POTERI SENZA ASSICURAZIONI - ALLIANZ, GENERALI E UNIPOL POTREBBERO LIBERARSI DELLE PARTECIPAZIONI “NON CORE” E IMPEGNARSI SOLO NEL LORO BUSINESS PRINCIPALE – SCONTRO IN ATTO TRA LA MEDIOBANCA DI NAGEL E LE GENERALI DI MARIO GRECO CHE E’ DECISO A DISFARSI DEL PACCHETTO TELECOM, ANCHE SE COMPORTA CON UNA PESANTISSIMA MINUSVALENZA CHE TRASCINEREBBE A SVALUTARE TUTTI GLI ALTRI SOCI DI TELECOM…

Sergio Bocconi per il "Corriere della Sera"

Il dossier ancora aperto del patto Pirelli, a pochi giorni dalla chiusura della finestra destinata alle eventuali disdette (martedì 15 gennaio) mostra fra l'altro una novità che, al di là delle complessità dello specifico accordo parasociale, può avere riflessi non secondari sul mercato e sulla storia dei «destini incrociati» del nostro capitalismo.

Nel patto sono presenti le tre maggiori compagnie di assicurazioni italiane: Generali, Allianz e Unipol (che ha rilevato Fonsai), che detengono ancora giardinetti di partecipazioni «non core» costruiti nel tempo e che rappresentano in fondo oggi una particolarità: le casseforti con portafogli diversificati sono ormai rare. Però, contrariamente al passato e per ragioni in parte omogenee, le tre compagnie oggi hanno una visione che potremo definire laica nei confronti dei loro «tesoretti»: come sta dimostrando il caso Pirelli, appunto, non è scontato il rinnovo automatico dell'adesione ai patti di sindacato.

Ciò non significa nemmeno che automatica sia l'uscita o addirittura la vendita delle azioni. Semplicemente si valuta di volta in volta la convenienza, considerati prezzo, valori di carico, attenzione a possibili mosse future. Una novità che non ha immediati riflessi sul mercato perché, appunto, le azioni che non sono più conservate nei forzieri delle quote strategiche, sono «disponibili per la vendita», ma non in vendita. Possono però diventarlo. E il mercato lo sa.

Proprio Allianz, di cui in questi giorni si è detto stia maggiormente riflettendo sull'opportunità di rinnovare l'adesione al patto di Marco Tronchetti Provera, è stata in fondo protagonista di un primo strappo di rilievo alla consuetudine dei «giardinetti»: il 31 marzo 2004 l'allora Ras guidata da Mario Greco (oggi a capo di Generali) ha comunicato la disdetta dal patto di sindacato di Mediobanca, dov'era presente con l'1,8%. In quell'occasione Greco ha anche annunciato l'uscita dal consiglio di Piazzetta Cuccia, alle cui riunioni comunque già non partecipava quando sul tavolo c'erano questioni relative a Generali, la principale partecipazione della banca d'affari.

Travagliata, come del resto la storia che ha portato all'uscita dal Leone prima di Cesare Geronzi e poi di Giovanni Perissinotto, è stata nel febbraio 2011 la determinazione del consiglio della compagnia di non considerare più «strategica» alcuna partecipazione (che non sia industriale, cioè legata al business) e di adottare come unico criterio di gestione del portafoglio da parte del management la «creazione di valore».

Un cambio significativo (già realizzato in Intesa Sanpaolo con la discesa dal 4,8 al 3,1% una volta chiusi gli accordi di bancassurance) e la cui sostanza appare facilmente confermata dopo la svolta che ha portato al cambio di guida a Trieste. Sia perché sembra rispondere al «dna» di Greco sia per la scelta di fondo da lui comunicata fin dall'arrivo nell'agosto del 2012: concentrare il focus e le risorse sul core business assicurativo (ieri Fitch ha confermato il rating, e l'outlook negativo, valutando positivamente l'operazione Ppf).

Il prevalere dell'atteggiamento più «laico» è favorito da diversi fattori: il declino di un modello di capitalismo tenuto insieme da un network di partecipazioni, l'azione dell'Antitrust che ha imposto lo scioglimento di diversi intrecci, l'arrivo di nuove regole che vietano i doppi e tripli incarichi nei board della finanza, il peso di svalutazioni obbligate dalla crisi, il focus sul core business e l'obbligo di non disperdere risorse, l'attenzione crescente verso il capital management sollecitata anche dai nuovi aspetti regolatori.

A tutto ciò vanno poi aggiunte novità specifiche come, per esempio, il passaggio di Fonsai a Unipol: Salvatore Ligresti, che negli anni ruggenti della sua ascesa si era guadagnato l'appellativo di «Mister 5%» per l'attitudine a collezionare partecipazioni, è sempre stato restio a vendere, perciò il significativo «giardinetto» accumulato è sempre stato blindato.

Diversamente, il numero uno del gruppo bolognese, Carlo Cimbri, ha subito dichiarato che la fusione con Fonsai (e il salvataggio della compagnia) non risponde all'obiettivo di sedersi nei «salotti»: ogni partecipazione finanziaria vincolata o no sarà dunque considerata a sé. Inoltre alcune quote, come il 3,8% di Mediobanca, devono essere cedute secondo gli impegni con l'Antitrust (già rispettati con l'1% di Generali).

Fatto sta che le scelte non scontate da parte di investitori importanti come le grandi compagnie di assicurazioni accende un nuovo faro sulle scadenze degli stessi accordi parasociali: non molto tempo fa nessuno si sarebbe chiesto cosa avrebbero fatto Generali o Fonsai al rinnovo di patti come Rcs Mediagroup (marzo 2014) o Telco (febbraio 2015, ma è prevista la possibilità di disdetta anticipata e relativa richiesta di scissione con consegna dei titoli Telecom nel settembre di quest'anno). Un cambio di prospettiva, dunque, che rende un po' più «mercato» anche il nostro, pur «resistente», capitalismo.

 

 

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