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SIAMO TALMENTE CONCENTRATI SULLE MATTANE DI TRUMP CHE NON CI ACCORGIAMO CHE LA CINA STA DISTRUGGENDO IL MADE IN ITALY E L’INDUSTRIA EUROPEA – L'EXPORT DI AUTO CINESI VERSO L'EUROPA STA CRESCENDO COSÌ RAPIDAMENTE CHE HA SUPERATO I FATTURATI DEI COSTRUTTORI EUROPEI NEGLI STATI UNITI. CON UN DETTAGLIO: L’UNIONE EUROPEA NON FA NIENTE PER FRONTEGGIARE I SUSSIDI SULLE AUTO IBRIDE CINESI. PECHINO AGISCE CON UN DUMPING SFACCIATO, FATTO DI AIUTI E SUSSIDI A TUTTO CAMPO – IL RICATTO SULLE TERRE RARE E L’INAZIONE DEGLI STATI UE: TROPPO DEBOLI PER RISPONDERE COLPO SU COLPO AL GIGANTE CINESE, ASSISTONO INERMI AL SUICIDIO DELL’INDUSTRIA TEDESCA E ITALIANA…

Estratto da “Whatever it takes”, la newsletter di Federico Fubini per il “Corriere della Sera”

 

antonio costa - xi jinping - ursula von der leyen

Donald Trump, i suoi eccessi, i suoi abusi, le sue guerre e i suoi dazi hanno catalizzato talmente l'attenzione nell'ultimo anno e mezzo da far dimenticare in Europa un'altra realtà. Eppure è almeno altrettanto urgente: la Cina sta mangiando il nostro pasto.

 

Sta spiazzando i produttori europei - tedeschi e italiani in primo luogo - in settori a sempre maggiore valore aggiunto e in produzioni tradizionali per l'industria manifatturiera del continente.

 

Auto, macchinari e macchine utensili, chimica: l'Italia e l'Europa in genere fanno e faranno sempre più fatica a competere in settori che valgono milioni di posti di lavoro. Quello che si configura - secondo Brad Setser e Sander Tordoir - è un secondo choc cinese per il sistema industriale europeo. Il primo all'inizio del secolo riguardava beni a più basso valore aggiunto, giocattoli o tessile. Ma stavolta è diverso. Più pesante, più capillare.

 

operaie cinesi

Secondo la teoria economica prevalente di una trentina di anni fa, non ci sarebbe niente di male in questo se si trattasse di una vittoria conseguita ad armi pari. […] Al contrario, si tratterebbe di un fenomeno potenzialmente positivo: la crescita cinese aprirebbe un nuovo mercato verso il quale le imprese europee ed italiane potrebbero vendere altri prodotti, in uno scambio reciprocamente benefico.

 

Ma questa era la teoria di trent'anni fa, per un sistema internazionale liberale e aperto immaginato allora dai vincenti della guerra fredda. Oggi siamo nel mondo delle politiche di potenza, del collasso del diritto internazionale, del mercantilismo, del protezionismo e della coercizione economica con obiettivi politici. Possiamo ancora permetterci di lasciare che il secondo choc cinese desertifichi interi distretti? E se non possiamo, perché allora l'Europa (Italia inclusa) sta reagendo così lentamente?     

 

IMPORT EXPORT DI AUTO TRA UE, CINA E USA

Brad Setser è un economista americano che ha lavorato nelle amministrazioni di Barack Obama e Joe Biden. E' stato al Tesoro, al National Economic Council della Casa Bianca e all'Ufficio del Commercio.

 

Con il collega europeo Sander Tordoir ha tracciato per il Center for European Reform un quadro approfondito di quanto sta accadendo, in particolare, fra la Cina e la Germania. Ma la loro lezione si applica in genere all'intera Unione europea e, in maniera molto specifica, all'Italia.

 

Il loro grafico sopra mostra come i produttori di auto dell'intero continente si trovino schiacciati tra due forze: i dazi di Trump sulle auto europee sono cresciuti di sei volte (intanto l'Europa ha praticamente eliminato i propri), mentre il presidente ha cancellato gli incentivi dell'Inflation Reduction Act di Biden che spingevano i consumatori americani a importare auto a batteria dall'Europa.

 

USA E CINA LOTTANO PER LA CONQUISTA DEL MONDO CON L INTELLIGENZA ARTIFICIALE E L UE PENSA AI TAPPI DI PLASTICA

Risultato: l'export di auto europee verso gli Stati Uniti sta crollando. Nel frattempo l'export di auto cinesi verso l'Europa sta crescendo così rapidamente che ha superato i fatturati dei costruttori europei negli Stati Uniti. C'è un dettaglio in più su una misura che, in particolare, non ha funzionato: anche l'Unione europea ha messo dazi "antidumping" […]. Ma Bruxelles lo ha fatto dimenticando di avviare una parallela inchiesta per sussidi sulle auto ibride cinesi.  

 

La conseguenza è arrivata subito. Gli stessi produttori sussidiati della Repubblica popolare […]  hanno "cambiato corsia" e ora si godono un'esplosione del 155% delle loro vendite di auto ibride nell'Unione europea.

 

Su di esse non gravano dazi "antidumping", anche se grava con ogni probabilità il dumping stesso. In settori strategici per Pechino come l'auto, i semiconduttori, i macchinari o gli aerei, il governo cinese a vari livelli garantisce sussidi a tutto campo: terreni e capannoni, credito a basso costo, mezzi di produzione a basso costo.

 

ESPORTAZIONI IN CINA

Si tratta di un reticolo di aiuti spesso impossibile da decifrare nei dettagli dall'esterno. Ma una recente analisi del Fondo monetario internazionale stima che i sussidi pubblici ai produttori industriali cinesi valgano il 4,4% del prodotto lordo del Paese. Un'enormità: circa 800 miliardi di dollari l'anno.

 

La conclusione di Setser e Tordoir è drastica e va oltre il settore auto e la Germania di cui essi parlano. Riguarda anche i macchinari, settore molto sensibile nel nostro Paese: "Senza un intervento politico - scrivono Setser e Tordoir - un ampio insieme di fabbriche, ospedali e snodi delle infrastrutture in Germania finirà per essere equipaggiato con macchinari e robot cinesi, mentre i costruttori di macchinari tedeschi sono destinati a perdere i loro mercati di esportazione in Europa". Trovate, se vi riesce, la differenza con l'Italia. Nel Nord-Est sento imprenditori che preferiscono ormai macchine utensili cinesi che costano la metà o a un sesto di quelle dei produttori dei loro stessi distretti. 

 

XI MAS - MEME BY EMILIANO CARLI

[…] L'altro aspetto […] è che la crescita cinese non garantisce affatto nuovi mercati a noi. Semmai, il contrario. La Cina sta metodicamente espellendo i produttori europei. […]

 

In sostanza, abbiamo a che fare con una superpotenza che si muove a tenaglia. Occupa sistematicamente gli spazi dei produttori europei sussidiando il proprio export in Europa e nel mondo; intanto pratica un protezionismo più subdolo, ma non certo da meno di quello di Donald Trump.

 

[…] Fra i Paesi principali dell'Unione siamo quello, secondo Eurostat, che ha visto aumentare di più le proprie importazioni dalla Cina in euro correnti dal 2019 al 2025.

 

* ITALIA +91%

 

* Spagna +62%

 

* media UE +54

 

*Francia +43%

 

* Germania +33%

 

auto elettriche cinesi

Ormai i produttori cinesi fatturano molto più in Italia (60,6 miliardi di euro nel 2025) che nella più grande economia della Francia (45,9 miliardi di euro). Nel frattempo l'export europeo verso la Cina fra il 2019 e il 2025 è rimasto fermo (+1%) in euro di valore correnti. In altri termini, è collassato in volumi e in termini di valore reale.

 

Basta vedere cosa è successo all'export manifatturiero italiano verso la Cina: giù del 27% dal 2023. Nel frattempo l'export manifatturiero dalla Cina in Italia è raddoppiato, con squilibri commerciali enormi e crescenti a favore di Pechino. E questi dati non fotografano l'espulsione dai mercati di Asia, Africa e America Latina delle auto tedesche o delle macchine utensili italiane ad opera dei nuovi concorrenti della Repubblica popolare.

 

In certi prodotti questi ultimi sono semplicemente più bravi (provate a trovare un robot tagliaerba elettrico made in Italy, se vi riesce). In altri, sono più sussidiati. Questo è il quadro di un altro impatto socialmente durissimo nel nostro Paese, se non si interviene a proteggere almeno il mercato europeo. Già, ma perché non si interviene?

 

[…]

 

tassa da 2 euro sui pacchi dai paesi extra ue 5

Parlate con qualunque funzionario europeo, e vi dirà che non è vero che non si interviene. Vi dirà che Bruxelles ha lanciato 33 indagini antidumping nel 2024 e trenta l'anno scorso, in gran parte contro Pechino. Aggiungerà che l'Europa si sta dando una legislazione di "preferenza europea" (o di Paesi con cui abbiamo trattati di libero scambio, come Canada e Mercosur) per tagliare fuori soggetti cinesi e americani da un gran numero di aste e appalti pubblici. Sento dire, quanto a questo, che anche la prossima asta per campi fotovoltaici in Italia potrebbe aprire solo a produttori europei di pannelli - non cinesi - offrendo una posizione automaticamente interessante per i prodotti della Gigafactory 3Sun di Catania.

 

GIORGIA MELONI E I DAZI - MEME BY 50 SFUMATURE DI CATTIVERIA

Ma sappiamo tutti che gli interventi su singoli prodotti non bastano. Servono interventi più diretti, più rapidi di quelli legati alle inchieste antidumping. Servono su intere categorie industriali.

 

Dunque ho un'ipotesi sulla ragione profonda che porta l'Europa a non reagire a Pechino: abbiamo paura. E ce l'abbiamo esattamente per la stessa ragione che ha permesso a Xi Jinping di piegare Donald Trump nelle guerre commerciali del 2025, cioè il rischio di perdere le forniture di terre rate raffinate di cui la Cina ha quasi il monopolio mondiale. Senza quei materiali, intere filiere industriali europee dovrebbero fermarsi. Dunque non reagiamo all'aggressione commerciale cinese solo  perché temiamo ritorsioni.

 

[…]

 

Si tratta senz'altro di un timore razionale. L'uso coercitivo della Cina del loro semi-monopolio delle terre rare sta raggiungendo ormai livelli efferati di raffinatezza. Ogni anno ormai il governo di Pechino inasprisce i requisiti per l'export di terre rare e metalli critici.

 

DAZI SULLE AUTO ELETTRICHE CINESI

Chi vuole comprare (per esempio) gallio o germanio per la prodotti della difesa, dell'industria spaziale o aeronautica deve prima raccontare al governo cinese praticamente tutto di sé: identità dell'acquirente; specifiche tecniche e design dei semiconduttori, dei radar, dei missili o dei magneti avanzati per i quali vogliono comprare materiali dalla Cina; e ci si deve impegnare a non rivendere a terzi senza il permesso di Pechino.

 

xi jinping e vladimir putin a pechino - foto lapresse

In sostanza, Xi Jinping sta facendo della sua forza nelle terre rare un sistema di spionaggio istituzionalizzato, per accedere a informazioni industriali sensibili e segreti commerciali europei. Senz'altro, anche per copiare e poi spiazzarci dalla prossima categoria di prodotti che oggi sappiamo fare meglio noi.

 

Non è difficile immaginare che un interlocutore così blocchi l'export di questi minerali essenziali, se noi europei cerchiamo di reagire alla deindustrializzazione che i cinesi stessi stanno imponendo ai nostri distretti.  

 

E noi europei cosa facciamo, cerchiamo di costruire una nostra filiera delle terre rare per conquistare più autonomia strategica? Sbagliato. Ci buttiamo nelle braccia degli americani, lato amministrazione Trump. Il 23 aprile la Commissione europea ha firmato (sì, alla chetichella) un "Memorandum d'Intesa" con il segretario di Stato Marco Rubio e il rappresentante al Commercio della Casa Bianca, Jamieson Greer, per beneficiare dello sforzo degli Stati Uniti di costruirsi una propria filiera sulle terre rare e i minerali critici. Perché Trump, a differenza degli europei, ci sta lavorando sul serio.

 

DONALD TRUMP - INACIO LULA DA SILVA

Lo segnala persino l'incontro sorprendentemente lungo e cordiale che il 7 maggio ha avuto alla Casa Bianca con il suo omologo brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Tutto divide il tycoon da Lula: l'ispirazione politica operaista di questi, i dazi al 50% che Trump aveva schiaffato sul Brasile, la carcerazione dell'ex presidente populista di destra Jair Bolsonaro.

 

Invece nello Studio Ovale i due sorridevano e si scambiavano piacevolezze ("ottima chimica", "colpo di fulmine"). Il motivo è ovvio: il Brasile detiene le seconde riserve globali di terre rare, circa il 21% del totale, superato solo dalla Cina. Serve disperatamente al piano della Casa Bianca di emanciparsi dalla dipendenza da Pechino sui minerali critici.

 

OPERAIE IN UNA FABBRICA DI SUQIAN, IN CINA

La risposta degli europei invece è meno originale: mettersi in coda a Trump anche sulle terre rare, incuranti delle coercizioni, dei maltrattamenti e dei tradimenti subiti fin qui. Incuranti, soprattutto, delle condizioni poste dagli americani per entrare a far parte delle loro (future)  filiere: vietato comprare minerali critici da qualunque altro Paese a prezzi inferiori, con la minaccia fin da ora di trovarsi dietro un altro muro di dazi ancora più alti di Trump.

 

Se follia è provare più e più volte la stessa manovra fallimentare, aspettandosi risultati diversi, l'Europa avrebbe bisogno di un buono psichiatra. E l'Italia avrebbe bisogno di nuovi temi più veri e urgenti sui quali ingaggiare battaglie politiche a Bruxelles, che non siano quelli ormai stantii delle regole di bilancio. Per esempio, che ne dite se parliamo un po' di Cina e di autonomia strategica nei minerali essenziali?  

GIORGIA MELONI XI JINPING

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