REALITY ROMANESCO: "BUSH, POTESSI CADE´ PER LE SCALE CON LE MANI IN TASCA" - SCONTRI SECONDO COPIONE: QUALCHE COLPO DI MANGANELLO QUALCHE ARRESTO - SINISTRO DISASTRO IN PIAZZA DEL POPOLO: QUATTRO GATTI (E UN GATTOSARDO)

Concita De Gregorio per la Repubblica

Sembra tutto finto, la città - vuota e lucida - sembra un plastico. Sembrano comparse gli sposi che posano per le foto in mezzo ai blindati, l´ex presidente della Repubblica Cossiga (vero) che prende un gelato al limone in mezzo ai manifestanti anti-Usa, Fidel Castro (finto) in piazza Venezia, i poliziotti in borghese che sgommano su una Bravo color rame, sul vetro l´adesivo che dice "bimbo a bordo" e dentro loro con gli occhiali neri. Sembrano pagati per passare di lì i quaranta giapponesi che arrivano dalla stazione Termini con quaranta trolley e pretendono - evidentemente ignari - di varcare disposti in fila per due la diga di camionette che li separa dal loro hotel in via Veneto.

Discutono, probabilmente in inglese, con un poliziotto di Caserta. «Penseranno che Roma è una città sicurissima», ride l´anziano gioielliere di via Sistina. Le vecchie in vestaglia rosa alla finestra, la macchina di Bush in panne e lui (vero) che scende e saluta, nessuno risponde, gli striscioni dei cortei che dicono «ammericano, there is no trip for cats», inglese finto.

Sembra il set di un film grottesco e scandente, certamente un film italiano. Anche gli scontri di fine giornata sono attesi secondo copione: qualche decina di ragazzotti coi passamontagna e i caschi, un cinquantenne rasta, Casarini appesantito che dice preoccupato «questa piazza chiusa è una tonnara». Non siamo a Genova, però. Roma ha più talento per la commedia che per la tragedia. Volano lattine di birra e sassi, in risposta lacrimogeni, assalti nei vicoli, spaccate le vetrine delle banche, qualche colpo di manganello qualche arresto, un´ambulanza. Niente di grave. Anche il sindaco Veltroni si rallegra: incidenti minori provocati da gente venuta da fuori.

«Bush, potessi cade´ per le scale con le mani in tasca», c´è scritto su un lenzuolo in via Cavour. Franca Rame con gli orecchini pendenti di corallo rosa lascia piazza Navona, assicura per telefono al marito premio Nobel che va tutto bene, dice che è stato l´anno peggiore della sua vita «la politica è una cosa schifosa» e se potesse, se solo sapesse che il primo dei non eletti dopo di lei è persona affidabile «non uno tipo De Gregorio» si dimetterebbe domani.

Un padre accompagna il figlio a lezione privata di sostegno all´imminente esame, esibisce la carta d´identità quattro volte. L´ultima, al poliziotto che gli dice «c´è Bush», risponde in romanesco come Carlo Verdone: un´espressione tipica che si richiama alla virilità e si potrebbe tradurre, garbatamente, in accidempolicchia.

Di vero in questa giornata surreale - a parte l´effettivo transito di Bush e lo spiegamento di forze da guerra termonucleare - c´è solo il disastro della sinistra politica, la sinistra radicale divisa tra due diverse piazze perché i leader di governo non se la sono sentita di mescolarsi alla folla di lotta, sarebbe stato imbarazzante. Perciò quattro gatti in piazza del Popolo - Diliberto e Russo Spena, Gennaro Migliore e l´ottantenne Lidia Menapace, piazza vuota e mesta - tutti gli altri in piazza Navona a fare movimento: il trotzkista Marco Ferrando, abbronzatissimo, che conciona in piedi su un camion all´indirizzo di quindici-venti ascoltatori. Turigliatto il dissidente di governo, Bernocchi dei Cobas e Casarini fra il pubblico sì, ma distratti dall´imminente disordine annunciato dalla chiusura dei varchi. «Se fanno così la gente si agita». Difatti. Franca Rame è già andata via, anche Lucio Manisco non si vede più: restano i clown e quelli del "No Dal Molin" un po´ intristiti dalla notizia che della base di Vicenza Prodi e Bush non hanno nemmeno parlato.



I due cortei, nella città svuotata dall´allarme preventivo e dal primo vero weekend estivo, non si sono mai incrociati. Non si sono nemmeno mai visti di lontano, era scritto che fosse così. La carovana di Bush ha attraversato Roma la mattina: andata e ritorno dall´ambasciata Usa verso il Vaticano dove, accompagnato da agenti della sicurezza vestiti da preti, il presidente dagli occhi di spillo si è potuto rivolgere al papa chiamandolo Sir, signore, anziché sua Santità, si vede che delle novecento persone che lo accompagnano nessuna lo ha avvisato delle regole di protocollo.

Lungotevere corso Vittorio e via del Tritone bonificati da decine e decine di passaggi di coppie di poliziotti in borghese - quasi sempre lui e lei, forse mimetizzati da fidanzati - su moto di grossa cilindrata. Un uomo e un mezzo lungo ogni centimetro di strada. È qui che la limousine del presidente va in panne (in realtà le auto sono due, identiche), lui scende e prova ad andare a piedi, lo riprendono e alzandolo da terra lo ricaricano in auto. È qui che si accorgono che la lunghissima vettura non gira dal vicolo laterale dell´ambasciata, non c´è spazio di manovra. Questa è Roma, non Los Angeles.

Del resto è per la stessa ragione che dopo giorni di ansia preventiva gli abitanti di Trastevere sono stati risparmiati dalla gita a Sant´Egidio: le macchine americane dai vicoli non passano. Le prime dame, intanto, si scambiano borse e rosari firmati, Tod´s contro Tiffany, in villa al Gianicolo: doni e cordialità. Il corteo degli anti Usa è previsto per il pomeriggio. Tardo, anzi tardissimo pomeriggio: Anoubi Davossa, già leader del movimento romano oggi giornalista di Liberazione, protesta contro il boicottaggio dei treni «non li hanno fatti partire, hanno quattro ore di ritardo, alcuni sono ancora fermi a Milano».

Così mentre il vero ex presidente Cossiga esibisce se medesimo e le sue quattro bandiere (sarda, italiana, americana e inglese) dalle finestre di casa sua i finti papa boys finalmente giunti alla stazione Termini si uniscono al corteo, che comunque parte. È un corteo per niente cupo quello che scende per via Cavour: gli annunciati black bloc per ora non si vedono. Slogan in romanesco, l´augurio di cadere a mani in tasca dalle scale, «Bussha via», pagliacci trampolieri bandiere di Cuba e Iannacci che dagli altoparlanti canta «vengo anch´io non tu no». La frangia dura scandisce «dieci cento mille Acca Larentia», sono gli autonomi della stella col fulmine.

Un tizio passa con l´ombrellone e il carretto dell´acqua minerale come in spiaggia. Ci sono i "Bushbuster" dell´area antagonista campana. Alle sei meno un quarto la testa del corteo annuncia «siamo 150 mila», la questura dice 12 mila. «D´Alema, non siamo sulla stessa barca», e rivolti ai «compagni pavidi» che non sono venuti, quelli di piazza del Popolo: «Pacifinti». Sfilano Caruso, Haidi Giuliani. Un ragazzo con un cartello che dice «sono Carlo Giuliani». Cremaschi della Fiom. Nell´altra piazza Russo Spena dice che a sera «i ragazzi del movimento verranno», non arriva nessuno, Cossiga al bar Rosati si dispiace, ironico, di non vedere D´Alema.

Si son fatte quasi le nove, è l´ora degli scontri. Bush sta già riposando in residenza, deve alzarsi presto. In corso Vittorio qualche decina alza il fazzoletto sul viso, abbassa il casco. Provano a spaccare vetri antiscasso, applausi ironici degli altri manifestanti già pronti ai canti della sera, birra in mano. Lancio di oggetti, prima carica leggera, nuovo lancio, fumogeni, seconda carica, inseguimenti, manganelli, arresti.

Dura in tutto mezz´ora, i disegnatori di caricature di piazza Navona non hanno mai smesso di lavorare, i bar sono tutti aperti. Nuovi turisti coi trolley, si riaprono al traffico piazza Venezia e il Corso. Accenno di ripresa del traffico. Alle nove e mezza il parcheggiatore abusivo di piazza San Pantaleo, il luogo degli scontri, è già rientrato in attività. Ha una maglia a righe rosse e la bandana, vuole un euro l´ora. Riparte l´altro film, quello di tutti i giorni.


Dagospia 10 Giugno 2007