IL DOPPIO GIOCO DI LIGRESTI - FA FINTA DI ABBANDONARE MARANGHI PER BAZOLI MA TRANQUILLIZZA IL CAVALIERE: "SUL CORSERA ORA PUO' STARE TRANQUILLO."

Milton per Finanza & Mercati


E' una calda giornata di fine agosto del 2002. L'ingegner Salvatore Ligresti, di fronte a testimoni autorevoli, stipula un patto di ferro con Enrico Bondi. Il manager di Arezzo ha di fronte a sé un uomo che ha la necessità di formare un vertice di spessore per procedere all'integrazione più contestata e difficile fra la sua Sai e la Fondiaria, da poco strappata alla cordata storica dei fiorentini. E ha bisogno di persone gradite sia al mercato sia alle autorità di controllo, tant'è che oltre a Bondi viene indicato quale presidente della nuova aggregazione il professor Paolo Ferro Luzzi, ben visto anche dall'Isvap che segue con severità ogni mossa dell'ingegnere. Bondi è determinato come sempre e detta a Ligresti le sue condizioni per accettare il nuovo incarico e lasciare la Telecom di Marco Tronchetti Provera: «Lei ingegnere farà l'azionista, io l'amministratore delegato con pieni poteri». L'ingegnere di Paternò è felice, sa di essersi affidato a mani solide e accetta con entusiasmo.

In sei mesi il tandem Bondi-Ferro Luzzi raggiunge l'obiettivo, non senza difficoltà, e alla famiglia Ligresti viene così consegnato il terzo gruppo assicurativo italiano, superando gli ostacoli che di volta in volta vengono frapposti da Consob, Antitrust e Isvap. Ma all'interno della famiglia emerge sempre più il protagonismo di Jonella che, ormai legittimata dall'essere nel consiglio di amministrazione di Mediobanca, mal sopporta la rigidità amministrativa di Bondi. Sicchè, quando Ligresti smette di fare l'azionista e preme perchè Bondi ceda alle richieste della figlia, il manager rovescia educatamente il tavolo e se ne va. Il patto iniziale si è dissolto. Di lì a poche ore anche Ferro Luzzi lascia.

Sicchè d'improvviso Fondiaria-Sai si trova senza Bondi, senza Ferro Luzzi e senza gli Alfonso Desiata e gli Antonio Longo il cui inserimento nel consiglio di amministrazione era stato suggerito all'ingegnere per "allevare" i figli in una visione manageriale più adeguata alle nuove dimensioni del gruppo. È una svolta radicale, che secondo i più autorevoli quotidiani avrà come conseguenza la legittimazione di Ligresti all'ingresso nel patto che governa Hdp, la finanziaria cui fa capo il Corriere della Sera. Per quale curioso miracolo? Per la semplice ragione che nell'operazione «distacco» ha avuto un ruolo tutt'altro che marginale Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa. Il distacco è quello sancito in qualche misura nei confronti della Mediobanca di Vincenzo Maranghi, che ora rischia indubbiamente di più nell'aspro confronto che lo oppone al governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, e al presidente di Capitalia, Cesare Geronzi (per non dire del resto del sistema bancario).



Ma la questione non finisce qui. Dovendo spiegare all'amico Silvio Berlusconi la presa di distanza da Mediobanca e dai suoi uomini, e di fronte alle perplessità sollevate da questi, l'ingegnere non ha esitato a rassicurarlo puntando sulle nuove prospettive relative al patto che governa il Corriere della Sera, al cui equilibrio il capo del governo è particolarmente attento. Per quel che è dato capire, Berlusconi si sarebbe dichiarato soddisfatto delle garanzie ricevute, soprattutto per i buoni rapporti personali che Ligresti ha promesso di voler conservare con Maranghi, cui in definitiva deve la costituzione del suo gruppo assicurativo, sebbene pagato a caro prezzo. Ma anche perché, particolare non trascurabile, l'esposizione di Premafin verso Piazzetta Cuccia sfiora ancora il miliardo di euro.

Dunque, come abbiamo visto Ligresti ha mandato tutto all'aria per ragioni di famiglia. «I figli sono i figli e quando diventano grandi bisogna pur dargli fiducia», è la frase che in questi giorni ripete a chiunque lo interroghi sulle ragioni del divorzio da Bondi. Quanto a Maranghi, dopo lo «strappo» con l'ingegnere egli si aspetta qualche brutto tiro dal fronte guidato da Geronzi. Il quale, al contrario dell'amministratore delegato di Piazzetta Cuccia, ha provveduto per tempo a stringere un ottimo rapporto con Jonella, ormai vera leader del gruppo assicurativo. Com'è noto, il presidente di Capitalia sta cercando di rimettere in piedi il patto di governo dell'istituto e l'ipotesi di avere tra i suoi supporter anche Ligresti non gli dispiace affatto: per ragioni personali (chiarissime) e professionali.

Ma poiché non è facile convincere l'ingegnere di Paternò, Geronzi la prende alla larga pescando nell'entourage della famiglia: ciò spiega perché ha rinverdito i rapporti con Massimo Pini, l'ex craxiano di ferro amico personale di Ligresti, già vicepresidente dell'Iri nei giorni in cui Romano Prodi si piegò alle insistenze del leader socialista - era il 1991 - che chiedeva la fusione tra Banco di Roma e Banco di Santo Spirito. Un'operazione che nel '92 porterà alla creazione della Banca di Roma, fortemente voluta dal medesimo Geronzi d'intesa con l'allora governatore Carlo Azeglio Ciampi. Ebbene, Pini potrebbe rappresentare il gruppo Sai-Fondiaria nel consiglio di Capitalia qualora Ligresti decidesse di entrare nel nuovo patto dell'istituto.

Corsi e ricorsi che Maranghi non può impedire e che quindi dovrà subire con molto amaro in bocca. Nella convinzione che questo matrimonio possibile fra Geronzi e Ligresti, non gli porterà più danni di quelli che la pressione della Vigilanza di Via Nazionale già provoca sullo sviluppo delle sue strategie.


Dagospia.com 24 febbraio 2003