TRONCHETTI'S VERSION - L'OPA TELECOM '99 "TRA LE PIÙ BRUTTE MAI AVVENUTE IN ITALIA" - FU GNUTTI A "COSTRINGERE COLANINNO ALL'USCITA DA TELECOM", DOPO LE AVVENTUROSE ACQUISIZIONI IN BRASILE - IL TESTA A TESTA CON TELEFÒNICA E FRANCE TELECOM.

Antonio Quaglio per "Il Sole 24 Ore"


Gianni Agnelli soleva rintuzzare Carlo De Benedetti, suo emulo rivale, dicendo che era soprattutto un dealmaker, uomo d'affari e di finanza più che uomo d'impresa. Che Marco Tronchetti Provera consideri sempre più l'Avvocato una « figura straordinaria e irripetibile » e un modello al pari del proprio padre Silvio e del suocero Leopoldo Pirelli, lo si evince fin dai primissimi virgolettati di «l'Industriale», una «biografia raccontata» appena uscita a cura dall'economista Fabrizio Spagna.

Un volumetto nel quale molti correranno subito a cercare le Tronchetti's version di tanta alta finanza italiana degli ultimi vent'anni: dalla leggendaria plusvalenza miliardaria in dollari su Optical, alla successivo blitz su Telecom, oggi al centro di molte scottanti retrospettive. Senza dimenticare le vicende della catena di controllo Pirelli e della diversificazione nell'immobiliare.

Il patron di Telecom discussant ininterrotto del libro non si sottrae mai al gioco della ricostruzione e del dettaglio, sempre lontano comunque dai pezzi forti da instant book. È volutamente più ficcante in alcune prese di posizione (come la bocciatura del « teorema secondo cui si devono fare le Opa su tutto»). Se accetta apertamente la sfida del confronto a distanza con l'Avvocato è in ogni caso per rivendicare il proprio self di figlio di imprenditori, top manager di aziende globali, consapevole adesso scrive Spagna nelle ultimissime righe - di avere le carte in regola per « imporsi definitivamente come l'Industriale». Con la "i" maiuscola: non solo uomo di innovazione e concorrenza ma, in breve, ciò che è sempre stato l'Avvocato. Un tenace «uomo del suo tempo» nell'economia italiana, un capitalista mai «contro gli interessi del Paese»: com'è assolutamente convinto di aver agito Tronchetti nei «due mesi da brivido» dell'estate 2001.

Secondo il libro fu Emilio Gnutti a «costringere Roberto Colaninno all'uscita da Telecom», soprattutto dopo l'«irreparabile danno d'immagine» subìto per le avventurose acquisizioni in Brasile. Ma non meno fatali alla "razza padana", furono le indagini della Procura di Torino sulla fusione Seat Tin.it e il «ribaltone elettorale». È quando Silvio Berlusconi succede al quinquennio di Romano Prodi, Massimo D'Alema e Giuliano Amato, scrive Spagna, che Tronchetti Provera «esce allo scoperto per un'occasione irripetibile».

E ingaggia un testa a testa con due giganti delle tlc internazionali come Telefònica de Espana e France Telecom. Due competitor diversi, spiega Tronchetti in viva voce: Telefònica ( citata anche in questi giorni per una possibile partnership con Telecom), «aveva un progetto industriale, ma c'era anche un'altra offerta, basata su un'operazione finanziaria». Puntualizza Spagna: era France Tel, presentata da Vincent Bollorè, il raider oggi grande azionista di Mediobanca e vicinissimo a Berlusconi. La voce narrante comunque non ha dubbi: senza l'intervento di Pirelli e dei suoi alleati (Edizione, UniCredit e Intesa) Piazza Affari avrebbe forse festeggiato un'Opa, ma il quartier generale di Telecom sarebbe oggi a Madrid o Parigi e il suo progetto industriale sepolto.

Cinque anni fa i due giganti europei si risparmiarono invece una trattativa con un'azionista difficile come Bell. Al cui riguardo il libro cita una ricostruzione ora corrente, proposta per la prima volta nel 2004 dal «Corriere della Sera». È per creare un premio segreto che «Colaninno & company» imbastirono tra l'altro una complicata transazione su titoli Olivetti tra le finanziarie " padane" (Bell e Gpp International) e la Kallithea, una società di Pirelli. E qui Spagna fa eco a Tronchetti per un commento secco: «Inutile negare che questo insolito modo di procedere, determinato tuttavia da Gnutti e Colaninno, non corrisponde affatto alla visione etica e imprenditoriale del presidente della Bicocca».



Assai più outspeaking è comunque la valutazione virgolettata di Tronchetti sull'Opa Telecom del '99: è stata quella l'offerta madre di tante anomalie, «cui hanno applaudito quelli che negli anni '80 hanno fatto nascere i junk bond». Un'operazione «tra le più brutte mai avvenute in Italia perché in capo a una delle principali aziende italiane è stata messa un'enorme massa di debiti». È stato così che per due anni sono state tentate operazioni impresentabili che hanno rovinato l'immagine dell'aziende nel Paese».

QUEL NO « ESAGERATO » DI PRODI SULLA STET
Da "Il Sole 24 Ore"

Dal volume «L'industriale» di Fabrizio Spagna, ed. Memori, anticipiamo due brevi estratti
L'interesse di Tronchetti Provera per l'ex monopolista delle telecomunicazioni italiane, in realtà, viene da lontano, ben prima del 2001. Già nel 1993, quando ancora il Gruppo della Bicocca non era uscito dalla pesante crisi finanziaria indotta dalla fallita scalata alla Continental, Tronchetti Provera, assieme a Pierre Suard, presidente della francese Alcatel, propose a Romano Prodi, allora presidente dell'Iri, di acquistare una quota di Stet. Il progetto, strutturato da Enrico Cuccia, prevedeva un nocciolo duro formato da istituzioni finanziarie italiane - guidate da Mediobanca - con due partner industriali, Pirelli e Alcatel. L'idea rappresentava una forma alternativa di privatizzazione e in più avrebbe consentito a Pirelli di beneficiare di enormi sinergie industriali con il socio estero Alcatel.

Operazione simile a quella che qualche anno dopo portò la Fiat di Gianni Agnelli a prendere il controllo di Montedison assieme ai francesi di Edf. Romano Prodi, in quella fase con la testa già alla politica, respinse sdegnato la proposta qualificandola come "indecente" e rendendo pubblica, attraverso i giornali, una lettera inviatagli da Tronchetti Provera. Una reazione che, alla luce degli sviluppi successivi, appare esagerata e poco lungimirante, ma tant'è. Dal canto suo, l'amministratore delegato di Pirelli non si arrese. Nel 1997, quando Romano Prodi era ormai a Palazzo Chigi, si cominciava a preparare il terreno per " la madre di tutte le privatizzazioni", quella di Telecom Italia, e ci fu un timido tentativo di Pirelli di partecipare al nocciolo duro di controllo.

Questa volta fu Carlo Azeglio Ciampi, ministro del Tesoro, a smorzare le aspettative di Tronchetti Provera. Ciampi stabilì che al nucleo stabile di controllo di Telecom Italia non potessero partecipare società fornitrici dello stesso ex monopolista pubblico, vedendo in questo un possibile conflitto di interessi. Ma la verità era del tutto diversa. Per Marco Tronchetti Provera la competenza e la visione dello sviluppo delle reti che aveva Pirelli, se applicate in Telecom Italia, potevano garantirne una crescita straordinaria. (...)

Secondo alcuni osservatori, italiani ed esteri, il timing dell'acquisizione del controllo del Gruppo Telecom Italia da parte di Pirelli sarebbe un segnale della vicinanza politica di Tronchetti Provera a Silvio Berlusconi. L'imprenditore milanese così risponde: «Non è casuale che il passaggio di proprietà di Telecom Italia sia avvenuto in presenza di un cambiamento del quadro politico, perché proprio questo mi ha permesso di attuare il progetto. Il passaggio è avvenuto anche grazie al fatto che non c'è stata nessuna, dico assolutamente nessuna, interferenza politica. Una delle regole che mi ha insegnato mio padre è che l'imprenditore vive nel rispetto della politica, però in una realtà separata da quella politica, insieme alla quale deve contribuire allo sviluppo della società, ma con la quale non si deve confondere».

A chi gli fa notare che sia Pirelli Real Estate sia Telecom Italia hanno poi concluso con Fininvest e Mediaset operazioni molto convenienti per il Cavaliere, Tronchetti risponde: «Non solo per lui. Come ho già detto, l'acquisizione del ramo d'azienda ex Edilnord è stata un ottimo affare per Pirelli Real Estate. Come lo fu l'operazione con Pagine Utili: sarebbe stato molto difficile valorizzare al massimo le Pagine Gialle avendo un concorrente che poteva far entrare sul mercato un competitore estero. Anche questa operazione venne interpretata da alcuni come un favore fatto a Berlusconi, ma non lo era affatto. Era soltanto un modo per cercare di difendere la nostra posizione di mercato. Poi, quando ci fu possibile cedere le Pagine Gialle, dovemmo pagare una penale; ma se non avessimo gestito in questo modo la vicenda, non avremmo spuntato un prezzo che è stato largamente al di sopra delle nostre aspettative».


Dagospia 10 Febbraio 2006