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URBI ET ORBAN! IL TONFO DI VIKTOR NON DIVIDE SOLO LA MAGGIORANZA DI GOVERNO (FORZA ITALIA ESULTA): APRE UNA CREPA ANCHE DENTRO LA “FIAMMA MAGICA” DI PALAZZO CHIGI: UN ESPONENTE DI SPICCO E' RIMASTO DI STUCCO DI FRONTE AL MESSAGGIO DI CONFORTO E SOLIDARIETA' DI GIORGIA MELONI ALL''AMICO'' UNGHERESE USCITO SCONFITTO – MERCOLEDÌ ARRIVA A ROMA ZELENSKY A CACCIA DI SOLDI E DOVRÀ INDOSSARE LA MASCHERA DI ATTORE CONSUMATO PER DISSIMULARE L'IRRITAZIONE VERSO IL CAMALEONTE DELLA GARBATELLA CHE NON HA FATTO MAI MANCARE IL SUO SOSTEGNO AL TRUMPUTINIANO ORBAN, AUTORE DEL VETO AL FINANZIAMENTO EUROPEO DI 90 MILIARDI ALL'UCRAINA - PER NON PARLARE CHE LA MELONI PRO-UCRAINA (A PAROLE) MAI HA APERTO LA BOCCUCCIA QUANDO IL SUO "AMICO" TRUMP HA FATTO PRESSIONI (EUFEMISMO) SU ZELENSKY DI CALARE LE MUTANDE ALLE RICHIESTE DI PUTIN... - VIDEO

 

DAGOREPORT

GIORGIA MELONI - VIKTOR ORBAN - FOTO LAPRESSE

Urbi et Orban: il tonfo del “Viktator” ungherese a Budapest s’è sentito forte e chiaro anche a Roma.

 

Al punto da aprire qualche crepa anche nella solida “fiamma magica” di Fratelli d’Italia. Stamani, tra via della Scrofa e Palazzo Chigi, c’era grossa incazzatura di fronte all’improvvida uscita di Giorgia Meloni, che ha voluto ringraziare “il mio amico Viktor Orban” dopo la sconfitta alle elezioni.

 

Che Orban sia un amico, per Giorgia Meloni, è fuor di dubbio. La Ducetta ha passato gli ultimi dieci anni a coccolare il premier ungherese, arrivando più volte a dire di ispirarsi a lui e di voler importare alcune sue politiche (in particolare su immigrazione e famiglia), e invitandolo ad Atreju svariate volte.

 

VIKTOR ORBAN - VLADIMIR PUTIN

Il culmine fu nel 2019, quando, come ricorda Concetto Vecchio su “Repubblica”, “Orbán salì sul palco di Atreju la platea scattò in piedi sulle note di ‘Avanti, ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest, il sole non sorge più a est’, la canzone contro l'occupazione sovietica dell'Ungheria”.

 

Meloni, che ha definito il premier sconfitto “un patriota che difende la propria cultura, la propria identità, i propri cittadini e soprattutto i propri confini”, emozionata, intonò il canto invitando i militanti alla standing ovation.

 

giorgia meloni nel video pro orban

Negli anni, il rapporto tra i due si è consolidato, nonostante Orban sia diventato via via sempre più scomodo: con il suo veto, ha cercato di bloccare ogni tentativo di sostegno alla resistenza ucraina, servendo più gli interessi di Mosca che quelli dell’Ue.

 

Ciò non ha impedito a Giorgia Meloni di partecipare, tra lo scetticismo di molti colleghi di partito, a uno spot elettorale per “l’amico” Viktor.

 

Il video di gennaio, con la Ducetta che ci mette la faccia e dice di lottare insieme a Orban per difendere le radici dell’Europa e la sua sovranità nazionale è diventato fonte di estremo imbarazzo.

 

E infatti, a differenza di Matteo Salvini, che si è speso fino all’ultimo per la vittoria (è andato a Budapest il giorno dello spoglio elettorale del referendum), nelle ultime settimane la sora Giorgia s’era imboscata.

 

viktor orban e giorgia meloni atreju 2019

Scrive Francesco Malfetano sulla “Stampa”: “In molti, nel partito, lasciano filtrare una considerazione: poter archiviare il rapporto privilegiato con Orbán consente a Meloni di riposizionarsi, di alleggerire il profilo internazionale senza doverlo dichiarare apertamente”.

 

Ora, la destra italiana dovrà intraprendere una inversione a U: per Forza Italia, alleata nel Partito popolare europeo con Tisza di Peter Magyar, vincitore delle elezioni ungheresi, sarà facile. Per Matteo Salvini, che invece milita nei Patrioti insieme a Fidesz (il partito di Orban), più complicato.

giorgia meloni volodymyr zelensky giovanbattista fazzolari a kiev

 

Per Giorgia Meloni, che sta pagando con il consenso in calo la sua vicinanza a Trump e ai trumpiani di tutto il mondo, è una necessità: la premier può trasformare la sconfitta del suo “amico” in opportunità, promuovendo finalmente lo stop al diritto di veto nelle decisioni del Consiglio europeo, che blocca ogni riforma Ue.

 

Smarcarsi e prendere posizione le eviterà altri imbarazzi, come quello che proverà mercoledì, quando a Roma arriverà Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino dovrà indossare la maschera dell’attore consumato per dissimulare amicizia e simpatia verso una premier che, da un lato, lo ha sostenuto a parole, ma dall’altro ha appoggiato e difeso Orban, cioè il nemico numero due (dopo Putin) del popolo ucraino.

 

peter magyar dopo la vittoria foto lapresse

Sarà difficile evitare che sul tavolo non finisca la questione Biennale: Zelensky è incazzatissimo per la scelta di Pietrangelo Buttafuoco di riaprire il padiglione russo, e ha sanzionato 5 organizzatori.

 

Il governo italiano, invece, a quasi un mese dai rilievi della Commissione europea, che nel frattempo ha minacciato di togliere i fondi alla Biennale, non ha risposto, in attesa di capire le mosse del musulmano Buttafuoco, in arte Giafar al-Siqilli…

 

 

 

LE PERPLESSITÀ DI MELONI SULL’AFFIDABILITÀ DI MAGYAR E SALVINI ORA FRENA SU ORBAN

Estratto dell’articolo di Francesco Malfetano per “la Stampa”

 

PADIGLIONE DELLA RUSSIA ALLA BIENNALE DI VENEZIA

C'è un dettaglio che, a via della Scrofa, oggi viene riletto come un indizio. Il silenzio.

Quello scelto da Giorgia Meloni durante la campagna ungherese, mentre l'onda di Péter Magyar cresceva fino a trasformarsi in un ribaltone.

 

Non una parola di troppo, nessuna investitura esplicita all'amico Viktor Orbán. Solo un video, confezionato dallo stesso premier magiaro, e poi distanza. Calcolata. Quasi chirurgica.  Il sospetto, raccontano, era nell'aria. […]

 

[…] «Non avremmo potuto strizzare l'occhio all'ultimo putiniano d'Europa», ammette un colonnello di FdI. Così, mentre Orbán provava a giocarsi tutto sullo scontro, Roma si sfilava. Senza rotture formali, ma con una prudenza che oggi appare meno casuale.

 

comizio di peter magyar dopo la vittoria alle elezioni in ungheria

Anche perché, nella nuova fase meloniana, la presidente del Consiglio si muove su un crinale più stretto. La vicinanza a Donald Trump — un tempo rivendicata come un asset — è diventata perimetro di tensione, argomento d'attacco interno ed esterno. E allora, tra le pieghe di questa fase più complicata, liberarsi del peso politico del leader ungherese non è del tutto una cattiva notizia. Anzi.

 

In molti, nel partito, lasciano filtrare una considerazione: poter archiviare il rapporto privilegiato con Orbán consente a Meloni di riposizionarsi, di alleggerire il profilo internazionale senza doverlo dichiarare apertamente. Si vedrà, intanto ieri sera la premier si è congratulata con Magyar, ringraziando «il mio amico» Orbán «per l'intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall'opposizione continuerà a servire la sua Nazione».

 

Attorno a Meloni la linea resta cauta:

 

comizio di peter magyar dopo la vittoria alle elezioni in ungheria

Se, «nel bene e nel male», Orbán viene descritto come un interlocutore solido, «Uno che tratta, che porta a casa risultati per il suo Paese», lo stesso non si pensa di Magyar. «Per ora è poco più di una meteora» tagliano corto dal partito. Il giudizio affonda in un precedente di fine 2025.

 

Quando, a Bruxelles, i Conservatori hanno incrociato il leader di Tisza sul voto per l'immunità parlamentare di Ilaria Salis. Magyar, coinvolto in alcune vicende giudiziarie in patria proprio come l'italiana, fece asse con la sinistra dell'europarlamento per salvare se stesso e l'eurodeputata, rifiutando di separare i due dossier come invece – secondo alcune ricostruzioni – avrebbe richiesto FdI. Una scelta tattica che ha alimentato «dubbi sull'affidabilità» dell'ungherese e sulla sua disponibilità al dialogo.

 

peter magyar dopo la vittoria foto lapresse

Eppure il quadro è meno lineare di quanto appaia. Magyar non è affatto un avversario naturale della destra meloniana. Viene da Fidesz, ne conosce meccanismi e linguaggi, e ha costruito la sua ascesa cavalcando scandali interni al sistema di potere orbaniano. Il suo partito, Tisza, siede nel Partito popolare europeo. Non esattamente un campo ostile per gli equilibri italiani.

 

Il problema, semmai, potrebbe esserci con la collocazione futura. Dopo aver incassato in piena campagna elettorale una lettera di richiamo del Ppe per il mancato sostegno ai prestiti destinati all'Ucraina dall'Europarlamento, i popolari chiedono garanzie.

VIKTOR ORBAN - GIORGIA MELONI - FOTO LAPRESSE

peter magyar. comizio di peter magyar dopo la vittoria alle elezioni in ungheria 2peter magyar dopo la vittoria foto lapresse 1

giorgia meloni nel video pro orban. giorgia meloni nel video pro orban. 4

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