combo donald trump giorgia meloni

AI MISSINI, GLI "AMERIKANI" NON SONO MAI STATI TROPPO SIMPATICI – NEL 1989, FABIO RAMPELLI, GIANNI ALEMANNO E ALTRI GIOVANI CAMERATI GUIDARONO LA PROTESTA CONTRO LA VISITA DI GEORGE H.W. BUSH A NETTUNO. “GANDHIANAMENTE”, SI SDRAIANO SULL’ASFALTO, PROTESTANDO CONTRO L’ASSERVIMENTO ITALIANO AGLI USA, CHE NON ANDAVA GIÙ ALLA DESTRA RADICALE ITALIANA. GIORGIA MELONI AVEVA UNDICI ANNI – 35 ANNI DOPO, LA PREMIER DEL PRIMO GOVERNO GUIDATO DA ESPONENTI DELLA DESTRA SOCIALE DIVENTA ALFIERE DELL’ATLANTISMO E TURBO-FILO-WASHINGTON, PRIMA CON BIDEN, POI CON TRUMP, SALVO POI DOVER AGGIUSTARE IL TIRO DOPO IL MEGA SCAZZO CON IL TYCOON - L'INTEMERATA NO-GLOBAL DELLA GIOVANE MELONI NEL 2001, RIMANGIATA AL G7 DI BORGO EGNAZIA

Estratto da “La Marcia sul posto. Il paradosso di Giorgia Meloni”, Valerio Valentini, ed. Nottetempo

 

Cerimonia di insediamento Donald Trump Giorgia Meloni

"Bene, no?"

 

"Bene, sì. Ma ora teniamoci forte, ci aspetta un bel delirio".

 

Era il 7 di novembre del 2024, e Giorgia Meloni rispondeva così ai colleghi di partito che volevano celebrare con lei la vittoria di Donald Trump.

 

Era contenta, certo: le affinità ideologiche col redivivo eroe del "Make America Great Again" erano tante, e la soddisfazione di poter rivendicare quel successo del sovranismo sbandierandolo in faccia alle opposizioni di sinistra in preda allo scoramento non aveva prezzo; ma un prezzo, e Meloni sapeva quanto caro avrebbe potuto essere, ce l'aveva senza dubbio, il dover gestire le bizze del nuovo capo della Casa Bianca. Difficile dire, insomma, se fossero più le speranze o le incognite.

 

valerio valentini - la marcia sul posto

Lei, non a caso, aveva sempre evitato di esporsi troppo sfacciatamente, nelle settimane precedenti. Per opportunità politica, certo: le tesi che il candidato dei Repubblicani propugnava sull'Ucraina da abbandonare al suo destino, sul protezionismo, sul rapporto con l'Unione europea, sulle spese militari, per Meloni sarebbe stato imbarazzante sostenerle, visto che contraddicevano la linea di quel Joe Biden con cui pure, a dispetto delle previsioni e di una diversità culturale clamorosa, aveva saputo costruire un legame solido.

 

Per questo aveva camminato sulle uova, ogni volta che qualcuno aveva provato a strapparle un Pronostico, un auspicio. "Ho un'evidente sintonia con il Partito Repubblicano ma questo non mi impedisce di avere un'ottima relazione con Biden," ripeteva. [...]

 

 

Ma perfino all'interno di Fratelli d'Italia c'era chi, come Guido Crosetto o Raffaele Fitto, paventava per lo più i rischi di un ritorno di Trump alla Casa Bianca.

 

Donald Trump Giorgia Meloni5

Con l'amministrazione Biden c'erano divergenze evidenti sul tema dei diritti, certo, ma sulle grandi questioni geopolitiche ed economiche si era trovato un equilibrio piuttosto agevole.

 

Meloni aveva immediatamente, per convinzioni personali e per senso tattico, sposato la causa della resistenza di Zelensky; mentre i carri armati di Putin entravano in Ucraina, il 24 febbraio del 2022, lei stava preparando i bagagli per la Florida, dove due giorni più tardi, a Orlando, partecipando all'assemblea dei Conservatori statunitensi (la CPAC, diventata negli anni il raduno dei sostenitori del trumpismo), avrebbe insistito sulla necessità di mantenere l'Occidente unito al fianco di Kiev, condannando con fermezza la Russia: "Di fronte a questo inaccettabile attacco essere qui è il modo migliore per chiarire da che parte stiamo in questo conflitto. [...]

 

Donald Trump Giorgia Meloni1

L'altro grande "huge achievement" di Meloni, come lo descrisse in una cena di gala romana l'ambasciatore statunitense a Roma, Jack Markell, amico di famiglia di Biden, era stato l'uscita dalla Via della Seta, il controverso memorandum di cooperazione commerciale e diplomatica con la Cina che nel marzo del 2019 il governo grilloleghista di Giuseppe Conte aveva firmato, facendo dell'Italia - unico paese del G7 e unico grande paese fondatore dell'Unione europea - una sorta di alleato infedele degli Stati Uniti, che in quell'accordo vedevano, e non a torto, uno strumento di penetrazione politica e finanziaria di Pechino nel cuore dell'Occidente. [...] 

 

 

DONALD TRUMP - GIORGIA MELONI -. MEME BY 50 SFUMATURE DI CATTIVERIA

E così, quello stesso Biden che cinque giorni dopo la vittoria elettorale di Meloni, nel settembre del 2022, durante una conversazione informale coi governatori democratici, aveva indicato " quel che è accaduto in Italia" come un motivo di preoccupazione per le sorti della democrazia mondiale, avrebbe finito, un anno e mezzo dopo, per baciare con paterno trasporto la presidente del Consiglio ricevuta alla Casa Bianca.

 

Ora Trump arrivava a sconquassare tutto. E paradossalmente, poneva proprio ai suoi sostenitori, a chi si diceva o pretendeva d'essere suo amico o alleato, i grattacapi più grossi.

 

Meloni se ne rende conto presto: è il 7 dicembre quando Emmanuel Macron riceve i leader di mezzo mondo all'Eliseo, a cena, per celebrare la riapertura della cattedrale di Notre-Dame, devastata dall'incendio dell'aprile del 2019.

giorgia meloni e donald trump al g7 di evian

 

A tavola, tra una portata e un brindisi, Trump le sussurra nell'orecchio: è l'invito alla cerimonia d'insediamento a Washington. Buttato lì, senza preavviso, aggirando del tutto i canali diplomatici canonici, e in spregio alle consuetudini. Meloni si irrigidisce un po' […] ovviamente, ma aggiungendo, a mo’ di giustificazione preventiva, che farà di tutto per incastrare l'impegno nella sua agenda.

 

La verità è che nel suo staff ci sono molti dubbi: quella proposta è del tutto inedita, perché di solito all'Inauguration Day 1 paesi europei mandano gli ambasciatori, o al massimo - e sono rari i casi, precedenti vecchi di decenni - il ministro degli Esteri o il capo dello Stato: ma il capo del governo no, non è mai successo in tempi recenti.

 

Giorgia Meloni e Steve Bannon

Tanto più che Trump, a quanto pare, quel bizzarro invito non lo ha mica rivolto a tutti i leader di paesi amici: da quel che si capisce, ed è l'Ambasciata italiana a Washington che viene incaricata di capirlo, solo a quelli che lui ha più in simpatia, tipo l'argentino Javier Milei, e qualche capo di Stato africano o asiatico.

 

Da un lato Meloni se ne bea: è l'unica grande politica europea a essere stata convocata, e questo è senza dubbio un motivo di prestigio, un'occasione per garantirsi visibilità; dall'altro, il timore che la premier finisse in una qualche foto di rito tra un dittatore subsahariano e un autocrate orientale, o magari nella stessa inquadratura coi capi dei partiti estremisti della destra antieuropeista europea, tipo il britannico Nigel Farage o il tedesco Tino Chrupalla, era piuttosto diffuso tra i suoi consiglieri.

 

JAVIER MILEI SE LA SPASSA CON GIORGIA MELONI ALL INAUGURATION DAY

E passato un mese dalla vittoria di Trump, e Meloni si ritrova già a fare i conti con l'imprevedibilità del personaggio.

 

Il ruolo che decide di ritagliarsi, quello che molti editorialisti a lei vicini le hanno già attribuito alla vigilia del voto americano, è per certi versi l'unico che lei possa interpretare: la mediatrice tra Stati Uniti ed Europa, il ponte tra le due sponde dell'Atlantico. Ed è anche per questo che alla fine a Washington, per la cerimonia di insediamento, Meloni ci va.

 

[…] Meloni non può che esaltare la propria vicinanza ideologica con le teorie MAGA, sul fronte del free speech e della cancel culture, non può che condividere le critiche che l'amministrazione Trump, per bocca del suo stesso presidente o del suo vice J.D. Vance, muove all'Unione europea, e anzi usare quelle condanne spesso ingiuriose come certificazione della bontà del suo pensiero sovranista ("Visto? Ora lo dicono anche a Washington, ma io lo ripeto da dieci anni che questa Europa ha fallito!").

 

giorgia meloni e donald trump al g7 di evian.

E dunque, si propone come l'interprete più autentica dell'antieuropeismo trumpiano a Bruxelles, e si gode i complimenti che le arrivano, senza parsimonia di superlativi, dallo Studio Ovale o da Mar-a-Lago. Ognuno gioca le sue carte, per ritagliarsi un ruolo nel nuovo mondo di Trump e per non lasciarsi travolgere dalla sua strampaleria megalomane. [...]

 

Quanto alla politica interna, la leader di Fratelli d'Italia è sempre attentissima a non lasciare margini perché alla sua destra possa esserci spazio per chi, come Salvini, proprio in nome del trumpismo più spudorato e ostentato, fatto di cravatte rosse e cappellini da tifoso, prova a presentarsi come paladino del MAGA italiano. […]

 

GIORGIA MELONI FABIO RAMPELLI

Però il ritorno di Trump nella sua versione hard boiled, quella del secondo mandato, proprio mentre Meloni si ritrova a guidare il governo italiano, per la capa della destra italiana cresciuta nella militanza di Colle Oppio è provvidenziale in senso più ampio.

 

Per lunghi decenni, la destra italiana aveva dovuto trovare difficili compromessi tra il proprio nazionalismo, in versioni più o meno esasperate a seconda delle fasi, e la necessità di stare dalla parte degli Stati Uniti, di accettare la propria subalternità politica e militare prima ancora che culturale.

 

 

Aveva undici anni, Meloni, quando il suo futuro mentore, Fabio Rampelli, guidò insieme a Gianni Alemanno la protesta del Fronte della Gioventù contro George H. W. Bush, in visita a Nettuno per onorare i luoghi dello sbarco alleato del 1944 e visitare il cimitero americano.

 

GIORGIA MELONI ALL INAUGURATION DAY DEL SECONDO MANDATO DI DONALD TRUMP

Era il 29 maggio del 1989, il corteo presidenziale che procede nel tripudio generale per le strade della città, e un manipolo di giovani camerati che "gandhianamente", come ricorda Rampelli, si sdraiano sull'asfalto per bloccare tutto.

 

Vengono subito allontanati, qualcuno a spintoni, qualcuno a manganellate: Rampelli finisce ricoverato con un occhio tumefatto e il timore di perdere la vista. Contestavano il mancato omaggio di Bush ai morti dell'altra fazione, quella dell'esercito fascista, "eroi come gli altri a stelle e strisce", insiste Rampelli: ma alla base c'era un'insofferenza verso l'asservimento italiano agli Stati Uniti che nella destra radicale covava da decenni.

 

GIORGIA MELONI E DONALD TRUMP

Nel 2001 la stessa Meloni, quando di anni ne avrà quasi venticinque, da dirigente nazionale dell'organizzazione giovanile di destra, di fronte allo scempio di Genova, irriderà i manifestanti "di sinistra" che "sfasciano le vetrine con le scarpe della Nike ai piedi", ma pure mostrerà una certa sintonia con alcune istanze "no global" - ovviamente virate a destra, nella misura in cui "il globalismo e il cosmopolitismo hanno, come obiettivi, l'annullamento delle identità, lo smantellamento dello Stato nazionale, la costituzione di un unico ordine mondiale".

 

Farà distinzione tra la globalizzazione, come dato di realtà ormai acquisito, e il globalismo come dinamica da combattere, e ammetterà che sì, la "tendenza critica" di tanti adolescenti di destra contro gli Stati Uniti è appunto un riflesso di questa omologazione culturale.

 

Tra gli entusiasti della globalizzazione e i fanatici no global, la leader di Azioni Giovani predica allora una "terza via" che consiste nella costruzione del "borgo globale": l'esaltazione delle radici in una prospettiva postmoderna, qualunque cosa voglia dire.

 

joe biden e giorgia meloni al concerto di andrea bocelli g7

Sta di fatto che quando, da presidente del Consiglio, accoglierà a Borgo Egnazia i capi di Stato e di governo più potenti dell'Occidente nel G7 pugliese, nel giugno del 2024, rivendicherà di nuovo che "sì, volevo un borgo globale: un borgo, quindi la tradizione, nel quale i leader del mondo potessero discutere di questioni globali" [...]

 

 

Ma non è un caso che restare fedele alla propria visione sovranista del mondo, nel momento in cui bisogna tenere fede al Patto atlantico e mostrare reverenza alla Casa Bianca comme il faut, abbia posto problemi di coerenza, a Meloni. Il suo antiglobalismo esacerbato da paranoie nazionaliste e teorie complottiste doveva fare i conti col suo filoamericanismo obbligato: e la declinazione di queste due contraddittorie pulsioni in un agenda di governo non poteva che risultare un po' sghemba.

 

meme pubblicato da donald trump contro giorgia meloni

Fino al ritorno di Trump, almeno. Perché lì il sovvertimento della grammatica geopolitica rende conciliabile pure l'inconciliabile, nel senso che tutto rovina ugualmente nel caos: se il capo della Casa Bianca, quello che dovrebbe tutelare al massimo grado l'unità euroatlantica, quello dovrebbe affermare i valori del multilateralismo, quello che dovrebbe sostenere i valori della democrazia liberale nel mondo, quello che dovrebbe promuovere il commercio internazionale e farsi garante dell'ordine globale, se il commander in chief dell'Occidente è il primo a liquidare questo antiquariato diplomatico, a caldeggiare un protezionismo feroce, a rintanarsi nel nazionalismo, a favorire il proliferare del sovranismo in giro per l'Europa, allora finalmente si può essere davvero di estrema destra e filoamericani. E qui sta la scommessa trumpiana di Meloni. Almeno finché quest'ordine fondato sul delirio regge.

 

giorgia meloni donald trump

Quanto può durare? Per il mondo, chissà. Per la presidente del Consiglio, di certo la strada del trumpismo pragmatico si fa più stretta, proprio perché sempre più alieno dal pragmatismo appare l'agire del presidente americano.

 

È questo, dunque, il privilegio che ci si guadagna, dall'annaspare a metà del guado tra l'Europa e gli Stati Uniti, è questa la concessione massima a cui si può ambire, offrendosi come interlocutrice affidabile - e talvolta, più che affidabile, un po' adulante - oltre ogni misura?

 

UNA GIOVANE GIORGIA MELONI

Trump non pare del resto consentire un'amicizia che non passi dalla devozione, una lealtà che non sia reverenza totale.

 

Di una Meloni un po' trumpiana e un po' no non è detto che abbia questo gran bisogno, man mano che i conflitti tra gli Stati Uniti e l'Unione europea si fanno più aspri.

 

E le doppiezze, in questo caso, rischiano di scoppiare tra le mani di chi vorrebbe adoperarle: ed è così che Meloni, per il suo essere fin troppo accomodante col presidente americano su Gaza o sul Venezuela, si è ritrovata a subire le insofferenze della diplomazia vaticana di Leone XIV, che invece su certe iniziative di Trump, sul suo modo di fare, appare sempre più critica; e al tempo stesso, per il suo non essere del tutto devota al credo MAGA, ha già ricevuto la condanna di pavidità da parte di Steve Bannon, espressione del trumpismo più esagitato. [...]

GIORGIA MELONI E DONALD TRUMP AL VERTICE DI SHARM EL-SHEIKH

donald trump e giorgia meloni vertice bilaterale improvvisato al g7 di kananaskis 1meloni trump g7 canada

biden melonig7 borgo egnazia i leader osservano il lancio dei paracadutisti CHARLES MICHEL - RISHI SUNAK - JUSTIN TRUDEAU - URSULA VON DER LEYEN - JOE BIDEN GIORGIA MELONI - G7 BORGO EGNAZIAMELONI TRUMP TEMPTATION ISLAND MEME 34giorgia meloni e steve bannon ad atreju - 2018

 

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