SANREMO O SANSILVIO? - IERI UN "COVO DI COMUNISTI", OGGI UN "POLO DI BERLUSCONI" - I SALISCENDI POLITICI DI UNA SAGRA NAZIONAL POPOLARE DA SEMPRE SANGUE E ARISTON DI IDEOLOGIE CONTRAPPOSTE.
Pierluigi Battista per La Stampa
Certo, l'imprevista ubiquità ideologica di Gino Paoli complica un po' le cose, sbiadisce i confini, smorza il senso della contrapposizione «senza se e senza ma», come usa dire con formula fortunata dell'oltranzismo culturale. Se Gino Paoli prima va al Festival di Sanremo a ritirare un ambìto premio e poi corre a Mantova a celebrare il contro-festival, la separazione dei due mondi si fa infatti più incerta e sfumata. Ma a Mantova, per un'intera settimana, verrà ugualmente rappresentata la sinistra che si immagina e si vuole contromondo e antisistema.
Da una parte il «regime» di Sanremo, lo scintillio del potere, le canzonette del padrone, il regno dell'anticristo telecratico, gli amici del Nemico. Dall'altra «l'antiregime» inscenato nella città colta e colma d'arte, tra orchestre d'archi, musica da conservatorio, cantanti «contro», sperimentalismi teatrali, dibattiti, seminari, riflessioni, forum, confronti. Se a Sanremo va in onda l'Italia berlusconizzata che non piace alla sinistra, a Mantova va in strada l'altra Italia, un mix di linguaggi che in comune hanno l'avversione per il sanremismo versione Tony Renis.
Una rottura con il presente. Ma anche con il passato. Con un passato in cui la sinistra ha guardato Sanremo con un misto di ostilità e di affetto, di freddezza per quel tempio fiorito del disimpegno raffigurato esemplarmente da Nilla Pizzi ma anche di benevola condiscendenza verso il «nazional-popolare» che a Sanremo ha sempre celebrato i suoi fasti. La sinistra, o almeno quella sinistra che ha risposto entusiasticamente all'appello mobilitante di Nando Dalla Chiesa, compie la sua secessione e se ne va a Mantova, splendida città che, è vero, ha rischiato di ospitare pseudo-parlamenti di stampo padano, ma che negli ultimi anni è diventata luogo di incontro della letteratura e delle letterature.
E dunque cultura contro lustrini, come in Francia, dove gli intellos parigini hanno denunciato il centrodestra di Raffarin per il suo «attentato all'intelligenza». E dunque divorzio, separazione. Mentre in passato c'era coesistenza tra Sanremo e il suo contrario. E' vero, ci sono voluti i libri di Gianni Borgna alla fine degli anni Settanta per dimostrare come non tutti, a sinistra, disdegnassero l'esegesi, oltre che il canticchiamento spensierato, di musica e testi sanremesi. Ma l'idea che sin nel cuore del Festival di Sanremo convivessero due Sanremi, senza bisogno di fratture simboliche così radicali come quella che si sta per consumare a Mantova, ha sempre accompagnato la percezione di una sinistra in cui, come una volta ha raccontato Rossana Rossanda, Palmiro Togliatti poteva incuriosirsi per il fenomeno rappresentato da una ragazzina che tutti chiamavano «pel di carota» e che di nome faceva Rita Pavone.
La sinistra tifava per Luigi Tenco e disprezzava Orietta Berti, salvo recuperarla nel remake nostalgico degli anni Duemila, assieme a Carosello e perfino ai film con Alvaro Vitali. Ma insomma, anche Tenco era Sanremo. O meglio era l'antiSanremo dentro Sanremo. La sua morte dimostrò l'instabilità e la fragilità di quell'equilibrio ma agli organizzatori del Festival dedicato a Tenco non è mai venuto in mente di allontanarsi da Sanremo: nemmeno di qualche chilometro, figurarsi a Mantova.
Poi c'erano i nuovi cantautori. Forse la sinistra non se n'è mai accorta, ma basta sfogliare la stampa della destra dell'epoca (la destra doc, culturalmente fuori dell'«arco costituzionale») per accorgersi che Sanremo, nel cuore degli anni Sessanta, veniva vissuta realmente come un covo di «comunisti». Sarcasmi beffardi sul «compagno Sergio Endrigo», malumori sul «compagno Gianni Morandi». Erano molti i «compagni» additati come quinte colonne adibite al sabotaggio del sano mondo della canzonetta.
Quando Lucio Dalla accettò di purgare il testo di 4 marzo '43, edulcorando in un anodino «gente del porto» il ben più aspro e scandaloso «ladri e puttane» che lo avrebbero chiamato Gesù Bambino, la destra plaudì alla censura, mentre la sinistra si indignò per il maltrattamento poetico compiuto nel nome del perbenismo sanremista.
Ed effettivamente quegli anni attorno al '68 registrarono una prima, profonda frattura tra il popolo della sinistra e Sanremo. Come prova del carattere «reazionario» del Festival venne additata a simbolo negativo la cantata antiscioperi di Adriano Celentano ideologicamente scatenato con il suo «chi non lavora, non fa l'amore». Lo stesso Celentano che a Sanremo aveva portato a celebrità le performances del «molleggiato» e che qualche anno dopo si era prodotto nel blando ecologismo ante litteram del Ragazzo della via Gluck.
La rottura con Celentano, del resto, era solo la faccia spettacolarmente appariscente della separazione di un mondo dai riti e dai miti del festival di Sanremo, che addirittura conosceranno nel corso degli anni settanta un inabissamento totale. E quando Sanremo riemerse dal magazzino dei ferrivecchi televisivi per assurgere nuovamente ad appuntamento fisso del nazional-popolare all'italiana, la sinistra non si mise più emotivamente di traverso. Mantova era lontana, ancora molto lontana. L'anti-Sanremo cominciò a scavare la sua nicchia nelle pieghe stesse della Sanremo ufficiale, tra polemiche che si prolungavano nello sfogatoio istituzionale del «dopo-Festival». Finché arrivò il momento, a cavallo tra la fine del secolo e l'inizio del nuovo millennio, che la sinistra pensò, e forse si illuse, di aver fabbricato il proprio Festival, il Festival ulivista, buonista, multiculturalista incarnato dal volto e dalle mosse di Fabio Fazio.
Sembrava la sconfitta della Prima Repubblica festivaliera simboleggiata da Pippo Baudo. Venne Gorbaciov, con sua moglie Raissa ancora non sconfitta dal male che si portava dentro. Venne il fratello di Clinton, musicista non eccelso ma dal cognome impegnativo, e addirittura c'è chi vide in questa scelta la traduzione in salsa sanremese di un «Ulivo mondiale della canzone». Le canzonette vere e proprie persero peso e centralità e al centro della scena venne collocata la tessitura ideologica del fazismo, identificato addirittura come il corrispettivo televisivo del veltronismo.
Era un'esagerazione, ovviamente. Ma nell'anti-sinistra quell'esagerazione, quell'idea che il festival di Sanremo era diventato qualcosa «di sinistra» scavò in profondità. Era esattamente il rovescio della Sanremo odierna. Oggi la sinistra va a Mantova per fare un girotondo attorno alla Sanremo «di destra». Fino a pochi anni fa, gravò addirittura sulla Sanremo «di sinistra» la minaccia di un clamoroso e irriverente lancio di uova sul palcoscenico. Nel 2002 (Berlusconi aveva già vinto, ma gli ultimi fuochi dell'ulivismo non si erano ancora spenti) Giuliano Ferrara mise in subbuglio l'apparato festivaliero annunciando clamorose contestazioni all'indirizzo di Roberto Benigni, pontefice massimo della comicità di sinistra.
Ma Benigni, peraltro raggiunto dalle espressioni di delusione dei seguaci, scelse la strada della moderazione e preferì piuttosto commuovere ecumenicamente l'uditorio declamando le lodi di Dante alla Madonna. Scoccò il momento della tregua. E del cambio di atmosfere, sancito dalla scelta di affidare a Tony Renis «l'amico di Berlusconi» (e non solo di Berlusconi) la conduzione artistica della nuova Sanremo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso dell'indignazione di sinistra che ora trasloca da Sanremo a Mantova, nel contromondo dove non c'è spazio per l'Italia berlusconiana. Il bipolarismo ha vinto, anche nel fiorito mondo delle canzonette.
Dagospia 01 Marzo 2004
Certo, l'imprevista ubiquità ideologica di Gino Paoli complica un po' le cose, sbiadisce i confini, smorza il senso della contrapposizione «senza se e senza ma», come usa dire con formula fortunata dell'oltranzismo culturale. Se Gino Paoli prima va al Festival di Sanremo a ritirare un ambìto premio e poi corre a Mantova a celebrare il contro-festival, la separazione dei due mondi si fa infatti più incerta e sfumata. Ma a Mantova, per un'intera settimana, verrà ugualmente rappresentata la sinistra che si immagina e si vuole contromondo e antisistema.
Da una parte il «regime» di Sanremo, lo scintillio del potere, le canzonette del padrone, il regno dell'anticristo telecratico, gli amici del Nemico. Dall'altra «l'antiregime» inscenato nella città colta e colma d'arte, tra orchestre d'archi, musica da conservatorio, cantanti «contro», sperimentalismi teatrali, dibattiti, seminari, riflessioni, forum, confronti. Se a Sanremo va in onda l'Italia berlusconizzata che non piace alla sinistra, a Mantova va in strada l'altra Italia, un mix di linguaggi che in comune hanno l'avversione per il sanremismo versione Tony Renis.
Una rottura con il presente. Ma anche con il passato. Con un passato in cui la sinistra ha guardato Sanremo con un misto di ostilità e di affetto, di freddezza per quel tempio fiorito del disimpegno raffigurato esemplarmente da Nilla Pizzi ma anche di benevola condiscendenza verso il «nazional-popolare» che a Sanremo ha sempre celebrato i suoi fasti. La sinistra, o almeno quella sinistra che ha risposto entusiasticamente all'appello mobilitante di Nando Dalla Chiesa, compie la sua secessione e se ne va a Mantova, splendida città che, è vero, ha rischiato di ospitare pseudo-parlamenti di stampo padano, ma che negli ultimi anni è diventata luogo di incontro della letteratura e delle letterature.
E dunque cultura contro lustrini, come in Francia, dove gli intellos parigini hanno denunciato il centrodestra di Raffarin per il suo «attentato all'intelligenza». E dunque divorzio, separazione. Mentre in passato c'era coesistenza tra Sanremo e il suo contrario. E' vero, ci sono voluti i libri di Gianni Borgna alla fine degli anni Settanta per dimostrare come non tutti, a sinistra, disdegnassero l'esegesi, oltre che il canticchiamento spensierato, di musica e testi sanremesi. Ma l'idea che sin nel cuore del Festival di Sanremo convivessero due Sanremi, senza bisogno di fratture simboliche così radicali come quella che si sta per consumare a Mantova, ha sempre accompagnato la percezione di una sinistra in cui, come una volta ha raccontato Rossana Rossanda, Palmiro Togliatti poteva incuriosirsi per il fenomeno rappresentato da una ragazzina che tutti chiamavano «pel di carota» e che di nome faceva Rita Pavone.
La sinistra tifava per Luigi Tenco e disprezzava Orietta Berti, salvo recuperarla nel remake nostalgico degli anni Duemila, assieme a Carosello e perfino ai film con Alvaro Vitali. Ma insomma, anche Tenco era Sanremo. O meglio era l'antiSanremo dentro Sanremo. La sua morte dimostrò l'instabilità e la fragilità di quell'equilibrio ma agli organizzatori del Festival dedicato a Tenco non è mai venuto in mente di allontanarsi da Sanremo: nemmeno di qualche chilometro, figurarsi a Mantova.
Poi c'erano i nuovi cantautori. Forse la sinistra non se n'è mai accorta, ma basta sfogliare la stampa della destra dell'epoca (la destra doc, culturalmente fuori dell'«arco costituzionale») per accorgersi che Sanremo, nel cuore degli anni Sessanta, veniva vissuta realmente come un covo di «comunisti». Sarcasmi beffardi sul «compagno Sergio Endrigo», malumori sul «compagno Gianni Morandi». Erano molti i «compagni» additati come quinte colonne adibite al sabotaggio del sano mondo della canzonetta.
Quando Lucio Dalla accettò di purgare il testo di 4 marzo '43, edulcorando in un anodino «gente del porto» il ben più aspro e scandaloso «ladri e puttane» che lo avrebbero chiamato Gesù Bambino, la destra plaudì alla censura, mentre la sinistra si indignò per il maltrattamento poetico compiuto nel nome del perbenismo sanremista.
Ed effettivamente quegli anni attorno al '68 registrarono una prima, profonda frattura tra il popolo della sinistra e Sanremo. Come prova del carattere «reazionario» del Festival venne additata a simbolo negativo la cantata antiscioperi di Adriano Celentano ideologicamente scatenato con il suo «chi non lavora, non fa l'amore». Lo stesso Celentano che a Sanremo aveva portato a celebrità le performances del «molleggiato» e che qualche anno dopo si era prodotto nel blando ecologismo ante litteram del Ragazzo della via Gluck.
La rottura con Celentano, del resto, era solo la faccia spettacolarmente appariscente della separazione di un mondo dai riti e dai miti del festival di Sanremo, che addirittura conosceranno nel corso degli anni settanta un inabissamento totale. E quando Sanremo riemerse dal magazzino dei ferrivecchi televisivi per assurgere nuovamente ad appuntamento fisso del nazional-popolare all'italiana, la sinistra non si mise più emotivamente di traverso. Mantova era lontana, ancora molto lontana. L'anti-Sanremo cominciò a scavare la sua nicchia nelle pieghe stesse della Sanremo ufficiale, tra polemiche che si prolungavano nello sfogatoio istituzionale del «dopo-Festival». Finché arrivò il momento, a cavallo tra la fine del secolo e l'inizio del nuovo millennio, che la sinistra pensò, e forse si illuse, di aver fabbricato il proprio Festival, il Festival ulivista, buonista, multiculturalista incarnato dal volto e dalle mosse di Fabio Fazio.
Sembrava la sconfitta della Prima Repubblica festivaliera simboleggiata da Pippo Baudo. Venne Gorbaciov, con sua moglie Raissa ancora non sconfitta dal male che si portava dentro. Venne il fratello di Clinton, musicista non eccelso ma dal cognome impegnativo, e addirittura c'è chi vide in questa scelta la traduzione in salsa sanremese di un «Ulivo mondiale della canzone». Le canzonette vere e proprie persero peso e centralità e al centro della scena venne collocata la tessitura ideologica del fazismo, identificato addirittura come il corrispettivo televisivo del veltronismo.
Era un'esagerazione, ovviamente. Ma nell'anti-sinistra quell'esagerazione, quell'idea che il festival di Sanremo era diventato qualcosa «di sinistra» scavò in profondità. Era esattamente il rovescio della Sanremo odierna. Oggi la sinistra va a Mantova per fare un girotondo attorno alla Sanremo «di destra». Fino a pochi anni fa, gravò addirittura sulla Sanremo «di sinistra» la minaccia di un clamoroso e irriverente lancio di uova sul palcoscenico. Nel 2002 (Berlusconi aveva già vinto, ma gli ultimi fuochi dell'ulivismo non si erano ancora spenti) Giuliano Ferrara mise in subbuglio l'apparato festivaliero annunciando clamorose contestazioni all'indirizzo di Roberto Benigni, pontefice massimo della comicità di sinistra.
Ma Benigni, peraltro raggiunto dalle espressioni di delusione dei seguaci, scelse la strada della moderazione e preferì piuttosto commuovere ecumenicamente l'uditorio declamando le lodi di Dante alla Madonna. Scoccò il momento della tregua. E del cambio di atmosfere, sancito dalla scelta di affidare a Tony Renis «l'amico di Berlusconi» (e non solo di Berlusconi) la conduzione artistica della nuova Sanremo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso dell'indignazione di sinistra che ora trasloca da Sanremo a Mantova, nel contromondo dove non c'è spazio per l'Italia berlusconiana. Il bipolarismo ha vinto, anche nel fiorito mondo delle canzonette.
Dagospia 01 Marzo 2004