QUANDO LA POLITICA CE L'HA MALATO - DALL'ICTUS DI SEGNI AL DIABETE DI CRAXI, DALL'INFARTO DI NATTA FINO ALL'ISCHEMIA CEREBRALE DI BOSSI: OGNI MALANNO E' UNA GUERRA DI SUCCCESSIONE.

Filippo Ceccarelli per La Stampa


Quando si risveglierà - aveva annunciato giorni or sono il senatore Calderoli - saranno dolori per tutti».
Ecco: ieri Umberto Bossi si è risvegliato, ed è questa una buona notizia. Ma l'aver voluto pregiudizialmente collegare tale evento a una minaccia, per giunta evocando il dolore, insomma, la dichiarazione del vicepresidente leghista del Senato suona oggi ancora più infelice e inopportuna di ieri.

La malattia, infatti, merita rispetto: anche politico, non solo umano. E se c'è una piccola lezione di pietà che la classe di governo potrebbe forse accogliere dal dramma di Bossi, è che la vita - pure quella dei leader - è sempre appesa un filo. Anche per questo non bisogna esagerare in virulenza. Il Senatùr, come tanti altri, ha esagerato. In politica succede. Forse è stato costretto a farlo, forse doveva. Ma come si fa, in questi giorni, a dimenticare grottesche spavalderie tipo «La Lega ce l'ha duro»?

E' vero che i leader vivono immersi nel presente. E' anche vero che il linguaggio di questo tempo deve fare colpo, sbalordire, atterrire. Però: non sarebbe più ricca e rispettosa una vita pubblica in cui non si fosse qualificato un governo come «focomelico»? («Faccio grazie all'onorevole Bossi della squisitezza della definizione» rispose il presidente Andreotti). Ed è triste, prima ancora che incivile, proporsi di «raddrizzare la schiena» a un giudice che ha qualche problema fisico. Se il corpo è sacro, infatti, è sacro per tutti.

Per i politici, semmai, l'impiccio è doppio o triplo. Perché essi non sono soltanto dei modelli. Ma soprattutto perché una volta messi fuori gioco dalla malattia, per forza di cose entrano in guerra con la curiosità della gente. Oltre che con i corvi, gli sciacalli, i pescecani, alleati o avversari che siano.

I bollettini sanitari che danno conto all'opinione pubblica degli illustri impedimenti sono di solito testi di gelida e caritatevole ambiguità. Chi vuol capire, capisce; e comincia a prendere le misure. Chi vuole, può continuare a illudersi o a nascondersi dietro anatomia e patologia. Il potere ha due corpi: quello carnale del sovrano e poi quello eterno dell'istituzione. Ma la malattia ha la potenza di separare ogni barriera protettiva. E allora la paralisi, intesa come perdita della motilità muscolare, si fa metafora, ma anche realtà, sospende il corso degli eventi e prima o poi va a schiantarsi contro il protocollo. Per poi sciogliersi nel grande gioco del comando.



Esiste una casistica: non ampia, ma significativa su come reagisce la vita pubblica alla malattia dei potenti. Il caso più famoso risale all'estate del 1964, dopo l'ictus patito dall'allora Capo dello Stato, Antonio Segni. Nel suo «La Velina» (Mondadori, 1988), Vittorio Orefice è assai preciso. La concessione della supplenza al presidente del Senato (Merzagora) e poi l'atto di rinuncia furono due passaggi piuttosto difficili, ritardati di mese in mese. Al Quirinale resistevano: «Il sensorio è vigile». Così ci volle dapprima una certificazione da parte di un collegio di quattro medici e poi un ulteriore consulto che, a porte aperte, accertasse «la piena coscienza dello Stato e delle responsabilità» dell'illustre dimissionando.

«Le condizioni permangono buone e le principali funzioni organiche sono nei limiti normali. I disturbi motori degli arti di destra vanno lentamente modificandosi con iniziale ripresa di alcuni movimenti...». A rileggersi quel fatale bollettino medico colpisce l'ottimismo, salvo poi apprendere che era quasi fasullo: «Nonostante la benevolenza dei medici - scrive Orefice - non si è mai saputo se Segni nel momento solenne della rinuncia fosse pienamente cosciente. Moro confidò che gli aveva fatto una struggente impressione: "Non mi ha riconosciuto. Forse c'era poca luce"». Misteri della Prima Repubblica.

Nel 1988 toccò all'allora segretario del Pci, Natta. Meno gravemente rispetto a Segni, ma anche per questo ancora oggi si ricordano i modi risoluti e sbrigativi con cui parte del gruppo dirigente, Occhetto e D'Alema in primis, posero la questione della successione. «I colpi dell'infarto li posso parare - lasciò scritto amaramente Natta nel suo diario - ma quelli subiti dal partito no. Questo malanno è una fortuna, un buon motivo per licenziarmi, o per essere licenziato».

Anche con Craxi, nel 1990, non si capì tanto bene perché dopo una festa di Capodanno (con Berlusconi, si disse) era stato ricoverato d'urgenza. Si trattava di un attacco violento di diabete spacciato dal Psi come «forma influenzale acuta». In assenza del capo, gli eserciti di Martelli e De Michelis presero a dislocarsi in vista della battaglia terminale. Quando il leader del garofano riapparve in pubblico ebbe un mazzo di fiori, e titolò il Manifesto: «Craxi è guarito, ma non si sa da cosa».

Quindi fu la volta di Gava, contestatissimo ministro dell'Interno. Anche lui diabete. E anche nel suo caso giorni e giorni di sospetti e di mistero. Per spiegare infine le sue dimissioni, ed escludere che fosse una vittoria del Pci, disse Gava che gliele aveva comandate il Padreterno. Era pur sempre quella una classe dirigente cattolica.
Oggi vai a sapere cosa sono i potenti che si fanno il «tagliando», si truccano o si tingono il capello. Tanto più esposti, quanto più vulnerabili. O forse, semplicemente, uomini come tutti gli altri.


Dagospia 06 Aprile 2004