HORROR A RHO - NELLA CAPPELLA DELL’OSPEDALE DI RHO APPARE UNA SCRITTA SUL REGISTRO DELLE VISITE: “HO UCCISO YARA”

Massimo Numa per "la Stampa"

Qualcuno ha scritto, con una grafia ordinata e precisa, inchiostro nero, questa frase nel registro delle visite della Cappella dell'ospedale Salvini di Rho, alle porte di Milano. Potrebbe essere uno dei tanti mitomani che hanno tentato di avvelenare i pozzi di un'indagine difficile e angosciante, non solo per la famiglia della vittima, ma anche per gli inquirenti che da trenta mesi cercano di dare un nome e un volto dell'assassino di Yara Gambirasio, la tredicenne uccisa il 26 novembre del 2010, appena uscita dalla palestra di Brembate di Sopra, Bergamo, dove aveva trascorso un paio d'ore assieme ai suoi coetanei. Ma la Scientifica ha già acquisito il registro, gli investigatori cercano impronte ma soprattutto tracce biologiche da comparare con il dna del killer, individuato dopo un'estenuante ricerca su migliaia di campioni.

«Non abbiano notato nessuno in particolare nella Cappella - dicono i custodi- la scritta di sicuro risale a poche ore fa, altrimenti ce ne saremmo accorti immediatamente. In questo registro finiscono soprattutto le considerazioni dei fedeli, a volte semplici ringraziamenti ai medici per una guarigione avvenuta o una preghiera per i congiunti ricoverati. Abbiamo informato la polizia, non appena l'abbiamo scoperta».

L'indagine è ora in una fase, spiega uno degli inquirenti dello Sco della polizia che, nella fase iniziale, avevano condotto i primi accertamenti, di riflessione ma «questo non vuol dire che sia stata interrotta. Il messaggio di Rho? Da valutare con attenzione, come tutti gli altri elementi raccolti dal quel maledetto giorno d'ottobre».

Oltre 14mila Dna raccolti, centinaia di interrogatori, migliaia di note informative, persino il ricorso a medium e controllate decine di piste investigative, anche le più bizzarre e inconsistenti. Zero risultati.

«La famiglia di Yara non perde la speranza di trovare chi l'ha uccisa e continua ad avere fiducia nel lavoro degli investigatori e della magistratura», spiega l'avvocato della famiglia della vittima, Enrico Pelillo. «Mitomane o no, l'importante è che non si smetta di indagare. Abbiamo il dovere di dare una risposta a una famiglia che da mesi aspetta, in silenzio, di conoscere la verità».

La storia. È il 26 novembre 2010 quando Yara, 13 anni, esce dalla palestra. Tre mesi dopo, il suo corpo viene trovato in un campo abbandonato a Chignolo d'Isola. L'autopsia svela una ferita alla testa, le coltellate alla schiena, al collo e ai polsi. Era ancora viva quando l'assassino si allontanò senza soccorrerla, forse credendo fosse morta. Uccisa dal freddo.

Le indagini puntarono al cantiere di Mapello, dove lavorava l'operaio Mohamed Fikri ma l'ipotesi di accusa è già stata archiviata, e le tracce di Dna trovate sugli indumenti di Yara per cui è stata riesumata la salma di Giuseppe Guerinoni, ritenuto il padre naturale del presunto assassino. Ci sono 99 probabilità su 100 che il killer sia il figlio naturale del camionista che, negli Anni ‘70, aveva avuto una relazione clandestina con una donna ancora sconosciuta.

«Non è escluso che si tratti di un mitomane, però tutto quello che c'è da fare lo faremo». I dati saranno incrociate con i dati raccolti dagli investigatori e dagli inquirenti di Bergamo. Inoltre sono stati acquisiti i filmati delle telecamere dell'azienda ospedaliera in provincia di Milano.

 

yara gambirasio Yara GambirasioYara Gambirasio

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