BELPIETRO DOMANDA, SOFRI RISPONDE - "A PARTE CURCIO E POCHI ALTRI LA LOTTA ARMATA FU LA SCELTA DI MOLTE MEZZE CALZETTE FRUSTRATE PERCHÉ ALTROVE, NEI MOVIMENTI COME LOTTA CONTINUA, AVEVANO RUOLI DEFILATI, MARGINALI."
Stefano Zurlo per Il Giornale
«Glielo chiamiamo?». «Sì, grazie». Adriano Sofri sbuca all'improvviso come un folletto: indossa una camicia blu e un maglioncino a "V" giallo. Tiene vezzosamente in mano gli occhialini da intellettuale e con la mano saluta gli operatori e i compagni di sventura che transitano davanti alla stanzetta in cui si svolge il colloquio. Ero stato da lui il 14 maggio 2001, giorno della vittoria di Berlusconi e del centrodestra. Glielo ricordo: «Come passa il tempo», risponde e sulla sua faccia passa un lampo di divertita rassegnazione.
Strana vita quella dell'ex leader di Lotta continua. L'Italia si accapiglia per lui e lui passa le sue giornate fra le mura del «Don Bosco». Fa la vita del recluso, per quanto una persona così possa essere incapsulata nelle regole. Ma la sua parola è richiestissima e così una stanzetta del penitenziario di Pisa, una delle meno disadorne, appena imbiancata e perfino addolcita dalla presenza di stampe alle pareti, è il suo quasi studio. Per ordine della direzione, il prigioniero riceve visite al lunedì, martedì, mercoledì mattina.
Questa settimana, causa Pasquetta, si è perso un giorno e l'agenda del detenuto, che non può nemmeno mettersi la cravatta o disporre di un telefonino, è fittissima. Ci si mette in fila, anzi in coda come gli aerei alla Malpensa, e ci si siede infine intorno a quel tavolo dove lui confessa i propri travagli, sciacquati in tv e sui giornali chissà quante volte, e interpreta gli umori del Paese. Assomigliando misteriosamente a certi monaci di clausura che non sono mai usciti dal convento ma che sanno tutto di tutti. E proiettano nel mondo antenne ultrasensibili.
«Di qua non sono mai uscito in sette anni», spiega al sottoscritto e a Maurizio Belpietro che lo intervista per Canale 5 e la trasmissione l'«Antipatico». «Avevo chiesto il primo permesso per andare in Duomo a Milano a commentare "La ballata dal carcere di Reading" di Oscar Wilde, ma è finita come sapete». Polemiche e ancora polemiche fino a far ritirare precipitosamente da parte della Curia l'invito. La verità è che qualsiasi cosa affermi, anche solo con i propri gesti muti, Sofri divide. Lacera. E rimette in moto quel processo infernale di tesi-antitesi-non sintesi che sembra non avere mai fine. Lui, molto meno arrogante di come viene dipinto, prova ancora una volta a chiarire, con parole nette, il proprio percorso che inevitabilmente non porterà da nessuna parte.
Sofri, lei ha detto in una recente intervista che la stagione della violenza cominciò con Piazza Fontana. Però un mese prima a Milano un giovane agente, Antonio Annarumma, moriva negli scontri di piazza. E a Chiavari Renato Curcio fondava le Brigate rosse. Forse la biografia della vostra generazione va rivista?
«Avevo aggiunto una postilla: non si può meccanicamente attribuire a un evento quel che appartiene a responsabilità individuali. E poi non mi piace usurpare un titolo: eravamo in tanti, ma una generazione è altra cosa. Però è vero che in quei mesi imparammo a odiare, ci imponemmo la maschera del cinismo, della violenza. C'era una sorta di invidia piccolo borghese per chi sapeva essere cattivo».
Lotta continua stava dalla stessa parte delle Br?
«No, noi ci opponemmo in tutti i modi alla spirale terroristica, contestammo frontalmente questa scelta. Attenzione a non sottovalutare gli elementi psicologici, caratteriali, perfino sessuali nelle dinamiche delle persone».
A che cosa si riferisce?
«A parte Curcio e pochi altri la lotta armata fu la scelta di molte mezze calzette frustrate perché altrove, nei movimenti come il nostro, avevano ruoli defilati, marginali. Insomma, uno sa che non diventerà mai papa, però sa anche che se sparerà al papa, come ha fatto quel disgraziato turco, acquisterà un ruolo».
Grandi ideali uniti a calcoli meschini?
«Un fatto è certo: con piazza Fontana scattò fra molti di noi una sorta di paranoia che li portò molto in là».
È vero che vi educavate all'odio?
«C'era una gara a chi odiava di più e c'era addirittura un'invidia piccolo borghese da parte di alcuni nei confronti di altri a cui l'odio veniva istintivo. Tutto ciò può sembrare incredibile ma allora era normale»
Voi di Lc intanto andavate avanti per la vostra strada: il commissario Calabresi fu sottoposto per due anni, dopo la morte di Giuseppe Pinelli, a un vero e proprio linciaggio.
«Ho sempre avuto dubbi sulla defenestrazione di Giuseppe Pinelli alla questura di Milano».
Dubbi sull'innocenza di Calabresi?
«Dubbi sulle conclusioni cui giunse l'allora giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio. D'Ambrosio sostenne la tesi del malore attivo, Pinelli fece una piroetta in avanti e volò fuori dalla finestra».
Falso?
«Io devo accogliere le conclusioni della giustizia. E le ho accolte».
All'epoca però puntaste il dito contro Calabresi. Cito un frammento ingiallito: "È inutile che tenti di scappare come un bufalo impazzito fra le pareti in fiamme della foresta". Che effetto le fa?
«Abominevole. Esattamente come a voi. Esattamente come a lei, Belpietro, che pure è un mio tenace avversario. E poi anche letterariamente fa schifo: non lo scrissi io, io scrissi solo il pezzo uscito all'indomani della morte di Calabresi e malamente sintetizzato con un titolo che in realtà non c'era: "Giustizia è fatta". Io firmai solo quell'articolo, molti altri non so nemmeno chi li scrisse, ma questo non significa che io non mi prenda le mie responsabilità morali. E poi dobbiamo riflettere: c'è sempre il rischio che qualcuno trasformi le parole in atti».
Ha mai chiesto perdono alla famiglia Calabresi?
«Perdono è una parola che uso con sobrietà. Però nel '98 attraverso Indro Montanelli avviai un dialogo con la famiglia Calabresi. Montanelli mi chiese di scrivere un biglietto in cui riconoscevo che la campagna di aggressione contro Calabresi era stata un'infamia. Lo scrissi, la signora Gemma mi rispose... Ci sono stati diversi contatti fra di noi».
Epistolari o personali? Finiti o ancora in corso?
Adriano Sofri non precisa.
Sofri, perché non chiede la grazia?
«Io ho deciso di non chiederla molto tempo fa e siccome ho rispetto di me stesso oltre ché degli altri ho deciso di non ritornare su quella decisione. Ora sulla questione della grazia non intendo aggiungere una parola o dire quel che penso sulla questione in questo momento».
A Marco Pannella che ha fatto lo sciopero della fame e della sete in difesa di Sofri e dei poteri del presidente della Repubblica cosa dice?
«Conosco Marco da trent'anni. Ormai sono in debito con lui e come tutti i debitori credo di avere il diritto di essere ascoltato. Per questo gli ho chiesto di smettere».
Bruno Berardi, figlio di un maresciallo ucciso dai terroristi nel '78, digiuna per un motivo esattamente opposto.
«Questa vicenda è triste. È triste che Berardi mi accusi, mi offenda».
Lei riceve anche molta solidarietà.
«La solidarietà non compensa mai le offese. Mi piacerebbe incontrare Berardi».
Il prigioniero si alza, recupera gli occhiali, si prepara a un altro appuntamento con una tv. Sorride e quel sorriso esprime tutto quello che le parole puntellano vanamente da anni: «Fra dieci anni tornerete ad intervistarmi e dirò sempre le stesse cose». «Fra dieci anni lei non sarà più qui». «Sì, perché mi avranno trasferito in un altro carcere», e la mano sfiora affettuosa la spalla dell'intervistatore.
Dagospia 15 Aprile 2004
«Glielo chiamiamo?». «Sì, grazie». Adriano Sofri sbuca all'improvviso come un folletto: indossa una camicia blu e un maglioncino a "V" giallo. Tiene vezzosamente in mano gli occhialini da intellettuale e con la mano saluta gli operatori e i compagni di sventura che transitano davanti alla stanzetta in cui si svolge il colloquio. Ero stato da lui il 14 maggio 2001, giorno della vittoria di Berlusconi e del centrodestra. Glielo ricordo: «Come passa il tempo», risponde e sulla sua faccia passa un lampo di divertita rassegnazione.
Strana vita quella dell'ex leader di Lotta continua. L'Italia si accapiglia per lui e lui passa le sue giornate fra le mura del «Don Bosco». Fa la vita del recluso, per quanto una persona così possa essere incapsulata nelle regole. Ma la sua parola è richiestissima e così una stanzetta del penitenziario di Pisa, una delle meno disadorne, appena imbiancata e perfino addolcita dalla presenza di stampe alle pareti, è il suo quasi studio. Per ordine della direzione, il prigioniero riceve visite al lunedì, martedì, mercoledì mattina.
Questa settimana, causa Pasquetta, si è perso un giorno e l'agenda del detenuto, che non può nemmeno mettersi la cravatta o disporre di un telefonino, è fittissima. Ci si mette in fila, anzi in coda come gli aerei alla Malpensa, e ci si siede infine intorno a quel tavolo dove lui confessa i propri travagli, sciacquati in tv e sui giornali chissà quante volte, e interpreta gli umori del Paese. Assomigliando misteriosamente a certi monaci di clausura che non sono mai usciti dal convento ma che sanno tutto di tutti. E proiettano nel mondo antenne ultrasensibili.
«Di qua non sono mai uscito in sette anni», spiega al sottoscritto e a Maurizio Belpietro che lo intervista per Canale 5 e la trasmissione l'«Antipatico». «Avevo chiesto il primo permesso per andare in Duomo a Milano a commentare "La ballata dal carcere di Reading" di Oscar Wilde, ma è finita come sapete». Polemiche e ancora polemiche fino a far ritirare precipitosamente da parte della Curia l'invito. La verità è che qualsiasi cosa affermi, anche solo con i propri gesti muti, Sofri divide. Lacera. E rimette in moto quel processo infernale di tesi-antitesi-non sintesi che sembra non avere mai fine. Lui, molto meno arrogante di come viene dipinto, prova ancora una volta a chiarire, con parole nette, il proprio percorso che inevitabilmente non porterà da nessuna parte.
Sofri, lei ha detto in una recente intervista che la stagione della violenza cominciò con Piazza Fontana. Però un mese prima a Milano un giovane agente, Antonio Annarumma, moriva negli scontri di piazza. E a Chiavari Renato Curcio fondava le Brigate rosse. Forse la biografia della vostra generazione va rivista?
«Avevo aggiunto una postilla: non si può meccanicamente attribuire a un evento quel che appartiene a responsabilità individuali. E poi non mi piace usurpare un titolo: eravamo in tanti, ma una generazione è altra cosa. Però è vero che in quei mesi imparammo a odiare, ci imponemmo la maschera del cinismo, della violenza. C'era una sorta di invidia piccolo borghese per chi sapeva essere cattivo».
Lotta continua stava dalla stessa parte delle Br?
«No, noi ci opponemmo in tutti i modi alla spirale terroristica, contestammo frontalmente questa scelta. Attenzione a non sottovalutare gli elementi psicologici, caratteriali, perfino sessuali nelle dinamiche delle persone».
A che cosa si riferisce?
«A parte Curcio e pochi altri la lotta armata fu la scelta di molte mezze calzette frustrate perché altrove, nei movimenti come il nostro, avevano ruoli defilati, marginali. Insomma, uno sa che non diventerà mai papa, però sa anche che se sparerà al papa, come ha fatto quel disgraziato turco, acquisterà un ruolo».
Grandi ideali uniti a calcoli meschini?
«Un fatto è certo: con piazza Fontana scattò fra molti di noi una sorta di paranoia che li portò molto in là».
È vero che vi educavate all'odio?
«C'era una gara a chi odiava di più e c'era addirittura un'invidia piccolo borghese da parte di alcuni nei confronti di altri a cui l'odio veniva istintivo. Tutto ciò può sembrare incredibile ma allora era normale»
Voi di Lc intanto andavate avanti per la vostra strada: il commissario Calabresi fu sottoposto per due anni, dopo la morte di Giuseppe Pinelli, a un vero e proprio linciaggio.
«Ho sempre avuto dubbi sulla defenestrazione di Giuseppe Pinelli alla questura di Milano».
Dubbi sull'innocenza di Calabresi?
«Dubbi sulle conclusioni cui giunse l'allora giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio. D'Ambrosio sostenne la tesi del malore attivo, Pinelli fece una piroetta in avanti e volò fuori dalla finestra».
Falso?
«Io devo accogliere le conclusioni della giustizia. E le ho accolte».
All'epoca però puntaste il dito contro Calabresi. Cito un frammento ingiallito: "È inutile che tenti di scappare come un bufalo impazzito fra le pareti in fiamme della foresta". Che effetto le fa?
«Abominevole. Esattamente come a voi. Esattamente come a lei, Belpietro, che pure è un mio tenace avversario. E poi anche letterariamente fa schifo: non lo scrissi io, io scrissi solo il pezzo uscito all'indomani della morte di Calabresi e malamente sintetizzato con un titolo che in realtà non c'era: "Giustizia è fatta". Io firmai solo quell'articolo, molti altri non so nemmeno chi li scrisse, ma questo non significa che io non mi prenda le mie responsabilità morali. E poi dobbiamo riflettere: c'è sempre il rischio che qualcuno trasformi le parole in atti».
Ha mai chiesto perdono alla famiglia Calabresi?
«Perdono è una parola che uso con sobrietà. Però nel '98 attraverso Indro Montanelli avviai un dialogo con la famiglia Calabresi. Montanelli mi chiese di scrivere un biglietto in cui riconoscevo che la campagna di aggressione contro Calabresi era stata un'infamia. Lo scrissi, la signora Gemma mi rispose... Ci sono stati diversi contatti fra di noi».
Epistolari o personali? Finiti o ancora in corso?
Adriano Sofri non precisa.
Sofri, perché non chiede la grazia?
«Io ho deciso di non chiederla molto tempo fa e siccome ho rispetto di me stesso oltre ché degli altri ho deciso di non ritornare su quella decisione. Ora sulla questione della grazia non intendo aggiungere una parola o dire quel che penso sulla questione in questo momento».
A Marco Pannella che ha fatto lo sciopero della fame e della sete in difesa di Sofri e dei poteri del presidente della Repubblica cosa dice?
«Conosco Marco da trent'anni. Ormai sono in debito con lui e come tutti i debitori credo di avere il diritto di essere ascoltato. Per questo gli ho chiesto di smettere».
Bruno Berardi, figlio di un maresciallo ucciso dai terroristi nel '78, digiuna per un motivo esattamente opposto.
«Questa vicenda è triste. È triste che Berardi mi accusi, mi offenda».
Lei riceve anche molta solidarietà.
«La solidarietà non compensa mai le offese. Mi piacerebbe incontrare Berardi».
Il prigioniero si alza, recupera gli occhiali, si prepara a un altro appuntamento con una tv. Sorride e quel sorriso esprime tutto quello che le parole puntellano vanamente da anni: «Fra dieci anni tornerete ad intervistarmi e dirò sempre le stesse cose». «Fra dieci anni lei non sarà più qui». «Sì, perché mi avranno trasferito in un altro carcere», e la mano sfiora affettuosa la spalla dell'intervistatore.
Dagospia 15 Aprile 2004