TORNA A FIORIRE IL TRONCHETTI DELLA FELICITA’ - PER IL PM DEL CASO TELECOM-SPIONI, TAVAROLI E IL SUO “TIGER TEAM” HANNO CREATO UNA “VERITÀ PARALLELA” PER FAR CREDERE CHE I LORO DOSSIER ILLEGALI FOSSERO ORDINE DELL’AFEFFATO - IL DOSSIERAGGIO AVVENIVA ALLE SPALLE DI TRONCHETTI, MA GLI SPIONI HANNO PROVATO A DEPISTARE I MEDIA E ANCHE I PM FORNENDO INFORMAZIONI MANIPOLATE (ERA LA LORO SPECIALITÀ) PER CREARE UN IMPUTATO-OMBRA…

Alessandro Plateroti per "Il Sole 24 Ore"

Il percorso giudiziario della vicenda Telecom-dossier illegali è ancora lungo e diviso in più filoni d'inchiesta. Ma a distanza di quasi 8 anni dall'esplosione dello scandalo sull'attività parallela e illegale della security del gruppo sotto la regia di Giuliano Tavaroli, la verità accertata in un'aula di tribunale comincia finalmente ad emergere.

La sentenza con cui la Corte d'Assise di Milano ha ritenuto ieri confermata l'ipotesi accusatoria formulata dai pubblici ministeri in merito ai dossieraggi illeciti effettuati da Tavaroli e compagni (Marco Tronchetti Provera non era imputato nell'ambito del procedimento) è proprio il tassello centrale: per la prima volta, infatti, si stabilisce che le spie del Tiger team non solo erano al servizio diretto di Giuliano Tavaroli, ma anche che fin dai primi passi dell'inchiesta e del processo hanno tentato deliberatamente di creare una «verità parallela» da fornire all'opinione pubblica per scaricare su altri (in primo luogo su Tronchetti) le proprie responsabilità.

«Questo è un processo, mi si consenta - denuncia il Pm - di spie... ed è precipuo compito delle spie trafficare con il potere delle informazioni». E a conferma di questa realtà, è lo stesso magistrato a denunciare «il potere di disinformazione a lungo esercitato dai nostri associati a delinquere».

Anche se per i dettagli si dovrà attendere il dispositivo della sentenza, è sufficiente rileggere la requisitoria finale del Pm per capire la portata del depistaggio e le difficoltà create al lavoro degli inquirenti: «la deliberata e meditata strategia difensiva degli imputati - ha detto in aula il magistrato - attraverso una continua disinformazione ha puntato a creare una presunta altra verità».

Questa verità parallela - come emerge dalla requisitoria - ha fatto spesso ombra al processo, fornendo all'opinione pubblica un'immagine distorta dei fatti accertati dagli inquirenti. Il Pm argomenta addirittura che oltre a non trovare riscontri nelle indagini effettuate dall'Autorità giudiziaria, la «verità» costruita dagli imputati non è mai stata confermata nelle dichiarazioni rese ai magistrati neppure da quegli stessi imputati che, paradossalmente, l'avevano costruita.

Un esempio di questa campagna di disinformazione riguarda l'interpretazione «distorta» della sentenza della Cassazione del maggio 2012, trasformata in quello che anche giuridicamente non poteva essere: la sconfessione dell'operato dei Pm in favore della tesi del Gup. Quest'ultimo, nel 2010, aveva infatti "cancellato" il reato di appropriazione indebita a carico degli imputati riconoscendo di fatto un interesse della società e dei vertici nel realizzare i dossier illegali.

Ma nella sentenza, con la quale la Cassazione respingeva l'impugnazione dei Pm contro tale lettura dei fatti, in un passaggio poco noto, la Corte scriveva: «Questa Corte non mette in discussione, né mai potrebbe, che quella prospettata dal pubblico ministero possa in tesi integrare una ricostruzione delle vicende processuali e dei contegni appropriativi ascritti agli imputati aderente alla realtà storica o meglio adeguata alla lettura delle emergenze probatorie. Ma si tratta di un giudizio di valore, di valore probatorio per l'appunto, che questa Corte non può esprimere. Per il semplice motivo che il giudice di legittimità non possiede conoscenza del compendio probatorio nella sua interezza, che - sola - consentirebbe un tal genere di giudizio».

In soldoni: se da un lato la Cassazione può legittimamente non accogliere il ricorso dei Pm, dall'altro non implica in alcun modo che la Corte abbia sconfessato le loro argomentazioni. Insomma, il quadro che emerge ora è chiaro: le condanne stabiliscono che il Tiger Team operava per conto proprio e nel proprio interesse nell'attività di dossieraggio e che per l'intera durata del processo ha tentato di creare un imputato-ombra.

 

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