CRAZY DIMON RESTA AL TIMONE DI JP MORGAN NONOSTANTE SCANDALI, INCHIESTE E FIGURACCE (IL DENARO METTE TUTTI D’ACCORDO)

Marco Valsania per "Il Sole 24 Ore"

Doveva essere il giorno dell'umiliazione, è stato invece il giorno del trionfo. Jamie Dimon, ad e presidente di una JP Morgan assediata da inchieste, non ha soltanto vinto la sua battaglia per essere confermato in entrambi gli incarichi. Ha stravinto: la mozione sostenuta da sindacati e soci ribelli per separare le poltrone in nome di una miglior governance della principale banca americana per asset ha ottenuto il 32,2% dei voti, molto meno del 40% ricevuto dalla stessa proposta l'anno scorso. E Wall Street ha festeggiato con Dimon: il titolo dell'istituto è salito di quasi il 2% svettando oltre i 53 dollari, ai massimi dal 2001.

I grandi azionisti, durante l'assemblea annuale a Tampa in Florida, hanno fatto quadrato attorno alla leadership anche al di là della bocciatura della mozione Numero 6, come era conosciuta la richiesta di scorporare le cariche di vertice. Dimon è stato rieletto nel board con percentuali "bulgare", pari al 98%.

E sono stati riconfermati tutti gli 11 esponenti del board compresi i tre più discussi, quelli che compongono il comitato di gestione del rischio. Anche se hanno raccolto consensi men che entusiastici: Ellen Futter, David Cote e James Crown hanno tutti ricevuto meno del 60% dei voti. La banca ha poi avviato la ricerca di candidati per rinnovare e rafforzare in futuro il cda senza aspettare nuove rivolte degli investitori.

Più delle preoccupazioni di governance, nella saga di JP Morgan, alla fine hanno potuto i profitti e la performance in Borsa. La banca è indagata da una decina di autorità, per vicende che vanno dai controlli sul riciclaggio di denaro alla manipolazione del Libor e dei mercati dell'energia.

Ancora fresco è il ricordo di un costoso fiasco sui derivati che ha danneggiato la reputazione di istituto meglio gestito d'America: l'anno scorso, in un caso battezzato la Balena di Londra, il suo ufficio britannico perse 6 miliardi di dollari a causa di scommesse aggressive e irresponsabili su derivati europei del credito.

Un passivo che ha provocato la caduta di top executive, la cancellazione di 100 di milioni di compensi per i trader coinvolti e un mea culpa pubblico di Dimon, che ha anche visto dimezzata la propria paga.

Proprio da questo passo falso aveva ricevuto nuovo impeto la richiesta di separazione delle cariche di chief executive e chairman: il sindacato dei lavoratori pubblici Afscme e influenti società di consulenza degli azionisti quali l'Iss e Glass Lewis avevano invocato la scelta di un presidente indipendente per migliorare il controlo sui vertici operativi.

Ma Dimon e Jp Morgan hanno risposto oppponendo una dura resistenza: il ceo ha fatto capire di essere pronto a dimettersi in caso di cariche dimezzate. E la banca ha condotto una persuasiva campagna tra i soci per presentare il banchiere, che prima dei passi falsi era generalmente considerato il più influente e potente nel Paese, come un candidato senza alternative per la doppia posizione.

L'istituto, soprattutto, ha potuto far leva sui risultati sotto la gestione del 57enne Dimon, ormai al comando dal 2006. Ha continuato a macinare utili negli ultimi trimestri nonostante le polemiche, in rialzo del 33% a 6,5 miliardi nel primo trimestre 2013 dopo il record di 21,3 miliardi del 2012. E il suo titolo è ormai in rialzo del 15% dai giorni precedenti il caso della Balena e di oltre il 70% da quelli bui del post-scandalo.

 

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