto essere realista. Gli inuit avevano fame ed erano soli. Mi hanno chiesto aiuto: portare amici, soldi, ciò che il resto del mondo cerca. Non ho avuto scelta, ho dovuto fare qualcosa. La sfida non è promuovere il turismo, ma resistere grazie a un'accoglienza sincera». 

 

Non è, anche questa, una declinazione del complesso di superiorità occidentale? 

robert peroni cover

«Abbiamo criminalizzato chi cacciava solo per mangiare. Il risultato è che non ci sono più animali. Per vivere sul ghiaccio ora servono gli estranei. Non si lotta più per salvare la natura, ma per preservare la specie umana sul pianeta«. 

 

Èancora possibile? 

«In parte della Groenlandia è troppo tardi. La costa occidentale è già perduta: navi da crociera, hotel da dieci piani, tre aeroporti. I turisti si fermano due ore, fanno la foto con un orso bianco e vanno via. Guardo Nuuk e vedo Venezia, o Kathmandu: la fine di una lunga storia. Non possiamo però spiegare sempre agli altri cosa devono fare. Tocca agli inuit scegliere, non a noi: e anche la morte deve essere una scelta libera». 

 

Gli Stati Uniti di Trump, come già in passato, vogliono "comprare" la Groenlandia: cosa ne pensano gli inuit? 

«Sono 60 mila, dispersi sul ghiaccio dell'isola più grande della terra. Dicono che Trump è un pagliaccio di passaggio: ma se regala 10 mila dollari a testa pensano sia scortese non accettare un regalo. Nella loro lingua la parola futuro non esiste: ogni giorno, senza un miracolo, è l'ultimo». 

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