HIDEO GENIALE – ARRIVA IL SECONDO VOLUME DELLA “METAL GEAR SOLID COLLECTION”, RACCOLTA RESTAURATA DELL’INDIMENTICABILE SAGA DI HIDEO KOJIMA. INSIEME AI NOTEVOLI EPISODI PORTATILI “PEACE WALKER” E “GHOST BABEL”, TORNA, FINALMENTE PER TUTTE LE PIATTAFORME, QUEL CAPOLAVORO ASSOLUTO CHE È “GUNS OF THE PATRIOTS”, OPERA AVVENIRISTICA SU UNO STATO DI GUERRA PERMANENTE, SUL CONFLITTO COME BUSINESS, SULLA VECCHIAIA E LA MORTE DELL’EROE. E ANCHE SUBLIME INNO ALLA VITA...
Federico Ercole per Dagospia
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Al lungo crepuscolo di questa estate da distopia fantascientifica si torna a giocare/vivere, dopo diciotto anni, a Metal Gear Solid 4 Guns of The Patriots, emancipato infine dalla PlayStation 3 sulla quale è stato troppo a lungo relegato e rimasterizzato da Konami per ogni piattaforma, nel secondo volume dedicato alla saga di Hideo Kojima.
Con questo ci sono anche Peace Walker e Ghost Babel, due episodi belli, rari quanto eclettici per la loro dimensione “portatile” che in origine fu a stento contenibile, usciti per PSP e Game Boy Color nel 2010 e nel 2000.
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Cuore (di tenebra) di questa seconda collezione è tuttavia proprio Guns of The Patriots, che esperito dopo tanti anni non solo rivela una straziante contemporaneità con il suo racconto non più avveniristico ma probabile di uno stato di guerra permanente e mutante, ma per la dialettica sul tempo, la vecchiaia e la morte che instaura con chi lo gioca di nuovo dopo tanti anni.
Old Snake, invecchiato precocemente in seguito alle modifiche genetiche con le quali è stato concepito, sofferente e morente, che si vede in un suggestivo campo lungo mentre si punta una pistola sulla tempia all’inizio del gioco, nei pressi di una tomba ancora ignota, diventa quindi nel corso di tutto questo tempo una figura archetipica della fine imminente, uno spettro dell’inevitabile estinzione, un paradigma non solo del termine assoluto dell’umano ma persino di ogni (video)gioco.
Percepisco in Guns of The Patriots una poesia non dissimile da quella di Morte e Trasfigurazione di Richard Strauss, poema sinfonico composto nel 1889 dall’ancora giovane musicista tedesco immaginando un artista che rimembra la vita trascorsa durante un’agonia terminale.
Solo dopo la morte il tema dell’ideale artistico trova la sua piena realizzazione e Strauss utilizzerà nel 1947, ormai anziano e dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, quella stessa idea musicale in Im Abendrot ultimo dei Vier Letzte Lieder (“ perché siamo così stanchi di peregrinare, sarà forse la morte?”) sul testo di Von Eichendorff.
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Ecco, fatti i debiti paragoni, vestire ancora i panni tormentati di Old Snake dopo quasi vent’anni può indurre chi torna a “suonare” Guns of The Patriots a capire cosa provasse “Old Strauss” soccombente, citando un se stesso che musicava la morte in gioventù. Si tratta di una corrispondenza soggettiva, ovviamente non artificiale e neppure intelligente, come dovrebbero esserlo tutte. Ma c’è anche questo nella luttuosa, appassionante bellezza di Metal Gear Solid Guns of The Patriots. D’altronde giocare è persino un po’ come comporre, come scrivere una propria partitura.
GIOCO/CINEMA/GIOCO
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Malgrado le tetre, inevitabili considerazioni che un videogame oscuro come Metal Gear Solid Guns of The Patriots impone, si tratta di un’avventura che risulta ancora oggi “spassosa” da giocare se la si intende come pura attività ludica.
Fu all’epoca da taluni avversato e lo è ancora oggi, per la sublime prolissità dei suoi segmenti non interattivi (quello finale dura 70 minuti, quasi un film!) ma anche questi, così amorosamente connessi all’immagine del gioco, sono gioco a loro volta ma per l’occhio e per quella che è definita “anima”.
Si tratta comunque di cinema nel videogame -e con il videogame- eccezionale. Kojima non si definisce artista e neppure considera arte i videogiochi, ma mente, in maniera consapevole o inconsapevole che sia, perché egli lo è, uno dei più talentosi e radicali dopo Picasso, Ejzenstejn, Ford, Welles o Kurosawa.
Non ci sono solo morte e vecchiaia, in Guns of The Patriots ma giovinezza e speranza. C’è infatti anche la bambina chiamata Sunny, che trasforma la sua quotidiana lotta per cucinare delle uova al tegamino perfette in un inno alla vita.
PEACE WALKER E GHOST OF BABEL
Si tratta di due giochi davvero notevoli, e Ghost of Babel può essere considerato davvero una sorpresa, perché finora di difficile fruizione.
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Insieme a Guns of The Patriots compongono uno straordinario trittico, un immane “guerra e pace” videoludico tra le altezze e le profonde bassezze (laddove il basso è abisso, quindi a suo modo alto anch’esso) del videogame.
Straordinari da rigiocare, opere irripetibili non solo perché Kojima è lontano da Konami ormai da anni, questi tre videogame non ingannino tuttavia chi non li ha mai vissuti o lo illudano di una loro vecchiezza: sono ancora oggi più nuovi di tante cose di oggi.
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E a chi dovesse affrontare queste opere per la prima volta consiglio di recuperare anche il primo volume della Metal Gear Solid Collection e infine Phantom Pain (escluso perché relativamente nuovo e disponibile su PS4 e XBox), un capolavoro incompreso per la sua ingannevole incompiutezza che rimanda di nuovo alla grande musica: la perfezione “compiuta” della sinfonia Incompiuta di Franz Schubert.
Il novizio appassionato comporrà così, un Metal Gear dopo l’altro, uno dei più titanici affreschi della storia dell’arte della rappresentazione, del gioco e del racconto. Tutto il resto del gioco sembra superfluo quando c’è Metal Gear Solid.
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