francesco giambrone

“MIO PADRE FU CAPO DI GABINETTO DI PIERSANTI MATTARELLA. ERO RAGAZZO, LA MAFIA LA VIVEVO COME UNA DIMENSIONE DI SOPRAFFAZIONE, E CON LA PAURA CHE PAPA’ POTESSE ESSERE UCCISO” - LE 4 VITE DI FRANCESCO GIAMBRONE: CARDIOLOGO, ASSESSORE A PALERMO, PRESIDENTE DELL’AGIS E SOVRINTENDENTE DELL’OPERA DI ROMA: “SONO STATO IL CARDIOLOGO DI TROISI, L’HO SEGUITO DURANTE LE RIPRESE DE ‘IL POSTINO’ RICORDO IL TICCHETTIO DELLA VALVOLA MECCANICA SUL CUORE” – "QUANDO FUI ASSESSORE A PALERMO MI SPEDIRONO DEI PROIETTILI. ABBADO MI PARLAVA DI AUTO ELETTRICHE E ALBERI DA PIANTARE" - E SULLA RIFORMA DEI TEATRI LIRICI…

 

Valerio Cappelli per il “Corriere della Sera” - Estratti

 

Sarà che la musica è un fatto di cuore. Ecco le quattro vite di Francesco Giambrone: cardiologo, assessore alla Cultura a Palermo negli anni di Leoluca Orlando; sovrintendente nei teatri d’Opera, a Palermo, al Maggio Musicale e dal 2021 all’Opera di Roma, dove resterà fino al 2030. Ma è anche docente universitario alla Luiss e alla Iulm, ed è presidente dell’Agis, il governo dello spettacolo. 

francesco giambrone 45

 

(...) 

 

Cosa facevano i suoi? 

«Mamma casalinga, papà, che morì a soli 54 anni, era capo di Gabinetto di Piersanti Mattarella che era presidente della Regione Sicilia, fratello del presidente della Repubblica, per la delega ai Lavori pubblici. Il giorno della sua uccisione, il 6 gennaio 1980, tornavamo dalle vacanze di Natale, in stazione ad attenderci c’erano tre stretti collaboratori di papà con l’espressione corrucciata». 

 

Cosa accadde? 

«Noi non capivamo, non c’erano i cellulari, ancora non sapevamo nulla. Ero ragazzo, la mafia la vivevo come una dimensione di sopraffazione, e con la paura che mio padre potesse essere ucciso». 

 

Lei ha un passato come cardiologo. 

«Durò una decina d’anni.  Mi avevano bocciato al quinto anno di Conservatorio, la presi malissimo, ero a un bivio: diventare un cattivo pianista o studiare medicina? Così optai per ciò che fanno i musicisti non bravi, diventai critico musicale al Giornale di Sicilia, mentre studiavo all’università. La musica come malattia non mi passava». 

francesco giambrone 3

 

Dunque? 

«Prima del liceo organizzavo concerti nei salotti delle nostre case, mia e dei miei amici. Più tardi nella cantina di un compagno di classe creammo un teatrino con dodici posti, lo chiamammo Teatro Instabile. Il palco era una predella, le poltrone le comprammo dismesse da un Teatro Tenda. Io recitavo con gli altri studenti Pirandello o il teatro dialettale siciliano». 

 

La medicina, un ripiego? 

«No, l’avevo scelta. Ho fatto il cardiologo in ospedale negli Anni 80». 

 

Un giorno le capitò come paziente Massimo Troisi. 

«Aveva un serio deficit cardiaco. Siccome doveva girare per tre settimane Il postino sull’isola di Salina, aveva bisogno di un’assistenza che lo seguisse h 24. La produzione del film organizzò l’unità di rianimazione, con tutta l’attrezzatura». 

massimo troisi

 

Com’era il paziente Troisi? 

«Sofferente ma dolcissimo. Aveva la stessa ironia del suo cinema. Stavo sempre con lui, tranne nel suo riposino del pomeriggio. Gli dissi che poteva chiamarmi a qualunque ora della notte. Una volta ebbe l’affanno, erano le tre del mattino, mi disse che era mortificato. Ma ero sveglio, lo rassicurai. Troisi disse la stessa cosa all’infermiere, che gli rispose come me: tranquillo, ero sveglio. E Massimo commentò con una battuta che sembra uscita da uno dei suoi film: ma siete tutti svegli, in quest’isola!». 

 

Come furono quei suoi ultimi giorni con lui? 

«Ricordo il ticchettio della valvola meccanica sul cuore, le controfigure nelle scene in cui, di spalle, pedalava, l’ambulanza fuori del set, l’elicottero pronto a decollare che poi lo portò a Roma, dove morì pochi giorni dopo. Era un paziente meraviglioso». 

 

sergio mattarella francesco giambrone

Lei fu nominato assessore alla Cultura a Palermo, dopo le stragi di Falcone e Borsellino. 

«La città era sul crinale del cambiamento. Se non ci fosse stata la seconda strage, l’omicidio di Falcone sarebbe passato quasi come quelli di dalla Chiesa, Mattarella, Cassarà. Da città silente, complice, distratta, improvvisamente la gente si ribellò alle stesse cose nei confronti delle quali era stata silente, complice, distratta». 

 

Poi si reagì alla mafia. 

«Le lenzuola bianche alle finestre, le catene umane, il digiuno delle donne borghesi e intellettuali. Si voltò pagina, la politica andò al traino della società civile. In questo clima diventai assessore». 

 

È il tempo in cui riapre uno dei simboli di Palermo, il Teatro Massimo 

«Dopo 23 anni di restauro, al tempo in cui la mafia governava una città che rispondeva nell’indifferenza. Il Massimo fu chiuso per un’eternità senza un perché, infatti riaprì senza che fosse stati necessari interventi strutturali».

 

Lei fu minacciato. 

piersanti mattarella

«Nel mio secondo mandato come assessore, cinque proiettili vennero trovati nella mia stanza al Conservatorio, in una fase di passaggio in cui ero ancora presidente. Trovai i bossoli.

 

Era subito dopo Capodanno, pensai ai fuochi d’artificio. Gli inquirenti mi aprirono gli occhi: uno o due proiettili ci possono stare per Capodanno: ma cinque? Mi chiesero se avessi sospetti.  Non ne avevo». 

 

Perché colpire chi rappresenta la cultura? 

«Le politiche culturali incidono sulle comunità, penso al controllo della legalità sul territorio. Nel primo mandato mi ero occupato dei cantieri culturali alla Zisa, la grande area di archeologia industriale di 55 mila metri quadrati, in pieno centro, che avevo destinato a teatro, cinema, museo. La nuova giunta abbandonò il progetto. Poi tornai io e tolsi tonnellate di immondizia e rifiuti. In quell’incuria, mi fecero notare le forze dell’ordine, si poteva spacciare e nascondere latitanti. Ecco spiegati quei proiettili». 

francesco giambrone roberto gualtieri

 

Lei si batte da sempre per un teatro sociale immerso nella città. 

«In due Fondazioni liriche, a Palermo e a Roma, l’ho declinato in modo diverso. In Sicilia abbiamo creato cori multietnici e contribuito alla riqualificazione di un quartiere degradato come Danisinni». 

 

E nella Capitale? 

«Attraverso i bus con a bordo una guida che spiega l’opera, partono dalle periferie e raggiungono il teatro; oppure con 120 bambini che vivono il teatro per 24 ore, li accogliamo con una caccia al tesoro musicale, poi fanno laboratori musicali, di sartoria o di trucco. Di notte dormono nei sacchi a pelo». 

 

Poi c’è l’Opera camion

«Sia a Palermo che a Roma abbiamo organizzato un tir che si apre nelle zone più lontane, e si rappresentano Tosca o Il barbiere di Siviglia. La gente porta la sedia da casa. A Palermo la prima volta il pubblico era formato da soli dieci bambini. Le madri restarono fuori dalle transenne. Poi vennero i mariti e le donne entrarono. Per la prima volta, in quelle ore si fermò lo spaccio della zona. Un teatro può essere la casa dove andare è bello, in una comunità di cui fai parte». 

 

I sindacati sono ancora così potenti? 

«Sono sempre forti ma rispetto al passato sono maturi sul fronte delle condizioni di sostenibilità, consapevoli che bisogna tenere i conti a posto. All’Opera di Roma devono convivere due anime: quella istituzionale, perché siamo teatro di rappresentanza, come dice la legge, e poi siamo il teatro di comunità che si apre a progetti sociali, per essere riconosciuto da tutti». 

roberto gualtieri francesco giambrone (2)

 

Gli incontri con grandi artisti? 

«Ricordo l’abbraccio di Zubin Mehta al quale riuscii a far cambiare l’apertura del Maggio insistendo su Il Sopravvissuto di Varsavia di Schoenberg, il regista Greenaway aveva avuto le foto dei lager dalla Shoah Foundation e Zubin si commosse; ricordo i discorsi di Abbado su alberi da piantare e auto elettriche mentre lo persuadevo a tornare a Firenze; ricordo le lunghe lettere scambiate col regista Graham Vick che convinsi a non fare Parsifal in italiano ma nell’originale tedesco». 

 

E all’Opera di Roma? 

giorgio van straten e francesco giambrone foto michele monasta

«Penso all’umanità e sensibilità del nostro direttore Michele Mariotti che si dedica al teatro al di là delle sue produzioni, o alla tenacia invincibile di Eleonora Abbagnato, che conosco da bambina, con cui il corpo di ballo ha fatto progressi incredibili». 

 

La riforma dei teatri lirici incoraggerà solo repertorio italiano, e si temono allestimenti convenzionali. 

«Se si offre solo la comfort zone , alla fine ci si annoia. Io continuo sulla linea della curiosità, il teatro come scoperta. Ma esiste un pericolo globale, penso alle parole proibite da Trump negli Stati Uniti per le istituzioni culturali, alle minacce su diritti e accoglienza, che da sempre nutrono la cultura». 

 

francesco giambroneFrancesco Giambronefrancesco giambroneil sovrintendente del teatro dell opera di roma francesco giambrone foto michele monastafrancesco giambronefrancesco giambrone sergio mattarella roberto gualtieri (2)francesco giambrone patrizia velletri

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