roberto vecchioni francesco de gregori

“LA MAGGIORE RIVALITA’? CON DE GREGORI. QUANDO HA TIRATO FUORI 'RIMMEL'. MI SONO SENTITO MALE” – ROBERTO VECCHIONI PARLA ANCHE DI DALLA (“UN MERAVIGLIOSO GAUDENTE”) E DI FRANCESCO GUCCINI ("PARLAVA POCO E SEMPRE DI SÉ"), DEL FIGLIO ARRIGO SCOMPARSO (“SONO STATO UN PADRE ASSENTE, ALL'INIZIO”) E DELLA MOGLIE DARIA: “MI HA SALVATO LA VITA PIU’ VOLTE” – LA RAGAZZA CHE HA ISPIRATO “LUCI A SAN SIRO” MORTA DI RECENTE - "SE MILAN E INTER CAMBIASSERO IL NOME DELLO STADIO? SAN SIRO È UN MARCHIO INDELEBILE, CONTINUO, FISSO NELL’ANIMA” - VIDEO

 

Luca Mastrantonio per "7" - https://www.corriere.it/sette/

 

Roberto Vecchioni è un vulcano in attività. Fuma ancora, dall’amato sigaro. E quando parla è una colata di parole, un magma che arriva dentro.

ROBERTO VECCHIONI ALLA MANIFESTAZIONE PER L EUROPA

 

Al fondo degli occhi ha qualcosa di incandescente, lo chiama daimon, perché insegnava greco e gli insegnanti non vanno mai in pensione. Il vulcano ha 82 anni e nel 2025 ha pubblicato L’orso nero era bianco (Piemme), è diventato ospite fisso da Massimo Gramellini su La7 e per il 2026 riparte con il tour Tra il silenzio e il tuono e uscirà con un libro di poesie. Inaugurerà anche la Fondazione Vecchioni, dedicata al figlio Arrigo, morto nel 2023.

 

Ci diamo appuntamento davanti al cancello del liceo Beccaria, dove lui ha insegnato, con qualche parentesi, dagli Anni 70 fino agli Anni 90. Quando io ho studiato qui, lui insegnava altrove. Meglio così, pensavo all’epoca, sarebbe stato un professore ingombrante. Ma come entro in aula con lui per questa intervista, mi rendo conto che siamo stati tutti tra i banchi con lui, per due o tre minuti, chissà quante volte nella vita, ascoltando Luci a San SiroSamarcanda o Chiamami ancora amore, per citare grandi successi.

 

Che professore era?

bocchino vecchioni in altre parole

«La mia regola è che non è vero che tutti sono uguali: chi ha difficoltà non va penalizzato rispetto a chi è più dotato. Odiavo i voti, non li davo mai bassi. Cercavo di capire la situazione emotiva, per me contava vincere le disattenzioni, catturare l’attenzione, risucchiarla con qualsiasi argomento. Mi interessava la comunità, il mettere insieme. A volte, andavamo ai giardinetti o in osteria, per continuare a parlare».

 

È vero che il sabato facevate la schedina?

«Sì, facevamo anche le quote della Formula Uno. Senza soldi, era un modo per saggiare l’imprevedibilità. Poi però se l’Inter vinceva, il lunedì non interrogavo gli interisti...»

 

(…)

 

roberto vecchioni e peppe vessicchio

 

Le perdita è fonte di ispirazione. Ritroviamo la lezione di Orfeo, in maniera meno drammatica, in Luci a San Siro. Lei viene lasciato dalla sua fidanzata di allora e scrive un capolavoro.

«Mi lasciò poco prima che io partissi per il militare. Quattro anni insieme, pensai, e ora chi la vede più? Ero giovane, avevo tutta la vita davanti, ma mi sembrava la fine del mondo. Lascio Milano per Casale Monferrato, non era lontano. Avevo il telefono, ma non l’ho chiamata. Però Luci a San Siro è la conferma che se dipingi o scrivi qualcosa che hai vissuto lo eternizzi: lei è restata per sempre quella ragazza di vent’anni. Un amore simbolo di un’età».

 

 

Adriana, era la sua vicina di casa. Vi siete più rivisti o sentiti?

roberto vecchioni maria rosaria boccia

«Mai, tra l’altro ho saputo che è morta due mesi fa. Me l’ha detto la sorella, che è riuscita a contattarmi. Mi è dispiaciuto molto, un dolore intimo, era ormai un ricordo, ma è stato un movimento del cuore. E le sono grato, perché se non mi avesse lasciato non avrei mai scritto Luci a San Siro. All’epoca mi sembrava la fine di tutto, perchè da giovani siamo animali, viviamo solo il presente. In realtà tu dai qualcosa al destino, il destino qualcosa ti dà».

 

(…) Tra le persone che ha conosciuto da vive, chi vorrebbe rivedere? Con chi vorrebbe parlare? Chi vorrebbe provare a portare indietro?

«Mio figlio, sicuramente, prima di tutti, mio figlio Arrigo».

Dice spesso che ci parla ancora, con lui. Cosa pensa che direbbe?

«Fammi rivivere, fammi tornare ancora a vivere. Perché io sono corpo. Perché lo so che è impossibile. Ma in qualche modo vorrei ancora avere a che fare con le cose modeste, umili, anche brutte, anche schifose della terra. Mi piace poco essere felice in paradiso».

 

roberto vecchioni piange per le manganellate ai ragazzi a pisa 2

Lei e sua moglie Daria Colombo avete tre figli e quattro nipoti. Tante gioie, ma il dolore resta.

«Mia moglie non è più uscita dal dolore per la morte di Arrigo. Ma ora, dopo due anni di sofferenza immensa, abbiamo creato una fondazione Vecchioni, per combattere lo stigma della malattia mentale. In troppi la considerano una cosa da mettere da parte. In Italia non ci sono strutture né attenzioni adeguate alla situazione. Quando Arrigo era curato, aveva attenzioni attorno, era un ragazzo di una intelligenza pazzesca, un grande poeta, tornava sé stesso».

 

Di sua moglie ha spesso detto che avete una sintassi in comune. Parlando di lessico, invece, qual è la parola che più vi unisce?

«Pazienza, la sua soprattutto. Sono stato un padre assente, all’inizio, lei è stata una madre fantastica. E mi ha salvato la vita più volte».

VECCHIONI ALFA

Spingendola a fare i controlli medici che le hanno permesso di curare per tempo malattie gravi...

«Sì, ma anche perché mi ha aperto gli occhi su certe mie uscite. Quando cito qualcuno mi capita di prenderlo in giro, insomma...»

 

Ad esempio?

«Una volta, del ministro dell’Istruzione, ho detto che il nome dice tutto “Val di tara”. Ho visto la faccia delle persone davanti a me e ho capito di aver cannato clamorosamente».

Qual è la parola greca che le piace di più?

«La filìa, un’unione indelebile, incancellabile, una parola ostica a qualsiasi traduzione: non è amicizia e non è nemmeno amore».

 

Come desinenza la troviamo anche in parole negative: la pedofilia.

«Certo, ci sono anche delle malattie. Ma mi piace vederla in positivo, come la calciofilia o la sanremofilia... Unisce persone che tifano per squadre o cantanti diversi».

 

Con Francesco Guccini c’è grande amicizia. Vi si vede ancora, su YouTube, cantare Porta romana insieme a Lucio Dalla in una osteria di Bologna.

dalla guccini vecchioni

«Eravamo ubriachi, cantavamo tanto, io parlavo poco. Con loro due bisogna stare zitti. Lucio parlava tanto, passava da una cosa all’altra. Un gaudente, ma non così innamorato di sé come Francesco, che parlava di meno, ma sempre di sé, odiava qualsiasi interferenza al discorso. Quasi quanto odiava perdere a carte, ci trascinava a giocare fino a mattina pur di vincere».

 

Con chi ha sentito maggiore rivalità?

«De Gregori. Quando ha tirato fuori i testi ermetici come RimmelAtlantide...»

Niente da capire... E in Alice il Cesare che sta aspettando il suo amore ballerina è Pavese...

«Io provavo a fare queste cose, ma lui mi ha fottuto sul tempo. Mi sono sentito male. Poi ho imparato anche io. Un altro era Mogol, ha scritto canzoni come I giardini di marzo, dove tu riesci a non capire, però capisci».

 

Il suo spettacolo teatrale Tra il silenzio e il tuono è ispirato all’romanzo omonimo, dove ha inventato lettere senza risposta. C’è una lettera che lei ha realmente scritto ed è restata senza risposta?

de andrè vecchioni guccini

«La lettera a Bobo, Sergio Staino. L’ho scritta che era vivo poi è morto. Ecco la filìa. Bobo diceva “io sono il raccattapalle del destino” e io ho scritto “col cavolo sei un raccattapalle, tiri le palle addosso al destino”. Nella lettera dicevo che quando morirò vorrò parlare con quelli come lui».

 

(...)

 

In L’orso nero era bianco fa giocare il lettore con le frasi bisenso, che hanno un doppio significato. Luci a San siro erano le luci del Monte Stella ma per molti sono anche le luci dello stadio. Se Milan e Inter cambiassero il nome dello stadio, come la prenderebbe?

«San Siro è un marchio indelebile, continuo, fisso nell’anima».

roberto vecchioni

La Juventus ha messo nel nuovo stadio, Allianz Stadium, il nome dello sponsor. Il nuovo San Siro potrebbe diventare Blackrock Stadium…

«Per carità, almeno che sia italiano».

Che ne dice di Fratelli Baresi? In fondo Franco e Beppe sono stati due simboli delle due squadre di Milano, uno contro l’altro, anche da capitani.

«Per altro amatissimi. Vediamo come suona: “Andiamo al Fratelli Baresi?” Mi piace».

 

 

 

ROBERTO VECCHIONI CON LA MAGLIA DELL INTERroberto vecchioni e il figlio arrigoARRIGO VECCHIONIroberto vecchioniIRENE BOZZI E ROBERTO VECCHIONI IRENE BOZZI EX MOGLIE DI ROBERTO VECCHIONI roberto francesca vecchionialda merini vecchioni 1vecchioniroberto vecchioni paolo gentiloniDARIA COLOMBO ROBERTO VECCHIONIdaria colombo e roberto vecchionidalla guccini vecchioni

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