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“LA SICUREZZA DELLO STRETTO DI HORMUZ NON DIPENDE DAL NUMERO DI NAVI MILITARI CHE LO PATTUGLIANO. DIPENDE DAL FATTO CHE LE ARMI TACCIANO” – LA CINA CHIUDE ALLA PROPOSTA DI TRUMP DI INVIARE NAVI NELLO STRETTO E RIBADISCE LA SUA LINEA DI DISTACCO STRATEGICO DALLA CASA BIANCA – PECHINO, CHE DISPONE DI ENORMI RISERVE DI GREGGIO, PUNTA A PROTEGGERE I PROPRI INTERESSI ENERGETICI E I RAPPORTI CON I PAESI DEL GOLFO (ARABIA, EMIRATI, IRAQ) EVITANDO DI SCHIERARSI. IL VERTICE TRA PRESIDENTE USA E XI POTREBBE ESSERE RINVIATO. I CINESI QUESTA VISITA LA VOGLIONO, PERCHE’…

 

Gianluca Modolo per repubblica.it - Estratti

 

“La sicurezza dello Stretto di Hormuz non dipende dal numero di navi militari che lo pattugliano. Dipende dal fatto che le armi tacciano”. Pechino risponde così, con un editoriale sulla stampa di Partito, alla richiesta di Donald Trump, che nel fine settimana aveva invitato vari Paesi, Cina inclusa, a inviare navi nello Stretto per mantenere aperta questa via navigabile fondamentale. “Ogni nazione importatrice di energia risentirebbe della chiusura. Interessi condivisi, onere condiviso: sembra giusto.

donald trump e xi jinping meme by edoardo baraldi

 

Ma c'è un problema fondamentale in questa impostazione: chi ha scatenato la crisi? Chi sta ancora bombardando l’Iran?”, scrive il Global Times. “Qualcuno ha appiccato il fuoco. Ora chiedono al mondo di aiutare a spegnerlo – e di dividersi il conto.

 

Affollare una via navigabile instabile con navi da guerra di diverse nazioni non crea sicurezza. Crea focolai di tensione”. Un editoriale che spiega bene perché la Cina non aderirà alla proposta del leader Usa.

 

 

Pechino continua a condannare la guerra di Trump (con il presidente statunitense che ora non esclude di posticipare la sua visita in Cina prevista per fine mese, visita che invece i cinesi giudicano importante), dice di essere “in contatto con tutte le parti”, e di essere impegnata nella de-escalation della crisi. Ma è altamente improbabile che la Cina si impegni a mandare navi o entri in maniera diretta nel conflitto. Un distacco strategico che ha diverse ragioni.

 

vladimir putin donald trump xi jinping

Perché la politica estera cinese non va letta con lenti americane, e la prima regola è quella di non immischiarsi in guerre altrui lontano da casa, specialmente se ci sono gli Stati Uniti coinvolti; perché schierarsi apertamente con una parte non è nei suoi interessi in quella zona di mondo, il Golfo, dove mantiene rapporti con diversi attori; perché le petroliere dirette in Cina sembrano comunque riuscire a transitare al momento; perché Pechino ha enormi riserve strategiche per far fronte - almeno nel breve-medio periodo - a situazioni del genere.

 

Xi Jinping e compagni stanno giocando una partita che oscilla tra pianificazione per evitare shock, complicati equilibrismi e un (apparente) immobilismo. Consapevoli che solamente rafforzando la ricerca dell’autosufficienza - tecnologica, scientifica ed energetica - può continuare a metterli al riparo.

la mappa del mondo diviso tra vladimir putin donald trump e xi jinping di Kirill Dmitriev

 

 

Alla leadership comunista cinese riesce molto bene una cosa: pianificare, con largo anticipo, il futuro. A Pechino il caos non è mai piaciuto, la parola d’ordine è stabilità. La guerra in Medio Oriente e soprattutto le conseguenti turbolenze energetiche che sta scatenando rappresentano bene lo scenario per cui la Cina si è preparata da tempo.

 

Il conflitto in Iran e un suo possibile ulteriore allargamento di certo preoccupano qui, ma Pechino sa di avere in mano alcune carte che la possono isolare per un po’. Dispone di enormi riserve strategiche di greggio: tra i quattro e i sei mesi di importazioni. Ha continuato ad accumulare in questi anni. Solamente nei primi due mesi del 2026, prima che scoppiasse la guerra, l’import è cresciuto quasi del 16% rispetto all’anno precedente. E il tema delle scorte è uno dei punti chiave pure del nuovo piano quinquennale appena approvato.

 

Pechino inoltre diversifica le fonti. La Cina è il più grande importatore mondiale di petrolio, ma è meno dipendente dallo Stretto di Hormuz (circa la metà delle importazioni) rispetto ad esempio al Giappone (90%) e alla Corea del Sud (70%), due alleati dell’America in Asia.

 

DONALD TRUMP E XI JINPING

Isolare Pechino da shock energetici è da decenni la priorità della leadership: in quest’ottica vanno letti il massiccio passaggio all’elettrico, la transizione verde, gli investimenti nelle rinnovabili, l’aumento dell'estrazione di greggio in casa propria, l'approfondimento della partnership energetica con la Russia. Tutto iniziato diversi anni fa, non dettato dalle contingenze del momento.

 

 

Ciò non significa che Pechino sia tranquilla. La diplomazia continua a condannare questo conflitto, “che non sarebbe mai dovuto scoppiare”, come ha detto il ministro degli Esteri Wang Yi. Wang che negli ultimi giorni è stato molto attivo, al telefono, chiamando vari suoi omologhi nella regione: sostegno all’Iran (retorico e con aiuti umanitari: 200mila dollari donati dalla Croce Rossa cinese), ma pure messaggi chiari che qui a Pechino non sono per niente contenti degli attacchi di Teheran nei confronti dei Paesi vicini. Perché più che l’Iran in sé, alla Cina interessa la stabilità del Golfo, una zona che è ancora importante per la propria politica energetica e di investimenti.

 

donald trump xi jinping

Il greggio di Teheran è solo il 10-13% di tutto quello che importano i cinesi: è in definitiva sostituibile. Gli investimenti di Pechino in Iran sono stati nettamente inferiori agli accordi. Pechino ha speso molto, invece, per costruire partnership commerciali con Paesi come l’Arabia Saudita (il volume degli scambi con Riad è quasi dieci volte superiore a quello con Teheran), l’Iraq, gli Emirati ma non può permettersi di schierarsi apertamente con una sola parte, perché comprometterebbe la tela che ha tessuto in Medio Oriente.

 

L’Iran non è certo un alleato, la Cina non ha obblighi di sicurezza, né li vuole. Anche nei confronti degli altri Paesi della regione, però, Pechino non agisce come partner di sicurezza: ha relazioni che non comportano costosi impegni. Una scelta strategica, diversa da quella statunitense. Che richiede manovre diplomatiche più equilibrate.

 

“Gli interessi fondamentali della Cina in materia di sicurezza risiedono nell'Asia orientale, non altrove”, come spiega Evan A. Feigenbaum del Carnegie Endowment for International Peace. Di sicuro la Cina ci guadagna dal punto propagandistico:

donald trump - stretto doi hormuz

 

“Si presenta come una forza di pace in contrapposizione a un'America destabilizzante”, secondoCharles Parton del Council on Geostrategy. “Ci può essere una diminuzione dell'attenzione americana verso l’Indo-Pacifico. Per quanto riguarda le preoccupazioni: una minaccia agli investimenti cinesi nel Golfo; e se il conflitto dovesse rafforzare il potere americano”.

 

stretto di hormuz e guerra nel golfo

Nel frattempo Trump nella sua intervista al Financial Times dice che potrebbe posticipare la visita in Cina prevista per fine mese. I cinesi questa visita la vogliono, per almeno tre ragioni: Xi deve far sì che la tregua commerciale continui, evitare maggiori restrizioni tecnologiche, cercare di portare Washington su posizioni più sfumate su Taiwan. Posticiparla potrebbe tutto sommato andare bene a Pechino (consentirebbe di approfondire il dibattito anche su questioni di sicurezza oltre che commerciali), ma non cancella

 

(...)

donald trump xi jinping vertice apec corea del sud foto lapresse 7

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