CAPROTTI VA IN “PENSIONE”, FA TESTAMENTO, E SCRIVE UNA LETTERA-MACIGNO CONTRO LA FIGLIA VIOLETTA: “SI È FIDATA PIÙ DI UN VECCHIO ARNESE CHE DEL SUO PAPÀ” - MA MANTIENE IL CONTROLLO DI ESSELUNGA

1. LA VERITÀ DEL PATRON: "LA CONGIURA E IL RUOLO DI MIA FIGLIA"
Lettera di Bernardo Caprotti a "Il Corriere della Sera"

Caro Direttore,
grazie, siamo finalmente in prima pagina, sia Gerevini che io. Se posso, vorrei dire - a seguito di qualche malevolo commento - che tutto ciò che ho dato ha pagato le tasse. Poi, che altre donazioni possono aver luogo, senza passare per il notaio: Ricerca sul Cancro, Vidas, Bambini nefropatici, Shoah, San Raffaele, scusa mi fermo, sono stati i miei preferiti. Infine un chiarimento su tutta questa gazzarra. Qui dentro c'è stato un terribile schifo, una congiura.

Un vecchio che qui aveva fatto troppa carriera doveva fare le scarpe all'amministratore delegato Carlo Salza, assieme a una centralinista, la consigliera-assistente di mia figlia Violetta e a un giornalista che ben conosci e che ha impestato tutte le redazioni dei giornali d'Italia, con quella roba che avete stampato. Carlo Salza, Germana Chiodi, io e altri dovevamo «essere fatti fuori». Ma noi siamo un gruppo di ferro. In questo orrendo frangente, quella figlia purtroppo ha creduto di più in quel vecchio arnese che nel suo papà.

Ed è così che non c'è stato modo: nello sbalordimento dei suoi e dei miei professionisti, neppure ha voluto considerare l'opportunità miliardaria di ricevere 84 immobili dal reddito ingente e sicuro e mettersi tranquilla. Qui sta la chiave di tutto. Mettere queste cose in piazza mi ripugna. Ma quando si arriva al punto di avere persino il numero del proprio conto corrente pubblicato su quello che è il «Times» del proprio Paese, forse conviene sputtanarsi fino in fondo.
Con amicizia e riconoscenza.
Bernardo Caprotti

P. S. Le montagne di cose e di soldi che hanno avuto i miei due figli maggiori, qui non lo mettiamo, anche per decenza.


2. CAPROTTI: VADO IN PENSIONE DECISO IL FUTURO DELL'AZIENDA
Mario Gerevini per "Il Corriere della Sera"

Cinque giorni fa a Limito di Pioltello (Milano) nella sala riunioni al sesto piano della sede di Esselunga, Bernardo Caprotti, conversando con un ristrettissimo gruppo di persone, ha detto cose di importanza fondamentale per la sua vita e per l'azienda, notizie che nessuno ancora sapeva. E di altro, ripercorrendo alcune tappe decisive della sua vita, ha parlato in questi ultimi giorni con interlocutori a lui molto vicini. Dopo aver dato conto ieri della pioggia di donazioni (il Corriere ha visionato tutti gli atti direttamente all'Archivio notarile di Milano), ecco la ricostruzione di questi colloqui.

«Lascio le cariche»
La prima notizia è oggetto anche di una lettera firmata da Caprotti e indirizzata ai suoi collaboratori più stretti: l'imprenditore il 23 dicembre lascerà tutte le deleghe operative in Esselunga, tutti i poteri di firma e i compensi. E smetterà di essere dipendente della sua azienda dopo 62 anni di lavoro continuativo (i primi anni alla Manifattura Caprotti, azienda tessile di famiglia). Insomma, in un certo senso va in pensione, a 88 anni.

Quando nel 1965 prese la direzione della Supermarkets (poi Esselunga) c'erano 15 supermercati, oggi sono 144 con 6,8 miliardi di fatturato, 20mila dipendenti e bilanci ampiamente in utile (238 milioni nel 2012). Una cavalcata imprenditoriale che ha pochi paragoni in Italia. «Dopo molti mesi di assenza - scrive nella lettera - a seguito dell'infortunio occorsomi il 28 aprile, ho deciso da tempo di terminare, col 23 dicembre, la mia attività come lavoratore dipendente. Lascerò deleghe, poteri, compensi. Forse mi sentirò più leggero».

È una svolta, sebbene rappresentare la proprietà, cioè sé stesso, abbia un certo peso (è e resta presidente della holding Supermarkets italiani). «A Dio piacendo - aggiunge - ci sarò e forse sarò anche più libero di fare quello che mi era sempre piaciuto: di andare per negozi e cantieri... Di non essere più subissato da montagne di carte e pratiche che mi imprigionano e mi impediscono. Forse ci vedremo di più e più liberamente». Ha confessato di non reggere più il ritmo del tempo pieno da mattina a sera, nonostante il vigore e la lucidità che anche i nemici (dentro e fuori la famiglia) gli riconoscono. Stessa «pasta» - si dice - di don Luigi Verzé, che conosceva bene. Uno più vicino alla fede, l'altro ai bilanci.

Il testamento dal notaio
La seconda notizia è stata sussurrata a chi gli chiedeva del futuro del gruppo e del contenzioso in tribunale con i due figli maggiori, Giuseppe e Violetta, che rivendicano la proprietà della maggioranza di Supermarkets Italiani.

La successione è risolta, ha detto con tono deciso Caprotti. Come? C'è un testamento - queste le parole dell'imprenditore, secondo una ricostruzione attendibile -, tutto è sigillato in una busta custodita dal notaio Carlo Marchetti. Insomma, le sue volontà sono formalizzate. Succederà come nei film: apriranno la busta e... Il vecchio industriale, dicendolo, aveva l'aria di chi pagherebbe per esserci quel giorno lontano. Ma che cosa contiene la busta? Ovviamente è un mistero. Tuttavia, da quel che trapela, il patron di Esselunga avrebbe previsto nei dettagli la suddivisione patrimoniale: tutta la famiglia e tutti i figli (due dal primo matrimonio e Marina dal secondo) succedono.

«Poi si arrangeranno...», avrebbe aggiunto con una certa rassegnazione, convinto di aver fatto il possibile per garantire l'integrità, la salute e il futuro del suo quarto figlio: Esselunga. L'azienda, secondo Caprotti, ha già una struttura di manager e governance che è una garanzia. E le voci di vendita che ogni tanto tornano? Non è in vendita, rimane in famiglia. Al momento. Se fosse in vendita - ha argomentato - lo sarebbe soltanto perché in Italia non si può più fare impresa.

Le colpe di Violetta
Certo sullo sfondo rimane l'incognita sull'azione giudiziaria civile promossa dai due figli. Uno snodo della vicenda, la miccia della guerra dei Caprotti, restava in ombra: perché nel febbraio 2011 il capofamiglia smontò il contratto fiduciario sul 100% di Supermarkets Italiani, «riprendendosi» il controllo?

Lui l'avrebbe spiegata così: la governance era a rischio e con essa era a rischio l'azienda con i suoi 20mila dipendenti, per questo ha riafferrato le redini del gruppo, sebbene nessuno si fosse mai accorto che le avesse mollate. Sembra un'accusa ai figli, in particolare a Violetta, che avrebbero tramato con alcuni manager per cambiare l'assetto di vertice (si veda la lettera a fianco). Violetta, dal canto suo, non ha mai parlato.

Chi silenziosamente ha scalato, gradino su gradino, il potere aziendale è la ex segretaria diventata dirigente Germana Chiodi, cui Caprotti ha donato 10 milioni in contanti. Si danno del «lei» da 40 anni, è una sorta di memoria storica del gruppo, una persona molto intelligente - l'ha descritta il «capo» con i suoi interlocutori - che conosce come pochissimi l'azienda in cui lavora e ha potere, certo, ma in senso positivo e attivo. Comunque sia, in Esselunga sta cominciando l'era Dc. Dopo Caprotti.

 

 

BERNARDO CAPROTTI Bernardo CaprottiBERNARDO CAPROTTI EsselungadDon Luigi Verze con lex sindaco di Milano Letizia Moratti inaugura la mensa del San Raffaeleverze resize Berlusconi con don Luigi Verze fondatore del San Raffaele a sua volta premiato sul Duomo Ap GIUSEPPE CAPROTTI VIOLETTA CAPROTTI

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