ALITALIA BALLA CON LUPI - È STATO IL MINISTRO DEI TRASPORTI A VOLERE L’INTERVENTO “A FONDO PERDUTO” DI POSTE CHE SERVE SOLO A EVITARE PER QUALCHE ALTRO MESE IL FALLIMENTO

Alessandro Barbera per "La Stampa"

Raccontano che l'idea sarebbe venuta a Maurizio Lupi durante una corsetta a Villa Borghese. Vero o meno, a Palazzo Chigi ci tengono a sottolineare che l'ipotesi è meno balorda di quanto potrebbe sembrare. A guardare i bilanci di Mistral Air, la controllata che possiede sei aerei per il trasporto merci, non c'è di che essere ottimisti.

Il 2012 si è chiuso con otto milioni di perdite, quattro volte quelle dell'anno precedente. Ma a dispetto della promessa di «sinergie industriali», l'unica vera ragione per la quale il governo ha infine scelto le Poste per salvare Alitalia è contingente: si trattava dell'unica società pubblica in grado di sottoscrivere un aumento di capitale in poche ore. Letta ha dovuto scartare una per una tutte le ipotesi più ragionevoli: un intervento del Tesoro, della controllata Fintecna, della Cassa depositi e prestiti, di Ferrovie.

Nei primi tre casi si sarebbe incorsi nell'accusa di aiuto di Stato da parte dell'Europa, e visto il precedente (un prestito-ponte mai rimborsato) si è preferito soprassedere. Nel caso di Ferrovie Bruxelles avrebbe potuto denunciare una eccessiva concentrazione del mercato. Restavano la strada del prestito convertibile o il fallimento. Due soluzioni che potrebbero riaffacciarsi entrambe in un secondo momento. Tutto dipenderà da quel che accadrà alle 14 di oggi, quando a Fiumicino si riunirà il consiglio di amministrazione Alitalia e da quel che decideranno i tre consiglieri francesi.

Il risultato che il governo cercava di ottenere - e ha in qualche modo ottenuto - è permettere all'azienda di presentarsi all'appuntamento con una proposta di aumento di capitale di 300 milioni, tre volte la cifra (100 milioni) deliberata due settimane fa con il no francese perché ritenuta troppo bassa.

Ora i soci italiani avrebbero promesso di sottoscrivere almeno 125 milioni: fra questi Intesa Sanpaolo, Colaninno, i Benetton e alcuni soci minori come Mancuso di Equinox. Poste metterebbe 75 milioni (circa il 15%), il resto è a disposizione dei francesi che possono decidere così di salire al 30% e oltre o, in caso di no all'aumento, «diluirsi» al 12%. L'eventuale inoptato - circa 100 milioni - verrebbe infatti sottoscritto comunque dalle banche che sarebbero disposte anche ad un prestito per altri 200 milioni.

La scommessa del governo è tutta qui: stanare l'alleato francese di fronte ad una proposta che - almeno sulla carta - permetterebbe ad Alitalia di restare in piedi per qualche altro mese anche di fronte ad un suo no e sottrarsi così al ricatto che diversamente la vorrebbe fallita. «Le carte sono sul tavolo», sintetizza una fonte italiana, «non ci sono più alibi». Resta da capire se, di fronte al no transalpino i soci e le banche saranno comunque della partita.

Ieri sera a Parigi i telefoni squillavano a vuoto. I dubbi sono ancora molti, a partire dall'irrisolta questione del debito (in tutto 1,3 miliardi) non coperto da garanzie, e che i francesi vorrebbero ridotto. Dalla nota di Palazzo Chigi si capisce che il governo vuole trattare: «Sono necessarie discontinuità, rinnovamento» e «una profonda revisione del piano industriale», di fatto la promessa di far scegliere a Parigi il nuovo capo azienda, di cambiare la parte del Piano che non li convince (perché troppo spostato sul lungo raggio) e degli eventuali licenziamenti.

Il riferimento alla cassa integrazione è quasi esplicito: «Il governo è pronto ad accompagnare il percorso con strumenti anche di supporto strategico e finanziario». Per i franco-olandesi non è una decisione semplice. La Air France-Klm di oggi non è quella di cinque anni fa. La crisi ha azzerato la liquidità e imposto di recente 2.800 licenziamenti. Ma l'ultima parola sul destino di Alitalia ora spetta a loro. Lo spettro del fallimento è sempre dietro l'angolo.

Twitter @alexbarbera

 

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