violenze giugliano

1. ORRORE A GIUGLIANO: 13ENNE DISABILE VIOLENTATO PER ANNI DA UN BRANCO DI MINORENNI 2. A SCOPRIRE LE VIOLENZE LA MADRE DELLA VITTIMA - TRE DEGLI AGUZZINI HANNO MENO DI 14 ANNI - LE GIUSTIFICAZIONI DEI LORO GENITORI: "LUI ERA RICCHIONE" 3. LA PSICOLOGA: I RAGAZZINI OGGI SONO TROPPO ESPOSTI AL SESSO E INCAPACI DI SENTIRE IL DOLORE DEGLI ALTRI

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Maria Corbi per la Stampa

 

Non esiste redenzione in questa storia ambientata in un vicolo di Giugliano, nel napoletano, ma anche in un vicolo oscuro dell' anima, là dove il cuore non arriva, e dove «società» suona come una parola vuota. Una storia di degrado dove la vittima ha iniziato ad esserlo a soli 9 anni. Oggi ne ha tredici. Quattro anni trascorsi in un silenzio doloroso e spaventato per quelle violenze che subiva dal «branco», 11 ragazzini, qualcuno della sua età, altri più grandi.

 

Da ieri 8 di loro sono finiti in una casa famiglia, gli altri 3 affidati ai genitori perché minori di 14 anni con l' accusa di rapimento di persona e violenza di gruppo. L' ordinanza che dispone le esigenze cautelari è impossibile da leggere, ogni parola un pezzo di orrore, lo strazio vissuto da un bambino fragile e solo.

 

«Qualche disturbo dell' apprendimento», spiegano gli inquirenti. Anni in cui i suoi compagni di quartiere, il rione Campisciano, popolato da degrado e povertà, lo minacciano e lo violentano. Meglio non entrare in dettagli che sfregiano l' umana pietà. I luoghi dove si compie tutto questo sono il bagno del campo di calcetto vicino alla parrocchia, il centro ricreativo, qualche vicolo.

GIUGLIANO CAMPO DI CALCETTOGIUGLIANO CAMPO DI CALCETTO

 

Ed è in uno di questi, vico Cargetti, che la madre, dopo averlo seguito, trova il figlio costretto a sottomettersi a 4 ragazzetti. È il 22 gennaio di quest' anno e la donna aveva deciso di pedinare il suo bambino triste, intrappolato in un incubo troppo grande. Qualcuno in paese l' aveva messa sull' avviso: «Controlla bene chi frequenta tuo figlio». E quel pomeriggio tutto è stato terribilmente chiaro. Lei ha voluto capire, ha parlato con i persecutori del figlio ed è andata a casa loro per parlare con genitori, confrontarsi, farsi aiutare. Ma ha trovato un muro di negazione e di orrende giustificazioni: «Tuo figlio è ricchione». Una coppia di genitori quando lei va a casa loro per trovare risposte, solidarietà, aiuto, alza il telefono e chiama il 112.

 

C' è chi sostiene che volessero denunciare anche loro, ma gli inquirenti fanno capire che quella telefonata era per denunciare si, ma non il loro figlio.

Bensì la troppa insistenza di quella donna che accusava il loro bambino, «vittima anche lui», «costretto» a partecipare a quelle violenze. Partono le indagini, e i carabinieri della Compagnia di Giugliano guidati dal capitano Antonio De Lise ricompongono pezzo a pezzo questi 4 anni di orrore.

 

Uno dei ragazzini più piccoli coinvolti spiega che si era sparsa la voce: bastava minacciare quel ragazzino perché cedesse.

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La paura di subire violenze ancora più feroci da parte del branco, ma soprattutto di quello che viene considerato il capo branco, oggi 16 anni, conosciuto quando entrambi frequentavano un centro di riabilitazione. Ai carabinieri e ai magistrati la vittima lo descrive come il più cattivo, il più feroce, capace di tutto.

 

Quando i genitori degli 11 ragazzini sono stati convocati dai carabinieri hanno dato in escandescenze. Difendono i figli che a loro volta si accusano a vicenda.

Ognuno tenta di descriversi come vittima a sua volta, costretto dagli altri. Ma quel che emerge dalle indagini è ben diverso. Ci sarebbe stato addirittura un gruppo WhatsApp dove la «banda» si confrontava.

 

Ragazzi che frequentavano la parrocchia di san Marco e la stessa scuola, in via Camposcino, dove nessuno oggi vorrebbe parlare. «Non dite adesso che è colpa nostra, le agenzie educative non possono fare molto quando manca alla base la famiglia».

Di «debolezza del tessuto genitoriale, di marginalità della famiglia», parla anche il sindaco di Giugliano Antonio Pozziello.

 

«L' amministrazione è impegnata contro il bullismo e lunedì approveremo una delibera per l' istituzione di uno sportello finalizzato alla prevenzione del bullismo in collaborazione con le istituzioni scolastiche».

 

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Tammaro Iavarone, più noto come «Tammariello», che da oltre vent' anni segue come volontario i giovani di questo quartiere organizzando in zona tornei e manifestazioni pubbliche non vuole crederci. «È una tegola che ci è caduta addosso. Se fosse vero, e stento ancora a crederci, hanno distrutto vent' anni di lavoro. Ho tolto soldi anche alla mia famiglia per seguire questi ragazzi. Hanno tradito la mia fiducia». Don Leonardo Bruno esprime dolore ma dice: «non vorrei che si desse sempre la croce addosso ai cosiddetti quartieri disagiati».

 

2. TROPPO ESPOSTI AL SESSO E INCAPACI DI PROVARE DOLORE

 

Lidia Catalano per la Stampa

 

«Questa ennesima vicenda di soprusi è figlia dell' esposizione sempre più precoce dei ragazzini al sesso, in contesti di degrado e violenza». Rosetta Cappelluccio è la psicologa dei bambini del parco Verde di Caivano, i piccoli che hanno trovato il coraggio di raccontare l' orrore di cui sono stati testimoni, inchiodando gli autori dello scempio sul corpo di Fortuna Loffredo, la bimba di sei anni sottoposta a indicibili abusi e poi lanciata nel vuoto. Gli stupri di gruppo sul bambino disabile di Giugliano si sono consumati a nemmeno venti chilometri di distanza».

 

Dottoressa, qual è il contesto che trasforma dei ragazzini in martiri o in aguzzini?

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«Non posso certo dire che l' incidenza sempre più frequente in quest' area di fatti raccapriccianti come quelli di cui siamo parlando sia una casualità. Ma il disagio sociale è responsabile solo in parte. Il bullo può anche essere - e spesso è - un soggetto con un' autostima esacerbata che tende a imporsi prevaricando i più deboli. E la sottomissione passa dal sesso, disponibile ovunque in tv e soprattutto nei milioni di video che girano in Rete. Gli adulti devono recuperare il loro ruolo educativo anche in ambito sessuale, che va normalizzato e scisso dalla violenza. Ma questo è un problema che valica i confini campani».

 

Tre degli aggressori hanno meno di 14 anni. Come si può a quell' età essere capaci di tanta efferatezza?

«Si arriva a commettere atti di questo tipo solo quando si rimuove ogni empatia o senso di colpa nei confronti della vittima. Quello che ci impedisce di infierire su una persona è la consapevolezza del dolore che potremmo infliggerli. Loro hanno inibito la capacità di sentire la sofferenza dell' altro».

 

La vittima ha subito soprusi per 4 anni. Potrà mai superare un trauma di questo tipo?

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«È un processo molto lungo ma sono convinta di sì. La vicenda ha minato il suo senso di sicurezza rendendolo completamente impotente di fronte alla violenza. Bisogna aiutarlo a ricostruire il suo sistema di valori e a liberarsi dal fantasma dei rapporti malati con i suoi aguzzini».

 

Ci sono analogie tra questa vicenda e quella di Caivano?

«Certamente il contesto di violenza inaudita avvicina i due casi. Ma ci sono anche differenze profonde. Nella vicenda della piccola Fortuna l' aggressore era un adulto consapevole, qui parliamo di ragazzini che è nostro dovere recuperare».

Come?

«Principalmente lavorando sull' empatia. Devono tornare a "sentire" il dolore degli altri».

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