LA STORIA DI NICOLAS MADURO E’ DA "MANUALE DEL PICCOLO DITTATORE" – CRESCIUTO IN UNA FAMIGLIA MODESTA, EX AUTISTA DI AUTOBUS E SINDACALISTA, GRAZIE ALLA FEDELTA’ A HUGO CHAVEZ, FA CARRIERA E DIVENTA PRIMA DEPUTATO, POI PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE, QUINDI MINISTRO DEGLI ESTERI E POI PRESIDENTE DEL VENEZUELA – IN POCO TEMPO IL POTERE GLI DA’ ALLA TESTA E, D’ACCORDO CON I MILITARI, IMPRIME UNA SVOLTA AUTORITARIA AL PAESE CHE, SOTTO DI LUI, VIENE AZZANNATO DA POVERTÀ, CORRUZIONE E CRIMINALITÀ...
Estratto dell’articolo di Roberto Gressi per il “Corriere della Sera”
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Pronti, via. Ha appena vinto le elezioni per poco più di un punto, nonostante che ad affidargli il Venezuela sia stato proprio Hugo Chavez, l’eroe della rivoluzione bolivariana. Ma già quel 19 aprile del 2013 piovono onorificenze sul capo di Nicolás Maduro Moros, nato a Caracas il 23 novembre del 1962. Il giorno stesso, è Gran Maestro e Gran Collare dell’Ordine del Liberatore. E pure Gran Maestro dell’Ordine di Francisco de Miranda. Poi è Gran Collare dell’Ordine Nazionale del Condor delle Ande, quindi Battaglia di San Jacinto dell’Ordine Augusto Cesar Sandino, Ordine di Josè Martì, Gran Cordone dell’Ordine della Rivoluzione Islamica, giusto per stare all’essenziale.
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Culto della personalità, dannazione di ogni rivoluzione e di ogni dittatura. Eppure, a lungo Maduro ha goduto dell’ombra della fascinazione di Chavez, che aveva trovato seguaci entusiasti non solo nell’America Latina, sulle parole d’ordine dell’antimperialismo e dell’anticapitalismo, ma anche in Europa, in una parte della sinistra italiana e dei Cinque Stelle, e perfino nelle fronde radicali studentesche degli Stati Uniti. […]
Viene da una famiglia modesta, Nicolás Maduro. Subito al lavoro come autista di autobus e della metropolitana, presto sindacalista, con Chavez fin dagli anni Novanta, nella galoppata che lo porterà a diventare presidente nel 1998. Maduro diventa deputato, poi presidente dell’Assemblea nazionale, quindi ministro degli Esteri, nonché designato alla successione fin dal 2011.
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Appena eletto avrà modo di dire: «Compatrioti, io non sono qui per ambizione personale, per vanità. Non sono qui perché rappresento gruppi finanziari, né dell’oligarchia, né dell’imperialismo americano, non sono qui per difendere mafie, gruppi o fazioni». Parole che restano solo parole, perché il suo governo trascina presto il Venezuela in una crisi economica senza fondo, nonostante le ricchezze petrolifere del Paese. Rapidamente crescono la corruzione, la criminalità, la povertà, con i beni di consumo introvabili, un’inflazione gigantesca, proteste di piazza represse con il carcere e l’omicidio, con un sistema giudiziario asservito al potere.
Un patto di ferro con l’esercito, con gli alti ranghi militari che assumono ruoli sempre crescenti nella vita sociale e politica. Un colpo duro al «madurismo» lo infligge poi la decisione con la quale comanda per decreto. Il sistema si chiama «legge abilitante», una norma che consente a Maduro di emanare provvedimenti anche senza il consenso del Parlamento. E quando perde la maggioranza all’Assemblea nazionale, la «legge abilitante» se la fa approvare dal Tribunale Supremo di Giustizia.
[…] Il resto è storia recente: rielezione contestata nel 2018 e ancora un terzo mandato nel 2024 con un voto truffa, e pure l’omofobia verso il suo sfidante: «Che cosa mi dici piccola principessa? Io ho una moglie, sai, mi piacciono le donne». In mezzo gli ultimi rigurgiti del madurismo.



