FINANZA NERA - I PARADISI FISCALI HANNO IL PORTAFOGLIO PIENO DI TERRORISTI - RICICLO FRA 500 E 1.500 MILIARDI DI DOLLARI ALL'ANNO, CIRCA IL 5 PER CENTO DEL PRODOTTO MONETARIO (UN NEMICO IMBATTIBILE.)
Marco Onado per Il Sole 24 Ore
Gli attentati dell'11 settembre hanno cambiato il mondo sotto ogni punto di vista: non sorprende che anche la finanza abbia dovuto fare i conti con le sue connessioni (anche involontarie) con un terrorismo che, per la sua stessa ramificazione internazionale e per la disponibilità di risorse di ogni tipo, ha dimostrato di avere alle spalle capitali ingenti. Il vecchio e cinico motto secondo cui c'est l'argent qui fait la guerre dimostrava la sua validità anche con riferimento alle deliranti e tremende minacce di un terrorismo internazionale sempre piu' ampio e ramificato.
La lotta senza quartiere al terrorismo dichiarata dal Presidente Bush ha comportato un salto di qualità nella politica contro gli aspetti piu' oscuri della finanza e con i suoi rapporti con ambienti e personaggi al di sotto di ogni sospetto, molto spesso colpevolmente rimossi in base al comodo principio che pecunia non olet e che comunque l'esistenza di paradisi fiscali e finanziari di ogni tipo rende la battaglia praticamente persa in partenza .
Il volume curato da Donato Masciandaro vuole rendere conto di questo salto di qualità della battaglia alla criminalità finanziaria , attraverso un'analisi approfondita e interdisciplinare, che aiuta anche a capire la complessità del problema. Innanzitutto, una valutazione quantitativa: il Fondo monetario internazionale stima che la "finanza nera" che viene riciclata ogni anno attraverso il sistema finanziario internazionale si colloca fra 500 e 1.500 miliardi di dollari all'anno, circa il 5 per cento del prodotto monetario. Secondo la stima contenuta nel volume, la quota di competenza di Al Qaeda sarebbe compresa fra 20 e 50 milioni di dollari, per una ricchezza totale di 5 miliardi.
Questi flussi provengono per circa un terzo dalla droga, per un 10-15 per cento da altre attività criminali, per un 20-30 per cento da donazioni di sedicenti associazioni religiose e per il rimanente da fonti sconosciute. Cifre da capogiro, che dimostrano la gravità del problema, ma anche le responsabilità della finanza internazionale.
Dopo l'11 settembre, gli Stati Uniti hanno emanato una legge piu' severa per contrastare il fenomeno ("Il Patriot Act", che - qualcuno ha trovato cicnicamente il tempo per giocare con gli acronimi - significa: Providing appropriate tools required to intercept and obstruct terrorism) e hanno intensificato l'azione di cooperazione internazionale. Quest'ultima trova però vari ostacoli che vengono analiticamente individuati nel volume, sia di carattere istituzionale, sia di carattere giuridico, dovuti alla difficoltà di applicare istituti e procedure pensati per giurisdizioni nazionali e ambiti transnazionali e in particolare a Paesi che notoriamente fanno della segretezza finanziaria e fiscale la fonte principale della propria ricchezza.
Le difficoltà sono testimoniate dal fatto che subito dopo l'11 settembre furono posti sotto sequestro 112 milioni di dollari di fondi, mentre negli ultimi otto mesi solo 10 milioni sono finiti nelle maglie dei controlli, per quanto rafforzati.
Il problema fondamentale è che la cooperazione dei centri offshore non è affatto aumentata: il volume riporta una spudorata dichiarazione ufficiale del primo ministro di Grenadines secondo cui questi centri si dedicano al sano sport della concorrenza fiscale, che nulla ha da spartire con le attività criminali ("Gobba? Quale gobba?" avrebbe detto Igor di Frankestein Junior).
A parte il fatto che il saggio di Masciandaro e Portolano dimostra esattamente il contrario, bastano queste parole per capire quanto sarà difficile in futuro assicurare una ragionevole omogeneità dei controlli e una cooperazione adeguata da parte di tutti i soggetti interessati. Tanto piu' che i centri sono offshore, ma sopra agli interessi protetti, a cominciare da quelli delle banche coinvolte, sventolano ancora le bandiere dei principali Paesi industrializzati, compresa quella a stelle e strisce.
Del resto, proprio le tragiche esperienze recenti ci hanno dimostrato quanto l'intelligence internazionale possa portare a risultati deludenti o addirittura essere utilizzata in modo fuorviante, come nel caso delle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Qui il problema rinvia al problema piu' alto della politica internazionale e alle necessità di garantire che siano organismi come l'Onu (e l'Ocse) ad assumersi la responsabilità principale. Ma se questo non è accaduto in Iraq, è difficile che accada nella guerra finanziaria al terrorismo.
Donato Masciandaro (editor),"Global Financial Crime. Terrorism, Money Laundering and Offshore Centres", Aldershot, Ashgate, 2004, pagg 256, US $ 79.95.
Dagospia 02 Agosto 2004
Gli attentati dell'11 settembre hanno cambiato il mondo sotto ogni punto di vista: non sorprende che anche la finanza abbia dovuto fare i conti con le sue connessioni (anche involontarie) con un terrorismo che, per la sua stessa ramificazione internazionale e per la disponibilità di risorse di ogni tipo, ha dimostrato di avere alle spalle capitali ingenti. Il vecchio e cinico motto secondo cui c'est l'argent qui fait la guerre dimostrava la sua validità anche con riferimento alle deliranti e tremende minacce di un terrorismo internazionale sempre piu' ampio e ramificato.
La lotta senza quartiere al terrorismo dichiarata dal Presidente Bush ha comportato un salto di qualità nella politica contro gli aspetti piu' oscuri della finanza e con i suoi rapporti con ambienti e personaggi al di sotto di ogni sospetto, molto spesso colpevolmente rimossi in base al comodo principio che pecunia non olet e che comunque l'esistenza di paradisi fiscali e finanziari di ogni tipo rende la battaglia praticamente persa in partenza .
Il volume curato da Donato Masciandaro vuole rendere conto di questo salto di qualità della battaglia alla criminalità finanziaria , attraverso un'analisi approfondita e interdisciplinare, che aiuta anche a capire la complessità del problema. Innanzitutto, una valutazione quantitativa: il Fondo monetario internazionale stima che la "finanza nera" che viene riciclata ogni anno attraverso il sistema finanziario internazionale si colloca fra 500 e 1.500 miliardi di dollari all'anno, circa il 5 per cento del prodotto monetario. Secondo la stima contenuta nel volume, la quota di competenza di Al Qaeda sarebbe compresa fra 20 e 50 milioni di dollari, per una ricchezza totale di 5 miliardi.
Questi flussi provengono per circa un terzo dalla droga, per un 10-15 per cento da altre attività criminali, per un 20-30 per cento da donazioni di sedicenti associazioni religiose e per il rimanente da fonti sconosciute. Cifre da capogiro, che dimostrano la gravità del problema, ma anche le responsabilità della finanza internazionale.
Dopo l'11 settembre, gli Stati Uniti hanno emanato una legge piu' severa per contrastare il fenomeno ("Il Patriot Act", che - qualcuno ha trovato cicnicamente il tempo per giocare con gli acronimi - significa: Providing appropriate tools required to intercept and obstruct terrorism) e hanno intensificato l'azione di cooperazione internazionale. Quest'ultima trova però vari ostacoli che vengono analiticamente individuati nel volume, sia di carattere istituzionale, sia di carattere giuridico, dovuti alla difficoltà di applicare istituti e procedure pensati per giurisdizioni nazionali e ambiti transnazionali e in particolare a Paesi che notoriamente fanno della segretezza finanziaria e fiscale la fonte principale della propria ricchezza.
Le difficoltà sono testimoniate dal fatto che subito dopo l'11 settembre furono posti sotto sequestro 112 milioni di dollari di fondi, mentre negli ultimi otto mesi solo 10 milioni sono finiti nelle maglie dei controlli, per quanto rafforzati.
Il problema fondamentale è che la cooperazione dei centri offshore non è affatto aumentata: il volume riporta una spudorata dichiarazione ufficiale del primo ministro di Grenadines secondo cui questi centri si dedicano al sano sport della concorrenza fiscale, che nulla ha da spartire con le attività criminali ("Gobba? Quale gobba?" avrebbe detto Igor di Frankestein Junior).
A parte il fatto che il saggio di Masciandaro e Portolano dimostra esattamente il contrario, bastano queste parole per capire quanto sarà difficile in futuro assicurare una ragionevole omogeneità dei controlli e una cooperazione adeguata da parte di tutti i soggetti interessati. Tanto piu' che i centri sono offshore, ma sopra agli interessi protetti, a cominciare da quelli delle banche coinvolte, sventolano ancora le bandiere dei principali Paesi industrializzati, compresa quella a stelle e strisce.
Del resto, proprio le tragiche esperienze recenti ci hanno dimostrato quanto l'intelligence internazionale possa portare a risultati deludenti o addirittura essere utilizzata in modo fuorviante, come nel caso delle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Qui il problema rinvia al problema piu' alto della politica internazionale e alle necessità di garantire che siano organismi come l'Onu (e l'Ocse) ad assumersi la responsabilità principale. Ma se questo non è accaduto in Iraq, è difficile che accada nella guerra finanziaria al terrorismo.
Donato Masciandaro (editor),
Dagospia 02 Agosto 2004